Dall’Associazione Maceratiamo, riceviamo:
Ieri sera su raitre è andata in onda “Presa Diretta Live da Genova. Servizi e testimonianze sull’alluvione che ha colpito la Liguria in questi ultimi giorni. I morti. I danni. Il dolore”. Quelle terre non fanno parte della memoria, son passate veloci fuori dai finestrini del treno, di rientro dalla licenza, in viaggio per Torino. Le immagini più vivide risalgono alla lettura di due libretti. La speculazione edilizia di Italo Calvino e Il partito del cemento scritto da due giornalisti genovesi, due libri usciti ad una quarantina d’anni di distanza l’uno dall’altro e che raccontano, entrambi, le dinamiche realizzative di nuove parti di città. Fondamentale la descrizione dell’azione coordinata di molteplici personaggi, dall’imprenditore al tecnico progettista, dal proprietario di terra all’amministratore comunale, tutti guidati dalla comune intenzione del personale arricchimento. Economico, professionale, di potere. E ai danni di quel bene comune che è il paesaggio, il personaggio soccombente della storia in questione proprio perché di proprietà di cittadini sempre troppo distratti dai propri pensieri per potersi occupare attivamente della sua tutela. Entrambi i libri raccontano la stessa storia, l’unica differenza è nella loro natura: il primo è un romanzo, il frutto della fantasia di uno scrittore, il secondo un reportage giornalistico con una precisa cronistoria degli atti amministrativi legali (quindi, non abusivi) che hanno portato alla conformazione di un territorio che, in particolari condizioni (quelle dei giorni scorsi), può diventare assassino, determinando tutta quella distruzione e tutto quel dolore che le immagini televisive, che nel frattempo scorrono, stanno riuscendo soltanto ad evocare. Un dramma troppo grande che puoi provare a riprendere solo da molto lontano.
Il programma televisivo va avanti, con la sua pubblicità, le sue testimonianze e i suoi resoconti e, man mano che procede, ci si rende conto che quella storia raccontata nei due libri non descrive solo la Liguria. Zone in frana rese edificabili, corsi d’acqua bloccati in camicie di cemento, edifici vincolati dalle Sopraintendenze soffocati da un’edificazione selvaggia non sono cartoline che si possono trovare solo nelle terre colpite dall’alluvione.
Quelle cartoline sono le stesse anche per Macerata e per i suoi territori. Pensiamo a quei muretti in laterizio, da qualche anno rifatti in cemento armato, posti sotto Collevario, sulla strada per Sforzacosta, oggetto di continue mautenzioni e rifacimenti perchè la terra soprastante, resa edificabile da una recente Variante al Piano Regolatore Generale, era tutt’altro che immobile. Anche a Colleverde c’è una situazione analoga, con il parcheggio degli uffici dell’E.R.A.P. in parte crollato perchè si sta spostando il muretto di sostegno che ne delimita la proprietà, e il terreno sottostante è stato reso edificabile dalla stessa Variante. Tutta la campagna di via Ghino Valenti era nota per la sua fertilità, anche grazie alla superficialità della falda freatica. Dalla memoria infantile emerge infatti Elena, l’ultimo mezzadro che ha lavorato quei campi, che diceva sempre “qua è inutile innaffiare. Qua devi zappare con attenzione perchè altrimenti riempi il campo di tante fontanelle zampillanti.” Ora anche quell’area è completamente edificabile.
L’edificazione della nuova via Trento sulle ceneri della vecchia (crollata o abbattuta perchè in fase di crollo) o la realizzazione della voragine del campo di baseball conseguente al passaggio della galleria delle Fonti, nonostante nei pressi (in via Roma) si fossero manifestati vistosi cedimenti del terreno soltanto qualche anno prima: queste alcune istantanee che raccontano della sensibilità verso il bene comune della Amministrazione locale. A Macerata come a Genova.
E qui ci accorge che quella ligure non è una tragedia circoscritta ad un territorio ben specifico ma investe direttamente anche noi, perchè anche noi saremmo usciti tranquillamente nonostante il divieto di circolare, perchè quell’allarme sarebbe stato solo l’ennesimo al lupo, al lupo lanciato da una vedetta ritenuta inaffidabile. Perche noi saremmo stati i progettisti o gli imprenditori, i proprietari o i politici, i venditori o gli acquirenti, gli artefici cioè di quelle case costruite in maniera così miope. Perchè noi lo siamo già.
E qui ci si accorge che quella raccontata nel romanzo di Calvino non è una semplice storia, bensì la descrizione di una specie di seme, coltivato indistintamente sull’intero suolo italico. Gli alberi che da essi son cresciuti sono tra loro differenti (e il libro Il partito del cemento descrive l’albero ligure) perchè differenti sono le condizioni locali in cui si sono sviluppati, ma il frutto è sempre lo stesso. Forse più bello, forse meno succoso, passando di zona in zona, ma sempre lo stesso: quello che le telecamere stanno riprendendo in Liguria.
Oggi piangiamo i nostri morti, stringendo in un ideale abbraccio immenso tutte le persone colpite da questa calamità ma da domani armiamoci tutti di stivali e pala: prima c’è da togliere tutto il fango che ha seppellito i nostri morti, ma dopo dobbiamo continuare a scavare per estirpare quel seme maligno per la democrazia che è la speculazione edilizia.
Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati