di Placido Munafò *
Nel 2001 feci approvare dal Consiglio comunale una mozione che ne prevedeva il restauro, sono passati gli anni, ma nulla si è fatto, anzi oggi addirittura non se ne parla più. Restauro e non ristrutturazione, perché l’ex GIL di Macerata è a tutti gli effetti un monumento vincolato dalla Soprintendenza. Questo è bene ribadirlo. Deturpato nei decenni passati dei suoi caratteri formali e nell’immagine complessiva sembrerebbe così come ci appare oggi un edificio come tutti gli altri e invece non è così.E’ l’unico esempio di architettura razionalista nella Provincia di Macerata e azzarderei nelle Marche e merita urgenti lavori di restauro volti a ripristinarne i suoi caratteri originari senza ricercare nuove prestazioni rifacendosi magari alle nuove normative. Ha un elegante rapporto vuoto pieni, ovvero tra superfici finestrate e pareti piene sostenuto da una tecnologia dei serramenti e degli infissi all’epoca all’avanguardia: finestre a nastro e facciata continua metallica sul corpo scala centrale.
Il progettista, arch. Mario Ridolfi, fece un lunghissimo viaggio in moto dall’Italia in Germania per appropriarsi di questa tecnologia che vede la sua applicazione proprio nell’ex GIL di Macerata. L’edificio progettato tra il 1933 e il 1934, fu inaugurato nel 1935. L’arch. Ridolfi all’epoca giovane architetto si pose in antitesi all’architettura dell’arch. Bazzani che a Macerata aveva monopolizzato la progettazione degli edifici pubblici come le Poste, il Palazzo degli Studi, il Mutilato. Quest’ultimo risentì sicuramente della progettazione dell’ex GIL da parte di Ridolfi, perché l’arch. Bazzani passò dallo stile neo classico a quello Littorio. Sebbene il Bazzani possedesse una buona conoscenza tecnica sulle nuove tecnologie del cemento armato, fu però Ridolfi ad applicarlo nella nostra Provincia così come oggi la conosciamo. Il corpo di fabbrica parallelo al viale della stazione vede infatti per la prima volta a Macerata l’utilizzo del telaio in cemento armato denunciandone nell’architettura dell’ex GIL i suoi caratteri. Concepì l’ex GIL con una planimetria a “U”, riutilizzando in parte la vecchia preesistenza in muratura dove era allocata una falegnameria (corpo di fabbrica a sinistra rispetto all’ingresso) ed inserendo un nuovo corpo di fabbrica tecnicamente innovativo per la nostra Regione (parallelo al viale della stazione). In questo corpo di fabbrica era anche previsto un pilotis, oggi chiuso da una muratura eseguita negli anni ’50, che consentiva uno scorcio diretto verso il piazzale interno originariamente adibito ad attività sportive all’aperto “sporcato” oggi da una struttura paradossale, per il contesto in cui è collocata, che accoglie la piscina. E che dire dell’intonaco originale in “terranova” con colorazioni che esaltavano i volumi? L’antracite e il bianco. Oggi l’edificio nel suo insieme versa in cattive condizioni ed urgente intervenire ripristinando l’originaria architettura (anche degli intonaci) per ridare quell’immagine che bene rende la sperimentazione architettoniche che negli anni ’30 vide l’Italia protagonista. Non vi era infatti un’architettura di Stato come in Germania o in Russia che imponevano stili architettonici ben precisi, in Italia coesistevano e furono tollerate differenti linee di pensiero, dal neo classico, al razionalismo al Littorio. Fatto da sottolineare è che Macerata, nel suo piccolo è un esempio forse unico nella Regione che vede rappresentati tutti questi tre stili architettonici.
* Prof. Ing. Placido Munafò, già assessore e consiglire comunale del Comitato Menghi
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