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Oren trionfa nel Trovatore
della “pira” e della Pirozzi

RECENSIONE - Il Macerata Opera Festival cala l’asso del tris che fa gridare al bis. Chiude in crescendo il terzetto delle inaugurazioni, che sale dal piano nobile di Otello, all’attico di Norma, al superattico vista mare del Trovatore. LE FOTO DELLA PRIMA

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Anna Pirozzi (Leonora) – Foto Tabocchini

 

Maria Stefania Gelsomini

Maria Stefania Gelsomini

 

di Maria Stefania Gelsomini

L’allestimento impetuoso di Francisco Negrin torna a infiammare lo Sferisterio, e il merito non va solo alle vampe che stridono sul palco. Nel 2013 fu un grande successo, quest’anno lo è e lo sarà ancora di più. Se dovessimo definire con una parola questo Trovatore sarebbe la forza, un lampo che esplode e squarcia il cielo di Biscaglia. Intanto, qui siamo su un altro pianeta, il pianeta Oren. È lui la superstar, il trascinatore assoluto dell’orchestra e di un cast eccellente. Il maestro israeliano atterra a Macerata senza clamori né squilli di tromba, quasi in sordina, ma la presenza, il carisma e il genio si fanno sentire al primo gesto della sua bacchetta magica, un gesto che è spettacolo nello spettacolo (e chi poi ha avuto la fortuna di assistere alle sue prove sa di cosa stiamo parlando).

prima del trovatore sferisterio macerata opera festval 2016 foto ap (20)

Grande direzione di Daniel Oren (foto Petinari)

 

Daniel Oren

Daniel Oren

Daniel Oren, l’ex enfant prodige della direzione d’orchestra che sarebbe capace di trasformare in melodia anche il trillo di un postino mentre suona il campanello, ha regalato a Macerata una serata di musica con la emme maiuscola. Accanto a una delle bacchette più prestigiose al mondo, un cast altrettanto stellare, non tanto per fama forse, ma per bravura. Come canta Anna Pirozzi, e che piacere ascoltarla! Voce bellissima, tecnicamente ineccepibile, esprime con estrema naturalezza tutta l’anima del personaggio. È dolce, dolente, appassionata, eroica quando deve essere dolce, dolente, appassionata, eroica (lunghissimo l’applauso al termine dell’aria “D’amor sull’ali rosee”). La sublime interprete di una Leonora da brividi torna a Macerata dopo il successo personale in Cavalleria rusticana e Pagliacci dello scorso anno, e peccato che per il prossimo sia già impegnata altrove, perché Micheli l’avrebbe tanto voluta per Turandot 2017, e noi anche.

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Enkelejda Shkosa (Azucena)  – Foto Tabocchini

Questo è il Trovatore della pira e della Pirozzi, ma la soprano se la batte (e ce ne fossero di battaglie così) con l’altra eroina femminile: l’intensa e drammatica Azucena di Enkelejda Shkosa. La mezzosoprano albanese, unica voce riconfermata (insieme a Rosanna Lo Greco) del cast 2013, accresce il successo personale conseguito nello stesso ruolo tre anni fa. Torna con un’interpretazione ancora più vibrante, con una voce sempre più bella, piena di chiaroscuri, carica di amore e di odio, di dolore e di vendetta. Piacevole scoperta per Macerata anche l’ottimo tenore sardo Piero Pretti nei panni di Manrico, al decimo anno di carriera. Un Trovatore degno di questo nome, che ha deliziato lo Sferisterio con le sue arie e i suoi acuti, tenuti a lungo con personalità, e ha portato a casa la celeberrima cabaletta “Di quella pira” con grande forza e sicurezza vocale, ricambiato dal sincero apprezzamento del pubblico. Detto ciò, la notizia, non trascurabile, è che dopo Stuart Neill e Rubens Pelizzari, con Pretti quest’anno possiamo dire di avere tre tenori, tre fior di tenori.

trovatore tabocchini (1)Bellissima voce e prova più che convincente anche per il fratello-rivale Conte di Luna, il baritono Marco Caria, già applaudito nel 2015 allo Sferisterio come Tonio nei Pagliacci, che ha tratteggiato un personaggio efficace tanto nel suo odio per Manrico quanto nel suo amore per Leonora. Bene il Ferrando del basso Alessandro Spina e tutti gli altri cantanti: Rosanna Lo Greco (Ines), Augusto Celsi (Ruiz), Alessandro Pucci (un messo). Il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da Carlo Morganti e il Complesso di palcoscenico Banda “Salvadei”, insieme alla Fondazione Orchestra Regionale delle Marche hanno contribuito al successo della serata.

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Il thriller di Negrin (è la fiesta registica spagnola quest’anno) è un giallo che si tinge di rosso. Il filo della narrazione della fosca vicenda di Biscaglia si mantiene su due livelli temporali, con il passato sempre in primo piano, come motore determinante delle azioni del presente. Il passato è la madre di Azucena, accusata di stregoneria e arsa viva dal vecchio conte di Luna, che compare sempre avvolta dalla luce rossa delle fiamme nei momenti salienti del racconto, in cima alla torre o mentre manovra i lacci rossi del destino dei personaggi. Il passato è il figlio che Azucena getta nelle fiamme, un’ombra sempre palpabile, un piccolo fantasma onnipresente ora compassionevole ora accusatore nei confronti della madre zingara che l’ha ucciso per errore. Le scene immerse nel buio (le luci sono di Bruno Poet), spezzato solo dalle luci bianche o rosse che bordano i due lunghissimi tavoli che occupano la scena, o dai lampadari che pendono dal muro di fondo, accentuano le atmosfere cupe del dramma verdiano, come i costumi neri di Louis Désiré (sue anche le scenografie), che veste di rosso solo Ferrando e gli uomini del conte di Luna, ma pone dei veli di tulle rosso anche sul capo delle monache e di Leonora che sta per entrare in convento, convinta che Manrico sia morto. Quando il muro si accende di fuoco, quando i bracieri alzano le fiamme al cielo, e quando nel finale i tavoli si incendiano in tutta la loro lunghezza si resta, pur avendolo già visto, senza fiato. Le scene, essenziali, sono create anche dai movimenti perfetti delle masse che si raggruppano o scorrono in file indiane, e dalle geometrie dei personaggi che idealmente e fisicamente si incontrano e si scontrano, combattono, corrono e si rincorrono in quadri che non sono mai statici.

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Chi va all’opera per la prima volta deve aver fortuna: se incappa in un brutto spettacolo è probabile che non tornerà più, ma se assiste a una serata come quella di ieri sera amerà la lirica per il resto della vita. Perciò un appello: peccato mortale non andare a vedere questo Trovatore, lasciare anche una sola poltrona vuota alle prossime recite, lasciarsi sfuggire questa bella pagina di musica e soprattutto una rara occasione per emozionarsi.

Alla fine un autentico meritato tripudio per le due primedonne, Azucena e Leonora alias Shkosa e Pirozzi, e applausi scroscianti per tutti, il tenore Pretti, il baritono Caria, il basso Spina, comprimari, coro, mimi, regista, scenografo/costumista e light designer. Ma l’ovazione più forte è stata per Daniel Oren ed è scattata appena dopo l’ultima nota, prima ancora che il maestro lasciasse il podio, per proseguire poi sul palco, dove è arrivato di corsa abbracciando simbolicamente tutta l’arena. In effetti, uno spettacolo da spellarsi le mani (stavolta, lo confesso, la lacrimuccia di commozione ci è scappata).

Ospiti d’onore della serata, nel palchetto autorità, il sindaco e l’assessore alla cultura di Recanati Francesco Fiordomo e Rita Soccio: erano lì a promuovere la candidatura della cittadina leopardiana a capitale italiana della cultura 2018, col sostegno di Macerata e del Macerata Opera Festival. Prossimi appuntamenti con il Trovatore il 6 (direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa) e il 12 agosto.

(foto Andrea Petinari, foto di scena di Alfredo Tabocchini)

 

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