di Walter Cortella
Il Festival Macerata Teatro propone un lavoro contemporaneo ispirato all’opera di Euripide Giornali e televisione di tanto in tanto riportano la notizia di una madre che ha ucciso il suo bambino, commettendo il delitto più atroce che si possa immaginare, proprio perché compiuto da una mamma a danno della sua creatura. È assurdo che una donna possa togliere al figlio la vita che lei stessa gli ha dato. Eppure, l’infanticidio fa parte da sempre della storia dell’umanità. Il teatro non poteva ignorare questa tragica realtà e con Euripide, nel 431 a.C., consegnò alla storia l’incredibile vicenda di Medea che, per punire il marito Giasone che l’aveva ripudiata, non esitò ad uccidere i suoi due figli. Da allora, il mito di Medea fa parte della nostra cultura e con una certa frequenza torna a far parlare di sé, tanto nella realtà quanto nella finzione teatrale.
Per il terzo appuntamento del 43° Festival Macerata Teatro, due compagnie liguri, «I cattivi di cuore» di Imperia e il «Teatro del Banchèro» di Taggia, hanno messo in scena al L. Rossi, «From Medea», una co-produzione diretta da Gino Brusco. Si tratta di un lavoro contemporaneo di Grazia Verasani, che prendendo spunto dall’opera di Euripide, ripropone in chiave moderna la tragedia di Medea. Protagoniste della pièce sono quattro donne che hanno in comune una colpa, quella di aver ucciso, in condizioni e per motivi diversi, un loro figlio. Sono rinchiuse in un carcere psichiatrico per scontare la loro pena e nell’angusto spazio di una cella, dove la convivenza diventa davvero difficile, esse finiscono per raccontarsi le proprie storie, inframezzandole con il ricordo di altri episodi della loro vita, meno drammatici se non, addirittura, lieti e divertenti, che culminano nello sberleffo, come nel momento in cui Eloisa declama la sua spiritosa poesia dedicata a quello che oggi viene comunemente indicato come….. «lato B».
Sono donne completamente diverse tra loro, così come i loro figli sono stati soppressi con modalità diverse. Se Vincenza (Maura Amalberti) è la più introversa ed equilibrata, una donna assennata e sensibile, Eloisa (Chiara Giribaldi) è senz’altro la più cinica e spavalda, con i suoi atteggiamenti a volte stravaganti, anticonformisti e dissacratori, da donna vissuta. Se Rina (Federica Spanò), ragazza madre, appare vagamente infantile, sempre con il suo amato pelouche in braccio, Marga (Giorgia Brusco) è la più riservata e vulnerabile, sempre pronta a smussare gli spigoli. Malgrado qualche momento di puro divertimento, ciascuna vive e metabolizza in modo diverso la sua tragedia personale, anche se dalle frammentarie confessioni emerge un sorta di fil rouge che le accomuna: il loro gesto è più che altro frutto di un momento di aberrazione mentale, nel quale la volontà è assente. E qui si coglie la fondamentale differenza con la Medea di Euripide che, invece, compie il suo gesto con fredda determinazione, deliberatamente, per punire l’infedele Giasone. Per tutte e quattro i giudici hanno forse ipotizzato una “non punibilità”, per questo sono ristrette in un carcere psichiatrico e la loro pena viene temporaneamente sospesa. Addirittura Eloisa sostiene che la morte del suo bambino sia da considerarsi un puro incidente e perciò si proclama innocente. Per contro Vincenza, nonostante la fede religiosa, tacita il suo senso di colpa impiccandosi.
Le quattro protagoniste denotano grande bravura nel rendere perfettamente i sentimenti e gli stati d’animo dei singoli personaggi e la loro è stata una performance di altissimo livello artistico, anche se in qualche frangente si sono perduti brandelli di dialogo a causa di veniali errori di tecnica. Peccato, perché il testo è veramente avvincente e merita di essere colto nella sua interezza.
Il tema affrontato, sebbene vissuto in retrospettiva, pone cocenti interrogativi allo spettatore che sicuramente vi ha trovato qualche spunto sul quale riflettere. Quelle donne che uccidono, a volte barbaramente, i loro figli sono da considerare sempre assassine «tout court»? O forse sono vittime di una terribile confusione mentale che le porta a rimuovere la tragica realtà, fino a ritenersi in coscienza innocenti? Chi può dirlo?
La scenografia minimalista ma funzionale di Marco Barberis si avvale del sapiente impianto luci di Antonio Manconi. E che dire, infine, del regista? Bravo per tutte le sue scelte!
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