di Giancarlo Liuti
Da qualche parte si propone di introdurre i dialetti nell’insegnamento scolastico, ma non è una proposta finalizzata a una crescita diciamo culturale quanto invece un’arma politica contro l’unità d’Italia (è ora di finirla col romanesco che impazza in televisione e nel cinema: Roma ladrona, dunque, anche nel parlare) e contro la multiculturalità conseguente all’immigrazione extranazionale ed extracomunitaria. E per quali dialetti sventola questa bandiera? Per il milanese, il veneto, il bergamasco, il bresciano, il varesotto, tutti diversi e tutti riuniti in una schiera bellicosa ma inesistente, perché non è mai esistito un dialetto comune alla cosiddetta, e anch’essa inesistente, Padania. E quale sarebbe la sorte del dialetto maceratese? Rozzo residuo della povera e morente civiltà contadina fra le valli del Chienti e del Potenza. Diceva del resto il linguista americano Max Weinreich: “Una lingua è un dialetto con un esercito”. E quale esercito potrà mai possedere il dialetto maceratese?
Ciò non significa tuttavia che il dialetto non sia qualcosa di molto serio, qualcosa cioè che vale la pena di studiare e di tenere in vita come importante patrimonio culturale legato alla storia, al costume, alle tradizioni di una determinata realtà umana e territoriale. I dialetti lombardi avranno pure un esercito, l’esercito della pressione politica, della maggioranza parlamentare, delle leggi, dei ministri. Ma anche il dialetto maceratese, che un esercito non l’ha mai avuto, ha diritto a una sua peculiare dignità addirittura di lingua. Queste cose le ho capite grazie alla conferenza organizzata dal poeta Giordano De Angelis e tenuta al teatro Don Bosco da Tania Paciaroni, una giovane studiosa nata a Macerata, da anni in attività nel centro dialettologico dell’università di Zurigo e ormai nota a livello europeo per la elevata qualità delle sue ricerche.
Anzitutto il nostro dialetto non è una storpiatura della lingua italiana. Come la maggior parte dei dialetti, esso deriva dal latino. Da quel latino che nel terzo secolo prima di Cristo fu portato qui dai legionari romani. E come gli altri dialetti, è una lingua con la sua grammatica, la sua fonetica, le sue regole. Solo mentali, certo, perché non insegnate a scuola. Ma ci sono e sono rispettate. E cos’è allora la lingua italiana? E’ il dialetto toscano, in particolare fiorentino, che si è legittimamente affermato in virtù del suo maggior potere politico, economico e culturale. Non più solo mentale, il toscano, ma studiato, codificato, insegnato, diffuso come istituzione in ogni parte d’Italia. In definitiva il dialetto maceratese è una lingua che si è evoluta dal latino a Ricina invece che a Firenze. E se avesse avuto la forza storica del dialetto fiorentino, oggi la lingua italiana sarebbe stata – incredibile? – il maceratese.
E ora qualche illuminante curiosità. C’è una linea, da Rimini a La Spezia, che separa i dialetti italiani: al di sotto si dice “mamma” e “palla”, al di sopra la doppia consonante scompare e si dice “mama” e “pala”. Poi c’è un’altra linea, da Ancona a Roma, al di sotto della quale le “ti” diventano “di”, le “pi” diventano “bi” e le “ci” diventano “gi” (“mondagna” invece di “montagna”, “gambo” invece di “campo”). E noi, grosso modo, apparteniamo a questo gruppo. Troppe “u” nel maceratese? Vero, ma sono le stesse “u” del latino: “nero” in italiano, “niru” in maceratese, “nigrum” in latino (così il nostro “vecchiu” e il latino “vetulum”, così il nostro “rusciu” e il latino “russum”). Insomma, siamo più latini dei toscani. E le regole grammaticali? Per esempio il genere neutro, che invece manca alla lingua italiana: noi diciamo “lu feru” (maschile) per intendere un certo oggetto o pezzo di ferro e invece “lo fero” (neutro o collettivo) per intendere il ferro come metallo. Ma non solo. Il maceratese è l’unico dialetto italiano (ce n’è solo un altro, in Lucania) che fra le sue regole prevede quattro generi diversi: maschile, femminile, neutro e genere alternante, ossia maschile o femminile per una stessa parola a seconda dei casi. Esempio di genere alternante: se in italiano diciamo “le uova costano quindi centesimi l’una”, in maceratese diciamo “l’oe costa quindici centesimi l’unu”, oppure, per dire “come le stendi le lenzuola? Una di qua e una di là”, noi diciamo: “Come le spanni sse lenzole? Unu da qua e unu de là”. E le sfumature di significato che l’italiano, invece, non ha? In italiano si dice “così” in ogni caso. Nel maceratese si dice “ccuscì” quando indico a un’altra persona come si fa una certa cosa, “lluscì” quando indico a una persona come una certa cosa la sta facendo un’altra persona, “ssuscì” quando mi rivolgo a una persona che sta facendo una certa cosa come gliel’ho insegnato io.
Il discorso, qui, sarebbe troppo lungo. E, per un ignorante come me, troppo impegnativo. Però, dopo la dotta lezione di Tania Paciaroni, sono un po’ meno ignorante di prima e più consapevole che il dialetto maceratese va protetto come qualsiasi altro patrimonio culturale. Nel parlare comune, nella poesia, nel teatro, perfino a scuola. Contro l’italiano? Ma perché mai creare una competizione omicida fra l’italiano e il maceratese che si concluderebbe con la fatale uccisione del maceratese? Nessuna competizione, semmai un reciproco arricchimento. Cerchiamo dunque di mantenere il nostro locale bilinguismo. Non si è forse migliori se sappiamo parlare l’italiano e l’inglese? D’accordo. Bene, lo siamo ancora di più se sappiamo parlare l’italiano, l’inglese e il maceratese.
Nella foto (da Maceratando.com): una vecchia immagine di piazza Mazzini.
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