
Gianluca Busilacchi
Non basta più leggere l’Italia attraverso la storica contrapposizione tra Nord e Sud. La distribuzione del disagio economico segue oggi linee più complesse, che attraversano i territori e mettono in evidenza una distinzione sempre più netta tra aree centrali e zone periferiche. È quanto emerge dalla ricerca “La povertà in Italia tra ciclo economico e fratture territoriali: nuove prospettive di misurazione”, realizzata dal Dipartimento di economia e diritto dell’Università di Macerata nell’ambito di un progetto Prin che ha coinvolto gli atenei di Roma, Milano e Napoli.
Lo studio, condotto da Gianluca Busilacchi, professore associato di sociologia economica all’Università di Macerata, insieme all’economista Massimo Baldini dell’Università di Modena e Reggio Emilia, introduce un diverso approccio di lettura: accanto ai tradizionali indicatori basati sui consumi, utilizza nuove misure costruite sui dati Bankitalia sul reddito disponibile, tenendo conto del livello dei prezzi e delle differenze geografiche. Ne risulta una rappresentazione meno convenzionale, che evidenzia squilibri interni più articolati rispetto al passato e variazioni significative nella diffusione della povertà. «Guardare ai soli consumi rischia di non cogliere alcune trasformazioni profonde – spiega Busilacchi – quando si considera il reddito disponibile insieme al costo della vita, diventa più evidente la pressione che si concentra nelle grandi città, dove anche chi lavora può trovarsi in difficoltà».
È in questi contesti che si osserva una delle novità più rilevanti: la distanza tra aree centrali e periferiche. Questa linea di separazione si affianca a quella tra Nord e Sud e spesso la attraversa. I dati indicano una maggiore incidenza della povertà nei grandi centri, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il rischio è più elevato, mentre i piccoli comuni risultano relativamente meno esposti. A incidere sono fattori tra loro connessi: il costo dell’abitare, la precarietà occupazionale, le opportunità di lavoro e una disparità di accesso ai servizi. Qui i divari sociali tendono ad ampliarsi e il disagio economico si intensifica. Un ulteriore elemento riguarda la povertà minorile, che non presenta un andamento uniforme. Nel Mezzogiorno coinvolge una quota ampia di minori, mentre nelle regioni settentrionali interessa soprattutto i figli degli immigrati. «Quando si analizza il background familiare dei minori si tende a non distinguere tra le varie situazioni – osserva Busilacchi – invece, sono proprio queste differenze a offrire una lettura più precisa del fenomeno: più diffuso nel Mezzogiorno, più marcato in specifici gruppi al Nord. Questo richiede strumenti di lettura più precisi e politiche capaci di adattarsi alle diverse realtà».
Nel tempo la povertà in Italia ha assunto un carattere strutturale, legato a fattori come la precarietà del lavoro, la composizione familiare, l’età e la condizione migratoria. Negli ultimi anni sono però emerse tendenze meno intuitive: crescono le difficoltà anche tra le famiglie con due redditi e si amplia il numero dei cosiddetti lavoratori poveri (in-work poverty), cioè persone che, pur occupate, non riescono a mantenere livelli di vita adeguati. Nel complesso, lo studio restituisce un’immagine aggiornata del Paese: alle storiche distanze geografiche si affiancano nuove divisioni interne, che attraversano i territori e richiedono strumenti di analisi più mirati e politiche in grado di rispondere alle trasformazioni in atto.
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