
Rosita Gabbianelli e Fatemeh Mansouri
Coltivare ortaggi nutrienti in suoli simili a quelli lunari è possibile e, in alcuni casi, può persino migliorarne il profilo antiossidante. È quanto emerge dallo studio internazionale “Growing Food for the Moon: How Lunar Soil Changes Plant Quality and Biological Effects”, frutto di una collaborazione multidisciplinare che ha visto protagonista l’Università di Camerino.
La ricerca è stata condotta da Fatemeh Mansouri, dottoranda dell’Unità di Biologia Molecolare e Nutrigenomica della Scuola di scienze del farmaco e dei prodotti della salute Unicam, sotto la supervisione di Rosita Gabbianelli, in collaborazione con due Dipartimenti della University of Trás-os-Montes and Alto Douro (Utad) in Portogallo, guidati da Isabel Gaivão e Ana Barros; con il gruppo di ricerca coordinato da Sauro Vittori della Scuola di scienze del farmaco e dei prodotti della salute di Unicam e con Giorgia Pontetti della Ferrari Farm (Italia).
Il progetto integra fisiologia vegetale, chimica analitica, agronomia orientata allo spazio e test biologici in vivo per valutare la fattibilità della coltivazione di piante edibili in suoli lunari simulati e comprenderne gli effetti sulla qualità nutrizionale e sulle risposte biologiche. In vista di future missioni spaziali orientate a una presenza umana stabile sulla Luna e su Marte, lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili e autonomi rappresenta una sfida cruciale: trasportare cibo dalla Terra è infatti costoso e impraticabile nel lungo periodo. Le piante sono elementi chiave dei sistemi bioregenerativi di supporto alla vita, poiché forniscono alimenti freschi e contribuiscono alla produzione di ossigeno e al riciclo delle risorse.
«Lo studio – ha sottolineato Mansouri – ha preso in esame la Brassica rapa var. cymosa, nota come “cima di rapa”, ortaggio ricco di composti bioattivi e caratterizzato da un ciclo di crescita rapido, ideale per ambienti controllati. Le piante sono state coltivate in tre condizioni: sistema idroponico standard, simulante di regolite lunare “highland” e simulante “maria”, materiali terrestri che riproducono le proprietà chimiche e fisiche del suolo lunare reale. La coltivazione è avvenuta nella piattaforma agricola orientata allo spazio Sole (Space Orbital Life Enhancement), sviluppata in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana».
Le analisi biochimiche hanno evidenziato che le piante cresciute nei simulanti lunari — in particolare nel simulante “maria” — presentano un profilo antiossidante potenziato e livelli più elevati di polifenoli, clorofille e carotenoidi rispetto alle piante coltivate in idroponica. Tra i composti individuati figurano acidi fenolici come neoclorogenico, clorogenico e ferulico, associati a migliori performance locomotorie nel modello biologico utilizzato. Elemento innovativo dello studio è stata la valutazione in vivo mediante Drosophila melanogaster, effettuata in collaborazione con il partner portoghese, per analizzare non solo la composizione delle piante ma anche i loro effetti su integrità del Dna, comportamento, riproduzione e longevità. Pur osservando un lieve danno al Dna nelle fasi larvali precoci, non sono emerse conseguenze negative nell’età adulta: riproduzione, comportamento e durata della vita sono rimasti nella norma e, in alcuni casi, le drosofile alimentate con piante cresciute nel simulante “maria” hanno mostrato performance locomotorie migliori.
Nel complesso, i risultati indicano che i suoli lunari simulati possono supportare la crescita di colture nutrienti e biologicamente compatibili con la salute dell’organismo modello. La ricerca offre indicazioni preziose per la progettazione di sistemi agricoli sicuri e sostenibili per future missioni spaziali e può avere ricadute anche sull’agricoltura terrestre, in particolare in ambienti estremi o degradati, contribuendo a migliorare resilienza e qualità nutrizionale delle colture. «Lo studio – ha dichiarato Gabbianelli – ha già suscitato interesse internazionale, in particolare da parte del Plant Analysis Working Group di Nasa GeneLab. Il team è attualmente coinvolto nella progettazione di nuove collaborazioni e bandi internazionali per approfondire gli effetti delle condizioni di crescita spaziali su metabolismo vegetale e sicurezza funzionale, con l’obiettivo di porre le basi per una presenza umana sostenibile oltre la Terra».
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Ode alla Luna ritardataria
Ah, Luna mia, Luna ’e cartone,
che staje llà suspisa comme ’na sposa
ca se fa pregà, se fa desiderà
e po’ te dice: «Aspetta, nun è ancora ’o tiempo!»
Artemis II, povera creatura,
aviva partì ’o primo aprile,
ma ’e perdite ’e idrogeno, ’e perdite ’e elio,
hanno fatto ’o diavolo a quattro:
«Nun partimmo, nun partimmo,
ca ce scappano ’e gasse comme ’a ’na caffettiera sfasciata!»
E accussì se ne vanno ’e juorne,
ritardi su ritardi,
comme quanno ’a zia Nunziata
se prepara pe’ asci’ e po’ se ferma
a guardà ’o specchio pe’ n’ora e meza.
Artemis IV, ’o primo vero abbraccio co’ ’a Luna,
s’è spostato al 2028,
primavera, sperammo,
ma primma ce sta Artemis III nel ’27,
che nun va manco ’a Luna:
sta ’n’orbita terrestre a fà ’e prove,
a vasà ’e lander ’e SpaceX e Blue Origin
comme doi guaglioni ca se ’mparano a ballà
senza musica.
E ’o ritorno, ah, ’o ritorno è ’a cosa cchiù brutta!
Ce vò ’nu veicolo ca se stacca d’ ’a Luna,
se ncuntra cu Orion llà ncoppa,
e po’ scenne nterra senza se sfascià.
Oggi nun ce sta ancora,
è tutto ’nu «forse», ’nu «sperammo»,
comme quanno dicimmo:
«Aggio ’a fernì ’e pagà ’e bollette… ma nun oggi».
Luna bella, Luna traditora,
te vulimmo venì a truvà,
ma tu te faje desiderà
comme ’na femmena ca sape
ca senza ’e ritardi nun ce sarebbe passione.
E noi, terragnoli cu ’e scarpe sporche ’e fango,
ce mettimm’ a guardà ’o cielo
e sospirammo:
«Quanno è ’o juorno ca ce mbrugliammo
pe’ magnà ’e cime ’e rapa llà ncoppa…
senza commesse, senza cassiere,
sulo cu nu robot ca ce dice:
«Guagliò, pigliale tu stesso,
ca io sto carricanno ’e batterie!»
Ah, Luna, si’ sempe ’a stessa:
promesse, ritardi e sogni.
Ma quanno arriverai,
quanno finalmente ce farai trasì
’n’ ‘o lietto tuoio fatto ’e regolite,
allora sì ca canteràmo
’n’ata ode…
forse nel duemila ventotto…
forse.E mo’ basta,
ca pure ’a poesia se stanca
d’aspettà.
Vatténne, Artemis,
e quanno parte,
salutame ’a Luna…
e dille ca nuje ccà sotto
stammo ancora aspettanno
cu ’o core ’n mano
e ’o portafoglio stritto.