di Giancarlo Liuti
Macerata può andare orgogliosa di avere fra i suoi figli Dante Ferretti, lo scenografo cinematografico corteggiato dai più affermati registi e vincitore di ben tre premi Oscar, uno dei quali per il film “Ugo Cabret” di Martin Scorsese, lo straordinario potere suggestivo delle cui sequenze si deve soprattutto a lui. E l’università maceratese ha preso atto del suo prestigio dandogli la laurea ad honorem per la comunicazione. Ma Ferretti aveva un altro sogno, quello di diventare, ufficialmente, architetto. L’architettura, del resto, non è forse l’arte di progettare e costruire, cosa nella quale Ferretti è appunto maestro per gli esterni e gli interni dei film? Un sogno che adesso s’è avverato con la laurea ad honorem da parte della facoltà di architettura della Sapienza di Roma. Il che si deve anche a un altro maceratese purosangue, l’architetto Giancarlo Capici, del quale il rettore di quell’università, suo amico, accolse di buon grado i suggerimenti. Ed è proprio di Capici che stavolta intendo parlare anche – ma non solo – come assiduo e non secondario protagonista della vita culturale di Macerata.
Egli nacque nel 1934 in via Crescimbeni, fece le medie ai Salesiani, si trasferì a Napoli col padre ingegnere e, tornato a Macerata, vi frequentò il liceo scientifico e si iscrisse alla facoltà romana di architettura presso la quale si laureò nel 1961. Nel frattempo partecipò attivamente alla politica locale come esponente del partito repubblicano di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini che in città era guidato da Nicola Martorelli e nelle cui file militava Fulvio Benedetti, uno strenuo sostenitore, con altri, del rilancio dello Sferisterio. Il Pri, allora, era in giunta con la Dc e il Psdi, ma le sue idee in tema di urbanizzazione differivano da quelle degli altri, ad esempio nell’ostacolare lo sviluppo della città a valle di viale Leopardi e nel favorire il versante opposto, diciamo nella zona dell’attuale ParkSì, il che fu ottenuto. Un’amministrazione comunale molto “dialettica”, insomma, nella quale i repubblicani riuscirono spesso a far valere le loro ragioni. In quegli anni il giovane architetto Capici partecipò col collega Silvano Iommi al piano di recupero dello Sferisterio e, personalmente, al recupero di Palazzo Ricci. Suo fu il progetto della sede estiva della Filarmonica, a lui si dovettero la ristrutturazione di Largo Affede e la progettazione delle filiali della Cassa di Risparmio a Matelica, a Sanginesio e, la più importante, a Roma.
Nella sua duplice residenza a Macerata e nella capitale, Capici seppe farsi amico e consigliere di personaggi di primo livello nazionale in vari campi della cultura, fra cui, per citarne uno, l’autore di effetti speciali nel cinema Carlo Rambaldi (tre premi Oscar, creatore delle fattezze dell’alieno “Et” nel celebre film di Spielberg), col quale viaggiò in Spagna e a Malta. Gli interessi e le iniziative di Capici, dunque, non si limitarono all’architettura in senso stretto, tanto che lui stesso si definisce un “architetto freelance”, ossia sganciato da impegni esclusivamente professionali e aperto a ogni genere di esperienze, in prima persona o da prezioso stimolatore di iniziative altrui.
Finché, nel 1989, creò qualcosa di interamente suo: la casa editrice “Pilaedit” dalla quale nel corso degli anni uscirono monumentali volumi di storia dell’arte non soltanto architettonica come i due sullo Sferisterio di Macerata con prefazione di Spadolini, quello sul teatro nuovo di Spoleto, quello su Recanati e altri di minor mole ma con la medesima particolarità di porre in evidenza personaggi maceratesi come il seicentesco ingegnere militare Pompeo Floriani, autore di fortificazioni a Tunisi e a Malta, o marchigiani come l’ottocentesco architetto Giuseppe Sacconi col suo colossale “Vittoriano”, a Roma, in onore di Vittorio Emanuele II. Il discorso, qui, spazierebbe ben oltre le Marche e si farebbe troppo lungo. Sta di fatto che in quanto a informazione storica ed esaltazione dei fasti dell’architettura le edizioni “Pilaedit” non hanno avuto uguali in Italia. Ecco allora perché Macerata merita l’appellativo di “Atene delle Marche” anche grazie a Giancarlo Capici.
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