di Filippo Davoli
Giuseppe Bommarito è un nome di casa, in Cronache Maceratesi. La sua penna fluente, precisa, appuntita, la conosciamo e stimiamo per le folgoranti inchieste che conduce nel nostro territorio a caccia di malefatte pubbliche e private. Avvocato di grido, Bommarito tuttavia ha anche una passione segreta nel cassetto, che di tanto in tanto porta alla luce: non solo inchieste, non solo cause nel Foro, ma anche romanzi.
“Macerata racconta”, la bella manifestazione legata all’editoria che si svolge in città da qualche anno, sarà la cornice illustre all’interno della quale Peppe (affettuosamente noi amici lo chiamiamo così) presenterà il suo nuovo romanzo. Per meglio dire, sarò io a farlo, visto che il Bommarito mi onora della sua stima e mi ha da tempo nominato suo presentatore.
Giuseppe Bommarito è uno che si accetta a scatola chiusa, ancor prima di sfogliare il suo libro, ben conoscendone le qualità dialettiche e la proprietà di fraseggio: quanto potrà essere differente il suo approccio alla narrativa? Certo, le corde della scrittura creativa non sono automatismi legati allo studio della grammatica e della sintassi; l’alfabetizzazione letteraria non corrisponde de iure al soffio dell’arte. Ma Bommarito non delude.
Il suo romanzo è piuttosto un voluto spaesamento, in cui i personaggi vivono – ognuno nel suo segreto – il medesimo smarrimento, la lotta con le contrarietà della vita e le tentazioni perverse del male. Sono tante voci di un unico e medesimo discorso. Quello di chi rimane soggiogato da una crudelissima conoscenza (la droga) e per essa si travolge e travolge la vita e la felicità sua e di chi gli sta intorno. Ma i dialoghi tra i personaggi arrivano soltanto alla fine di una riflessione che è piuttosto un tormento interiore, oppure il contrario: dai brevi dialoghi si originano flussi di coscienza lunghi e trascinanti, tumultuosi e drammatici. Sì che ho come la certezza che, in preda al suo rovello maggiore, quello legato alla scomparsa del figlio Nicola, l’amico autore continui a ripercorrerne le orme ricominciando di continuo a dialogare con lui e con sé stesso, con la storia e il destino che gli sono capitati, con la volontà di annientamento che ha spezzato il disegno di tutt’altro indirizzo che la vita umana reca con sé nel proprio Dna. L’autore dialoga con i suoi personaggi interiori, tenta un forse involontario risarcimento dal dolore nell’inchiodarsi fino in fondo ad ogni sfaccettatura del proprio dramma familiare e personale; in fondo, potremmo dire, sta parlando a quel Dio che – come scrive in alcuni passaggi particolarmente intensi – chissà perché a volte non risponde, non interviene, resta a guardare.
Sì: il discorso di ognuno dei personaggi a cui Bommarito dà vita, sebbene calato nella propria identità a sé stante, è come un perenne canto di ritorno al fondamento della domanda regina di ogni uomo: perché la vita? E perché la morte? Bommarito, vestendo i panni di ognuno dei protagonisti, resta tuttavia dentro la propria domanda, scava senza concessioni a fughe o aggiustamenti, rovista il cuore dell’uomo che – è dato credere, e lo condividiamo tout court – è lo stesso ad ogni latitudine spazio-temporale; ora si tratterà di placare quell’urlo e permettere alla voce narrativa – che Bommarito possiede e che prima o poi egli stesso si sorprenderà di ascoltare, inconosciuta sino ad allora – di rispondere a quella pressante richiesta di luce e di senso.
Il libro “Sia fatta la tua volontà” è edito da Italic Pequod (un altro punto messo a segno dalla piccola ma vivace e felice casa editrice anconitana). Viene presentato agli Antichi Forni giovedì prossimo, 5 maggio, alle 18,30. Vale la pena esserci e acquistarlo.
Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati