Organizzato da Confartigianato Imprese Macerata, si è tenuto al Teatro Lauro Rossi di Macerata il convegno dal titolo “Giovani senza lavoro”. Sono intervenuti Stefano Barbarini, che ha presentato i risultati dell’indagine “Famiglie Marchigiane e Mercato del Lavoro”, Enzo Rullani, Professore di Economia della Conoscenza TeDIS, Venice International University, Giuliano Bianchi, segretario provinciale di Confartigianato Imprese e Marco Ferracuti, Segretario Provinciale Cisl.
Barbarini ha documentato che, nella nostra regione, nella fascia di età 15-64 anni, dal 2008 al 2010 il tasso di attività è passato dal 68,5% al 66,1%, il tasso di occupazione dal 65,5% al 60,6% mentre il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 4,3% all’8,4%. Le componenti sociali maggiormente toccate da questa ridotta partecipazione al mercato del lavoro sono i giovani e le donne. Dall’analisi della distribuzione per età emerge che i segmenti più penalizzati sono quello dai 25 ai 34 anni ( disoccupazione al 14,6% ) e soprattutto quello dai 15 ai 24 anni, (tasso di disoccupazione del 29,1%). Lo stesso accade per la componente femminile: il tasso di attività è pari al 69,2% (74,4% nei maschi), il tasso di occupazione è del 52,1% (negli uomini il 74,4%) e analogo distacco si riscontra anche nel tasso di disoccupazione: una donna su 10 è disoccupata (10,1%) rispetto al più contenuto 7% dei maschi.
Altri dati che emergono dall’indagine: i titoli di studio perdono in parte il loro tradizionale carattere di trampolino per un impiego stabile, i giovani si dicono disponibili a lavorare “con qualsiasi forma contrattuale” (89% dei maschi, 92,5% delle femmine), a farlo per compensi anche non elevati (attorno ai 1.000 euro mensili) ed addirittura ad accettare forme di impiego in assenza di regolare contratto di lavoro (il 27,5% degli uomini, il 36,8% delle donne); essi preferiscono ancora, tra le tipologie di lavoro, quello dipendente (70% dei maschi, 62,5% delle femmine).
Secondo il professor Rullani «la crisi che stiamo vivendo non sarà di breve durata e comunque, dopo, nulla sarà più come prima: i paesi emergenti non sono una meteora, i loro ritmi di crescita saranno ancora per molto tempo di gran lunga superiori a quelli dei paesi più industrializzati per cui le nostre imprese, se vogliono sopravvivere, dovranno aprirsi totalmente a questi nuovi mercati. La globalizzazione non va subita ma va sfruttata. Ma per poter far ciò le nostre imprese, per lo più piccole e medie imprese, dovranno riorganizzarsi, dovranno abituarsi a lavorare in filiera, una filiera chiaramente da ripensare e da accompagnare (questa sarà la “mission” del futuro per le associazioni di categoria), finalizzata anche alla comunicazione onde far conoscere e vendere non solo prodotti ma anche stili di vita, capace di conoscere a sua volta, in tempo reale, bisogni e desideri dei nuovi mercati onde agire tempestivamente di conseguenza, capace infine di moltiplicare la resa derivante da un’idea e da un progetto. Ecco quindi che le imprese debbono completamente ripensare la loro organizzazione: il capitale umano, da sempre artefice delle fortune delle nostre imprese, non potrà più prescindere dai giovani: sono loro i portatori di nuove conoscenze, di innovazione, di creatività, di padronanza delle nuove indispensabili tecnologie quali l’ITC, di disponibilità a viaggiare, a vivere un’avventura, a scoprire giorno dopo giorno nuove frontiere, a rischiare in prima persona. Ma perché ciò accada occorre che la scuola e la formazione in genere supportino questa loro indole: i giovani debbono aprirsi a nuove conoscenze e culture, diventare cittadini del mondo a tutto tondo!».
Marco Ferracuti, ha fornito alcuni interessanti dati di carattere generale sul mercato del lavoro in provincia di Macerata: «Ci sono oggi ben 4.300 lavoratori in mobilità (dieci anni fa erano meno di 200); le tipologie di lavoro vedono crescere sempre più quello non qualificato (l’opposto di quanto sarebbe necessario per il rafforzamento delle imprese), l’alto grado di flessibilità ha determinato di fatto l’incremento della precarietà, tanto da far considerare, erroneamente, sinonimi i due termini; le nuove assunzioni “a tempo indeterminato” sono appena del 9,4%, vi è un abuso di strumenti quali tirocini e voucher i quali, pensati per favorire inserimenti nel mondo del lavoro e combattere il lavoro nero, si sono di fatto trasformati in mezzi illegittimi per abbattere costi a spese delle tutele per i lavoratori. Ed in tutto questo panorama chi paga maggiormente dazio è il giovane».
Giuliano Bianchi ha condiviso, seppur con alcuni distinguo, gli interventi degli altri relatori: « I giovani sono il futuro delle imprese, il futuro è necessariamente loro: il giovane però deve esser parte attiva, impegnarsi nella propria formazione anche oltre quanto offerto oggi dalla scuola che mostra al riguardo non poche lacune, proporsi e farsi conoscere dalle aziende, non aspettare passivamente che qualcuno venga a cercarlo per offrirgli un lavoro; il giovane deve infine mettersi in gioco, scommettere su se stesso e magari scommettere insieme al datore di lavoro pronto a condividerne i risultati, nel bene ma anche nel male. Circa le tutele per i lavoratori, va bene cercarne di più ampie (ma nell’ambito di una reale sostenibilità economica), ma occorre al contempo superare visioni e modelli contrattuali validi 50 anni fa: l’equità sociale si persegue alzando i livelli di protezione per chi ne ha pochi o niente, ma tagliando simultaneamente privilegi e posizioni acquisite, oggi anacronistiche rispetto al mondo che viviamo, senza frapporre ostacoli o divieti. In altre parole non siamo più in grado di offrire protezioni sociali a tutti: i rischi come i benefici vanno ridistribuiti, i lavoratori dipendenti che perdono il lavoro vanno tutelati al pari dei lavoratori autonomi e degli imprenditori che debbono cessare la loro attività, non possiamo pensare ad un welfare stabile e con standard elevati in un mondo ( in un’economia) che fa dell’instabilità l’unica certezza».
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quindi posso ritenere che la confartigiantao è favorevole all’immediata applicazione del sistema contributivo pro rata a tutti i pensionandi
Gli interventi tra “virgolette” sono secondo me qualcosa di una banalità disarmante, sembrano un tema delle elementari.
“La globalizzazione va sfruttata”, esatto fate lavorare le menti indiane, la manualità (di basso calibro) cinese e le industrie brasiliane. Lasciate a casa noi, vi costiamo troppo e non sappiamo far niente.
L’ultima frase riportata nell’articolo credo sia quanto di più fuori luogo si possa dire:
– inanzitutto vorrei vedere i numeri: giovani che si propongono vs “giovani che aspettano passivi”;
– poi, “scommettere insieme al datore di lavoro” è un contro-senso dato che il datore di lavoro non c’è (essendo disoccupati),
– infine siete voi che dovete scommettere su quelli di noi che si propongono, che lottano per lavorare.
Ma se aspettiamo che voi investiate su di noi…io intanto sono andato a lavorare a Nord: mi sono proposto e ho cercato attivamente per N mesi a casa mia, nessuno ha scommesso e allora sono andato dove la gente scommette un po’ di più (ritornerò? cosa mi avete dato per voler ritornare e magari meritarvi quel poco di esperienza che ho fatto), lo farei al massimo in nome della mia terra.
Intanto che lavoro continuo a contattare aziende (mandare CV, certo con meno intensità di prima) e non ottengo risposte (anche un “no, perchè …” sarebbe gradito).
Benchè non se ne parli c’è anche un’altro tema secondo me scottante ed inerente: Il ricambio generazionale.
Esso verrà a mancare non solo nella manodopera specializzata (fonte importantissima di lavoro, sopratutto dalle nostre parti) ma anche nella progettazione, sviluppo di progetti e gestione delle aziende.
Tutte queste attività (un tempo fatte in casa) vengono sempre di più date a società contrattiste (se siamo fortunati italiane), che prendono personale a chiamata quando ne hanno bisogno e magari pagano con le modalità incriminate (stage, tempo determinato, voucher ecc…), ed i fortunati giovani che lavorano non avendo nessuno che insegna loro, come fanno ad ottenere un obiettivo? Chiameranno altre società contrattiste ecc…non ci faremo più niente in casa.
Però mi raccomando, l’importante è che il marchio made in italy ci sia, vera pelle pure, la marca poi non ne parliamo.
Ma chi ha fatto tali scarpe non si sa.
Parlo in base alla mia esperienza, poi magari sono il solo ad averla vissuta.