Il professor Angelo Ventrone
di Alessandra Pierini
Con la conferma da parte della Cassazione dell’ergastolo per Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, si chiude la partita giudiziaria sugli esecutori materiali della strage di Bologna, che il 2 agosto 1980 causò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200. Il professor Angelo Ventrone, docente di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Macerata, direttore del Dipartimento di Scienze politiche, della comunicazione e delle relazioni internazionali. Le sue ricerche si sono concentrate sul Novecento italiano ed europeo, in particolare, sull’incontro tra modernità, tecnica e violenza, sul ruolo dei partiti di massa, sulla rappresentazione dell’avversario politico, sulla contestazione e violenza politica con diversi studi e pubblicazioni proprio sulla strategia del terrore.
La sentenza della Cassazione ha utilizzato quella che è stata la sua lettura delle vicende legate a piazza Fontana.
La strage di Bologna
Professor Ventrone, la Cassazione ha confermato la condanna definitiva di Paolo Bellini per la strage di Bologna. Qual è il significato storico e politico di questa sentenza?
«Come hanno detto i famigliari delle vittime, “si è chiuso un cerchio”. Grazie a questo processo, che si somma a quelli precedenti, non solo conosciamo i nomi di diversi attentatori, ma soprattutto abbiamo la certezza delle responsabilità dell’estrema destra neofascista in tutte le stragi, a partire da quella di piazza Fontana il 12 dicembre 1969. Questa sentenza ha tuttavia aggiunto un elemento fondamentale: individua infatti alcuni dei mandanti dell’intera strategia della tensione. Ovvero, Licio Gelli, la loggia massonica P2 e Federico Umberto D’Amato, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno. È evidente che la conferma di questa tesi in tutti e tre i gradi di giudizio apre una questione di enorme rilevanza: le responsabilità di uomini delle istituzioni nella stagione che ha insanguinato il Paese. Credo sia giunto il momento che lo Stato riconosca definitivamente che al suo interno, e per di più in posizioni strategiche, si sono annidati uomini che invece di difendere la Repubblica l’hanno ferita profondamente. È una grande occasione per ricucire il rapporto tra Stato e cittadini che proprio quelle vicende hanno lacerato».
Il professor Angelo Ventrone (al centro) con la sua “squadra”: il 18 giugno è stato riconfermato alla guida del Dipartimento di Scienze politiche, comunicazione e relazioni internazionali
La sentenza ha accolto l’impostazione interpretativa che lei ha proposto. Può spiegare in cosa consiste questa “lettura” e quali sono i suoi punti cardine?
«Gli estensori della sentenza di primo grado, in modo inusuale ma accorto, si sono serviti anche dei contributi degli storici. In particolare, e con mia sorpresa, perché l’ho scoperto solo leggendo la sentenza, hanno ritenuto che i miei lavori fornissero un’utile chiave di lettura. La mia tesi principale è che la nebbia che è a lungo circolata su queste oscure vicende non sia nata casualmente, ma sia stata al contrario il principale obiettivo da raggiungere. La strategia consisteva nel far fare gli attentati alla destra neofascista, accusando la sinistra di esserne responsabile, ma poi, con studiato tempismo, far filtrare che forse era stata veramente la destra. Così, si screditavano tanto la sinistra quanto la destra, accusate di essere all’origine del caos che aveva colpito il Paese, e si spingeva l’elettorato, spaventato, a votare per i partiti centristi. La strategia della tensione non è nata infatti per destabilizzare l’Italia e portarla di nuovo verso un regime autoritario, ma, al contrario di quanto a lungo abbiamo creduto, per stabilizzare la situazione politica, rafforzando le forze moderate. Tuttavia, sulle responsabilità politiche sappiamo ancora troppo poco».
Secondo lei, dopo decenni di ombre e depistaggi, possiamo finalmente parlare di verità giudiziaria completa?
«Completa ancora no, e chissà se mai ci arriveremo. Ma ormai abbiamo certezza degli ambienti che hanno ideato, promosso, finanziato, agevolato quella drammatica stagione».
Ritiene che l’opinione pubblica, e soprattutto le nuove generazioni, abbiano oggi consapevolezza della portata di quelle vicende?
Quando ne parlo ai miei studenti o nelle occasioni di dibattito pubblico, noto sempre una grande attenzione. Credo che ciò dipenda anche dalla stridente contraddizione che quelle drammatiche vicende fanno emergere: la fragilità della democrazia e, nello stesso tempo, paradossalmente, la sua forza quando riesce a contare sull’impegno dei cittadini, come accadde proprio in quegli anni, per difenderla e farla crescere».
Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati
Grandi scoperte.