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Inchiesta sull’untore dell’Hiv,
Pinti sarà giudicato con l’abbreviato
Chiesti 7,5 milioni dalle vittime

SI E' CONCLUSA in poco meno di due ore l'udienza preliminare ad Ancona per il 36enne accusato di lesioni personali gravissime e omicidio volontario per aver infettato due donne. Il 17 gennaio 2019 la discussione. Parti civili la famiglia dell'ex convivente morta nel giugno 2017 e quelli dell'ex fidanzata, Romina. Chiesto maxi risarcimento - VIDEO

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Claudio Pinti scortato dalla Penitenziaria

 

Verrà giudicato con il rito abbreviato Claudio Pinti, il 36enne accusato di aver infettato con il virus dell’Hiv l’ex convivente Giovanna Gorini, morta nel 2017 e madre di sua figlia, e la sua ex fidanzata Romina. La difesa, rappresentata dall’avvocato Alessandra Tatò e da Andrea Tassi, aveva chiesto di scindere il procedimento in due filoni: rito abbreviato per le lesioni personali gravissime e l’ordinario per l’accusa di omicidio volontario che avrebbe portato Pinti davanti alla Corte d’Assise. Il gup Paola Moscaroli ha rigettato le richieste. Si procederà con il rito alternativo per entrambi i capi d’imputazione. La discussione avverrà il 17 gennaio. All’udienza, dove erano presenti Pinti, Romina, suo figlio e la sorella di Giovanna, si sono costituiti parti civili sia il nucleo familiare dell’ex convivente (sostenuto dai legali Cristina Bolognini ed Elena Martini), sia quello dell’ultima fidanzata, assistito dagli avvocati Mario e Alessandro Scaloni. Hanno chiesto un risarcimento danni di 6 milioni e mezzo di euro. Due milioni quelli richiesti dalla sola Romina, accompagnata in aula anche dalla psicologa e criminologa Margherita Carlini. Al processo verrà rappresentata legalmente anche la figlia minore di Pinti, a cui è stata temporaneamente sospesa la potestà genitoriale dal tribunale dei minorenni. La piccola è tutelata dall’avvocato Federica Finucci che ha chiesto per la minore una provvisionale di almeno un milione di euro. Il totale del risarcimento chiesto dalle vittime è dunque di 7,5 milioni di euro.  L’udienza al primo piano del palazzo di giustizia è durata poco meno di due ore. Per la prima volta, dopo l’avvio delle indagini, si sono trovati faccia a faccia Romina e Pinti, recluso nel carcere di Rebibbia. In aula non si sarebbero degnati neanche di uno sguardo. Lapidarie le parole di lei dopo l’uscita dal tribunale in merito all’idea del 36enne sulla non esistenza dell’Aids: «Poteva dimostrare le sue tesi negazioniste ma non ne ha avuto il coraggio». Il commento della difesa: «Volevamo dividere le due accuse in altrettanti procedimenti perché a nostro avviso le ipotesi accusatorie sono scollegate tra loro sia per la tempistica del presunto contagio sia perché a livello probatorio costituiscono due fattispecie diverse. Abbiamo prodotto al giudice la documentazione relativa a una perizia di parte che si discosta enormemente da quella richiesta dal gip e discussa nell’ambito dell’incidente probatorio». Quella che dimostrerebbe come Pinti abbia prima trasmesso il virus alla Gorini, poi a Romina. «Per noi l’accusa di omicidio è infondata e per questo eravamo pronti a finire davanti alla Corte d’Assise. Prove che abbia voluto uccidere la Gorini non ce ne sono».

(redazione CA)

 



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