di Alessandra Pierini
Cosa vuol dire assistere agli spettacoli della rassegna permanente di drammaturgia e critica No Man’s Island? Vuol dire spogliarsi dei propri pregiudizi, dimenticare i sensazionalismi degli spettacoli a cui siamo abituati, abbandonare i rapporti di causa effetto e l’immediatezza delle logiche della vita moderna per rifugiarsi nel simbolismo di un metalinguaggio che pur non comune alla quotidianitò non sfugge alla comprensione, anzi porta sul palco la realtà disarmante delle umane paure ed illusioni, degli inganni che ci vengono proposti sotto forma di rassicuranti consigli da seguire.
Così Lucignolo, personaggio della fiaba collodiana, nella scomposizione scenica di “Noosfera Lucignolo”, proposta ieri sera al Lauro Rossi di Macerata, diventa incarnazione dei limiti umani e “figlio di un malessere che non si accontenta della sola aspirazione e insegue la certezza di un miraggio”. Coinvolgente l’interpretazione di Roberto Latini che con un magistrale controllo di ogni parte del suo corpo, con gesti accentuati all’ennesima potenza e con espressioni del viso che varcano ogni confine comunicativo, travolge gli spettatori che sono eccezionalmente seduti sul palco e non in platea come vuole la tradizione teatrale e che conquistati dalla sequenza di buio e luci, dall’alternarsi di segnali, musica e movimenti. Il flusso continuo di emozioni dettate dal protagonista è accentuato da stratagemmi scenici, nella loro semplicità più efficaci di qualsiasi effetto speciale: la noosfera candida sulla quale il protagonista, seduto su una sedia, poggia i suoi piedi nudi, verrà ad un certo punto riempita di acqua, arricchendosi del suo suono naturale e del suo penetrante gocciolare; alla giacca di Lucignolo, ricoperta di povere, basta qualche colpo secco di mano del protagonista per produrre una nube bianca.
Uno spettacolo che è un continuo risveglio di emozioni.
Meno coinvolgente “Virus” della compagnia CapoTrave. Il significativo gioco di luci e ombre non basta a dar vita ad un buio troppo intenso che tutto assorbe, tranne in qualche momento. Vivo per tutta la rappresentazione il senso di angoscia dettato dal male, dalla progressione di insidie e dall’epidemia che si fa strada sottotraccia nell’incuranza di tutti, mentre la radio continua estemporanea ad invitare alla calma.
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