Storia di M.
e di come ha conquistato i suoi diritti

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MACERATA – Una quasi 15enne affidata ad una nuova famiglia scopre cos’è il diritto e perché la riguarda da vicino

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di Eleonora Rampichini*

M. aveva 14 anni e mezzo quando andò ad abitare con una famiglia che non era la sua. In un quartiere, una casa, una camera e un letto che non erano suoi. Fumava già e non le importava di rischiare una seconda bocciatura in terza media perché voleva smettere di andare a scuola. Tuttavia a causa dell’ostinata volontà che accomuna certi insegnanti nel curare l’analfabetismo funzionale quanto quello dell’anima, la sua nuova famiglia, seppur con pochissima speranza, prese l’impegno di portarla all’esame. Fu un maggio lungo e faticoso.

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Eleonora Rampichini

Inaspettatamente Manzoni li aiutò, perché Manzoni, proprio come M., non aveva mai conosciuto il suo vero padre e, proprio come lei, aveva trascorso la sua infanzia lontano dalla madre che ad ogni modo non smise mai di cercare e che raggiunse non appena fu in grado di farlo. Credo fu questo comune e incrollabile sentimento filiale a stabilire tra loro – lo scrittore e la ragazzina – un insolito legame. Grazie dunque a quell’improbabile affinità e all’irriducibile desiderio dei professori di renderle indimenticabile quel giorno, M. rispose brillantemente alle domande d’esame, finito il quale se ne uscì con l’amica del cuore a fumarsi una sigaretta, lasciando che l’insegnante di italiano e la donna che l’ospitava a casa sua e che quel giorno l’aveva accompagnata, gioissero, piangessero e si abbracciassero per lei.
Mentre tornavano a casa, la donna guardò dallo specchietto retrovisore dell’auto le due giovani amiche, una bianca e l’altra nera, e riconoscendo l’ingrediente della sua felicità le chiese «Lo sai cos’è quello che senti? E’ la stessa cosa che si prova quando si è innamorati…». Quelle sghignazzarono e la donna rilanciò «Di chi sei innamorata?…lo sai?» M. rispose sfidandola «No, dimmelo tu… se lo sai!». «… sei innamorata di te stessa!». L’ossitocina che forse per la prima volta circolava nel suo corpo fu tanta che M. decise di continuare a studiare. Era giugno e, dopo un’infanzia acciaccata cui si erano aggiunti pure alcuni eventi tragici che avevano scosso la città intera, quella fu un’estate bella e serena.
A settembre, quando iniziò le superiori, l’insegnante consegnò alla classe un tema sul concetto del diritto. M. stava seduta forzatamente sulla scrivania, con il vuoto nella mente e le gambe nervose perché l’ossitocina se ne era andata da un pezzo, lasciando il posto a bugie, brutte compagnie e ad altro. La signora cui l’avevano affidata le stava davanti come un gendarme e dopo averla scrutata a lungo, la chiamò a sé davanti al pc. Non appena M. sbirciò i disegni infantili della guida illustrata della «Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza» si irritò: aveva quindici anni lei, mica sei! E poi voleva andare a fumare!
«Ecco…senti qua… l’art.3 dice che gli adulti che si occupano di te devono pensare al tuo interesse e al tuo futuro quando prendono decisioni che ti riguardano. Allora …pensi che gli adulti di casa tua lo abbiano fatto?» le chiedeva la donna. M. stava in piedi alle sue spalle, con gli occhi assenti e la bocca cucita. «No» diceva dopo un lungo silenzio. Non una parola di più.
«L’art.5 dice che la tua famiglia deve proteggerti e occuparsi di te, volerti bene, farti vivere un’infanzia felice e aiutarti a crescere. …. Pensi che di questo diritto tu abbia goduto?». Ancora un silenzio, lunghissimo stavolta. «No» rispondeva, stringendosi le braccia intorno alla pancia. «L’ art.8 dice che hai diritto di sapere chi sono i tuoi genitori». Stavolta M. abbassava gli occhi. Quei diritti le facevano male, come quella donna che glieli stava leggendo. L’art.9 diceva che M. aveva diritto di vivere con i suoi genitori, se erano capaci di farla diventare grande. Se invece viveva solo con la mamma o solo con il papà aveva diritto di vedere regolarmente anche l’altro genitore, se questo non la danneggiava in qualche modo. «Pensi che di questo diritto tu abbia goduto?» incalzava. «No» rispondeva. L’art.18 diceva che aveva diritto ad essere cresciuta ed educata dai suoi genitori. «Pensi che di questo diritto tu abbia goduto?» «No…no..no..» era l’ennesima risposta. Ora leggevano velocemente e ad alta voce: «Art.20: hai diritto ad avere protezione e assistenza speciali se non puoi vivere con i tuoi genitori. Art. 27: I tuoi genitori o in loro assenza lo Stato devono garantirti cibo, vestiti e una casa in cui vivere. …Pensi che ti riguardino questi diritti?». M. diceva «Si» e capiva. Al termine di quella tortura, la ragazzina fece merenda e cominciò a scrivere il tema «Cosa è per me il diritto».

Mi chiamo M., ho 15 anni e sono nata e cresciuta a Macerata.
Ho fatto quattro anni di scuola media perché sono stata bocciata in terza. Avevo pure intenzione di lasciare la scuola perché mi ero stufata di studiare. Dopo l’esame (che mi è andato molto bene) ho capito che se volevo sentirmi bene come quel giorno dovevo continuare a studiare. Sono una ragazza che ama conoscere nuove persone e stare in mezzo alla gente. Facendo questo compito ho capito che non so cosa vuol dire “diritto” perché non me lo sono mai chiesto. Adesso ho capito che il diritto è una legge fatta per far star bene a tutti, anche ai ragazzi e ai bambini. Ho scoperto anche che per dei problemi che ci sono a casa mia, alcuni miei diritti non sono stati rispettati dai grandi. A parte questo, i diritti che mi piacciono di più perché sono importanti per me, sono questi.
«Il diritto allo studio»: come ho detto prima quando volevo smettere di studiare non sapevo che stavo rinunciando ad un mio diritto perchè mi sentivo stanca e facevo fatica ad andare a scuola e non ho mai pensato, anche se lo sapevo, che mia nonna aveva dovuto smettere di studiare in terza elementare solo perché era femmina. «Il diritto al divertimento», anche se non so se si chiama così. Secondo me è importante che tutti noi giovani possiamo divertirci, senza esagerare, uscendo con gli amici, andando al cinema o al mare o parlando semplicemente tra di noi. «Il diritto alla parola»: questo diritto mi interessa molto perché a casa mia zia ogni volta che è nervosa e si arrabbia mi dice sempre di stare zitta e non mi da la possibilità di aiutarla con qualche mia parola, con qualche mio suggerimento, come invece voglio fare. «Il diritto alla felicità», di stare in famiglia e di essere contenti di se stessi, di essere allegri, di essere bravi a scuola, di avere una vita bella. Non lo so se è un diritto, ma nei film ho sentito che tutti gli uomini hanno diritto di cercare la felicità.

E’ passato qualche anno da allora. M. ancora fuma e prende pure qualche votaccio, ma la passione per la legge non si è smorzata. Alcuni suoi diritti si sono trasformati in desideri, poi in obiettivi e in traguardi. Quest’anno, dopo averlo tanto desiderato, M. è diventata rappresentante di classe, conquistando a scuola il «diritto di parola» che a casa non aveva trovato.

*Eleonora Rampichini, architetto, Ph.D. in Human Sciences-Education, Ricercatrice indipendente e libera professionista impegnata nella valorizzazione della cultura dei bambini



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