L’abate che inventò
il linguaggio dei segni

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MUSEO DELLA SCUOLA – Oggi è la giornata internazionale del Lis, indetta dall’Onu. Ecco come si è sviluppata la lingua dei non udenti

a cura di Logo_MDS_Unimc

Il 23 settembre si celebra la giornata internazionale della lingua dei segni indetta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la promozione e la protezione di oltre 300 lingue dei segni presenti nel mondo. Un tale riconoscimento risulta essere fondamentale per equiparare questo linguaggio alle lingue nazionali parlate e scritte, per non escludere alcuna persona dal proprio sviluppo e dalla propria realizzazione come essere umano.
I progressi della Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità sono molteplici, ma in Italia la Lingua dei Segni non è ancora riconosciuta a livello nazionale.
Nonostante ciò sono oltre 40.000 le persone tra udenti, non udenti e tutti coloro che, avendo dei disturbi nel linguaggio, utilizzano correntemente la LIS per comunicare sia a scopi lavorativi che personali.

Un dato non trascurabile è che in Italia i bambini sordi o con una sordità acquisita nei primi anni di vita sono uno su mille ogni anno. (Fonte: https://www.ens.it/lis )
linguaggio-dei-segni_sordomuti_carlo-de-lepee_puglia_antico-raro-foglio-volante-232518355917-325x244Oggi, come avviene per le lingue vocali, ogni comunità ha la propria lingua dei segni. Ad esempio, in Italia troviamo la Lingua dei Segni Italiana (Lis), negli Usa l’American Sign Language (Asl), in Gran Bretagna il British Sign Language (BSL), etc., ciascuna con proprie specifiche varianti territoriali e un forte legame con le rispettive culture di appartenenza.
Sebbene sembri un linguaggio piuttosto moderno e figlio del nostro tempo, considerando che prima della parola gli uomini comunicavano con gesti, i non udenti “esistevano” anche in epoche passate come quella di Platone che descrive nel “Cratilo” come questi comunicassero attraverso «le mani, con la testa e con le altre membra del corpo».
Questo modo di comunicare era visto come un linguaggio selvaggio che avvicinava l’uomo all’animale in uno stadio ancora primitivo; solo nel XVIII secolo l’abate Charles-Michel de L’Epée cominciò a osservare e studiare i gesti che i suoi allievi non udenti producevano spontaneamente elaborando così nuovi segni e introducendo una grammatica vera e propria.

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L’abate Charles-Michel de L’Epée

Grazie al successo riscontrato l’abate fondò la prima scuola pubblica per sordomuti in Francia diffondendo il proprio metodo oltreoceano, arrivando negli Stati Uniti nel 1817 e in Italia tra la fine del Settecento e la metà del secolo successivo. Nonostante tali progressi il mondo accademico italiano prediligeva l’oralità per l’insegnamento considerando il linguaggio dei segni più che una lingua, una “mimica”; fu così ostacolata a tal punto che i non udenti potevano “parlarla” esclusivamente tra loro e in segreto. Non è difficile comprendere che tutto ciò di certo non incentivò lo sviluppo di tale linguaggio anzi ne contribuiva all’impoverimento, fino a quando negli anni ’50 il linguista americano William Stokoe iniziò una ricerca dedicata al linguaggio dei segni, sviluppata negli anni successivi da altri studiosi. Tale interessamento contribuì a riconoscere questa lingua pari alle “normali” lingue vocali diffuse nel mondo.

Tenendo presente che il linguaggio di per sé è concepito come insieme di fenomeni di comunicazione ed espressione che utilizza un sistema di segni, risulta necessario identificare la LIS come lingua. Risulta chiara l’importanza che ha come strumento per interagire poiché l’uomo, vivendo all’interno di una comunità, sente nel comunicare uno dei bisogni primordiali che derivano dal suo essere sociale. Negare ciò contribuirebbe a negare all’individuo libertà di essere ciò che è per natura.

 

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