«E’ tempo di spingere la scuola
fuori dalle aule e nella natura»

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PRIMA CAMPANELLA con le nuove norme anti Covid. La professoressa Paola Nicolini racconta le esperienze alternative del territorio: «Rispettando il modo di essere di bambine e bambini, la scuola ha bisogno di tornare a essere un ambiente di gioco e di divertimento, anche se ci sono protocolli igienici»

Paola Nicolini

di Paola Nicolini*

La ripresa della scuola segna sempre una tappa importante nella vita di quasi tutte le famiglie, è un po’ come fosse il vero inizio dell’anno, perché oltre a coinvolgere moltissime persone in ruoli diversi, chi come alunno o alunna, chi come insegnante, chi come personale ausiliario o di segreteria, chi perché guida i bus, chi perché vigila sul traffico intorno ai luoghi in cui la scuola si svolge, chi perché fornisce merende e pasti, l’inizio della scuola modifica le dinamiche della vita quotidiana e imprime un ritmo alle giornate.

C’è da svegliarsi di buon’ora e quindi da andare a letto presto, la sera. C’è da avviarsi fuori di casa per tempo e fare in fretta le operazioni di lavarsi, vestirsi e fare colazione, tutte cose che durante la pausa delle vacanze potevano essere fatte lentamente e quasi con un po’ di pigrizia ancora addosso.

Quest’anno la riapertura della scuola assume una valenza ancora più intensa, perché la pausa dalla frequenza è stata molto più lunga del solito, da quando la scuola esiste in Italia come istituzione pubblica, per via della repentina interruzione subita a causa della pandemia.

C’è una grande aspettativa per questa riapertura, persino da parte dei più piccoli, che hanno sentito la mancanza delle rassicuranti routine, il divertimento assicurato e il gusto del gioco con gli altri bambini e bambine. C’è un po’ di trepidazione anche tra gli adolescenti, a cui la scuola offre infinite opportunità di legami di amicizia e un laboratorio sociale per la conoscenza.

La pandemia ha fatto emergere in tutta la sua enorme evidenza non solo il ruolo centrale della scuola, come luogo delle interazioni sociali e culturali, ma anche come vero e proprio “ammortizzatore sociale” nei confronti delle diverse comunità e nei diversi contesti nei quali opera. Sebbene faticosamente, sebbene con modi tradizionali un po’ sorpassati di impostare i processi di insegnamento-apprendimento, sebbene spesso imbalsamata da regole non scritte ma comunque rigidamente interpretate, sebbene spesso ripetitiva e lontana dal dibattito che la ricerca sostiene sui modi dell’apprendere e dell’insegnare, quanto meno con il suo “curricolo nascosto”, con quell’affollato sottobosco di relazioni e interazioni, la scuola nella nostra società continua a rivestire un ruolo indubbiamente centrale.

Una classe

Ora sorprenderà scoprire che l’origine della parola scuola è nel greco σχολή (scholè), vale a dire ozio, riposo, tempo libero e piacevole momento di uso della propria mente, dedicandosi allo studio e al ragionamento per il puro gusto di avere un tempo dedicato a farlo, contrapposto all’impegno necessario nel lavoro finalizzato a guadagnarsi da vivere e al sostentamento.

All’epoca dei greci antichi, la scholè era un privilegio per pochi, perché la parte più consistente del popolo era occupata a procacciarsi il cibo attraverso il negotium, cioè il lavoro. Come sia successo che la scuola si sia tramutata nel tempo in un luogo di fatica e di impegno, di insuccessi ed errori, almeno per alcuni studenti e studentesse, è un discorso lungo da fare. Tuttavia riprendere il senso autentico della scuola è utile, tanto più ora con la crisi pandemica ancora in corso, che tanto ci ha fatto riflettere sulla scuola come un bene comune, perché ambiente di sviluppo della mente e strumento di costruzione della conoscenza che, sola, rende liberi.

Rispettando il modo di essere di bambine e bambini, la scuola ha bisogno di tornare a essere un ambiente di gioco e di divertimento, anche se ci sono protocolli igienici da rispettare. Ci sono tante esperienze in corso che possono essere di aiuto e di ispirazione, perché se c’è una cosa che abbiamo capito in questi mesi, è che stare all’aperto fa bene alla salute.

In una giornata dedicata alla scuola che usa il mondo come un’aula a cielo aperto, abbiamo ascoltato le testimonianze di tante persone impegnate nell’educazione fuori dalle aule scolastiche, sia in istituzioni pubbliche che private, in città come in montagna. Abbiamo iniziato la giornata con Paola Cosolo Marangon, che ci ha fatto riflettere sul valore curativo degli alberi e sul perché vale la pena mettere agli alberi degli occhi.
Abbiamo continuato con Francesca Lepori, che fa scuola in un parco nella città di Roma, in cui bambini e bambine incontrano sciami di moscerini e libellule, ma anche anziani che passeggiano e leggono il gionale.
Siamo andati avanti con Giuseppe Campagnoli, che ci ha fatto comprendere il valore di una scuola diffusa, che usa tutto l’ambiente come pretesto per apprendere. E poi Giampiero Monaca, che domani inizia a fare scuola in un pratone accanto alla scuola pubblica, in cui i bambini e le bambine troveranno una tettoia nel caso in cui pioverà, di ritorno dalle loro escursioni nell’ambiente circostante a far di conto, a scrivere testi, ad apprendere dal vero le stagioni e i nomi degli animali e delle piante. Giuseppe Bilancioni ci ha detto che per i bambini e le bambine di una grande città è fondamentale fare esperienze in natura, perché a stare sempre chiusi nelle stanze, per quanto belle siano quelle di alcune scuole, dopo un po’ ci si affatica e si perdono le occasioni per sviluppare schemi motori e mentali, per mettere in moto i sensi e attivare i pensieri. Monika Delmanowicz ci ha raccontato l’esperienza dei bambini con i cavalli e gli asini, con i conigli e le pecore, con le galline, il cane e il gatto, e di come queste interazioni siano significative per apprendere non solo conoscenze sul loro modi di vivere, ma anche sui modi di relazionarsi armonicamente, a contatto con un mondo intero di emozioni. Federica di Luca ha espresso il concetto di natura come ambiente che cura, per le sue qualità di espressione della convivenza di specie diverse, per i tanti centri di interesse che offre, perché dà spazio e dà tempo all’incedere del passo anche dei più piccoli. Serena Olivieri ci ha portato a 1300 metri di altezza, nella scuola nel bosco, dove bambine e bambini attrezzati per tutti i tipi di situazione atmosferica, decidono insieme a cosa dedicare la giornata e partono per le loro esplorazioni, anche sotto la pioggia. Antonio Di Pietro ci ha mostrato tanti giochi che sono divertenti e permettono di apprendere cose nuove, anche quelle che più stanno a cuore agli insegnanti, ma in modo leggero e gustoso per tutti.

Insomma, ci siamo convinti non solo che la scuola possa e debba ritornare alle sue origini, alleggerendosi di burocrazia e conflitti, ma anche che debba spingersi fuori dalle aule. Quale momento migliore, se non di fronte a una ripresa in cui stare un pochino distanziati e all’aperto sono anche le garanzie per preservare la nostra salute?

La scuola e l’educazione sono diritti inalienabili in qualsiasi società che intenda qualificarsi come civile, in quanto mirata a sollevare dalle fatiche della sopravvivenza tutte le sue componenti, attraverso percorsi qualificati e nondimeno piacevoli, strutturati e al tempo stesso guidati dall’obiettivo di liberare dall’ignoranza, monitorati con quella giusta distanza che permette la centralità dei bambini e delle bambine, considerati come i veri attori e protagonisti del proprio sviluppo e della propria crescita.

Bisogna puntare a un nuovo patto di collaborazione tra tutti gli adulti interessati a far crescere bene le nuove generazioni: insegnanti, famiglie, dirigenti, amministratori, personale ausiliario, e così via. Bisogna dirglielo, ai grandi, perché “tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”.

*Psicologia dello sviluppo e dell’educazione
Dipartimento di studi umanistici – Università di Macerata

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