Tamara, bagnina a 20 anni:
«Mi dicono che ho le pinne incorporate
e ho già salvato un bambino»

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L’INTERVISTA a Tamara Fermani, originaria di Montecosaro Scalo, che racconta la sua esperienza lavorativa, dalla passione per il nuoto, iniziato a 4 anni, al desiderio di farne mestiere, dal primo soccorso agli stereotipi sulle donne in torretta

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La bagnina Tamara Fermani

di Elisabetta Pugliese

«Sono praticamente nata in piscina, ho imparato a nuotare a 4 anni, per questo mi dicevano che avevo le pinne incorporate. Il nuoto mi ha sempre appassionata, l’ho portato avanti per tutta la mia vita, fino a volerne fare un lavoro. Per questo, appena finite le scuole superiori, ho fatto il corso per diventare bagnina e ho preso il brevetto. Sono convinta di aver fatto la scelta giusta, per me è il lavoro più bello del mondo». Non ha nemmeno compiuto 20 anni Tamara Fermani, originaria di Montecosaro Scalo, eppure ha già le idee molto chiare su ciò che desidera dalla vita: dedicarsi ad aiutare gli altri come bagnina e diventare istruttrice di nuoto, per poter restare in acqua anche in inverno. La giovane lavora per la cooperativa Cluana Nantes, e al momento, anche se la postazione cambia spesso, presta servizio all’hotel Il brigantino di Porto Recanati. In questa intervista racconta la sua esperienza, da come ha deciso di intraprendere questo mestiere al primo soccorso che ha prestato, dagli stereotipi che esistono sulle donne bagnine alla sua prima volta in torretta.

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Da dove nasce la sua passione per questo lavoro? 

«Diciamo che è una cosa che mi porto dietro dall’infanzia, sembra una cosa banale ma è la verità. Ho imparato a nuotare a 4 anni e il mio istruttore è stato proprio Giuseppe Vaccina, con cui poco fa ho fatto il corso e ho preso il brevetto e per il quale oggi lavoro. Ho iniziato alla piscina Exe di Civitanova, era piccolissima ma andava bene. Una volta imparato bene sono passata al Grillo, sempre nella stessa cittadina, e sono stata seguita da altri istruttori. Ho fatto nuoto per tutta la vita, durante le superiori devo ammettere che ho un po’ rallentato, perché non era facile conciliare questo sport, che ormai praticavo a livello agonistico, con lo studio. Facevo le gare, quindi almeno tre volte a settimana dovevo allenarmi. L’ho ripreso a pieno ritmo in seguito, dopo la maturità come molti miei coetanei non sapevo bene cosa avrei fatto in futuro. Un giorno, sono sincera, non so cosa mi sia scattato dentro, ma ho ripensato a Giuseppe e mi sono chiesta “Chissà cosa farà e come si starà organizzando per la stagione”. Così l’ho chiamato, lui si è ricordato subito di me e conoscendomi mi ha detto di provare a fare il corso per diventare bagnina. E così ho cominciato, perché ho compreso che l’unica mia certezza era il nuoto, e fare della mia passione un lavoro sarebbe stato un sogno».

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E nel concreto poi com’è proseguita la vicenda?  

«Questo inverno ho iniziato il corso nella piscina di Corridonia, ho iniziato ad imparare le tecniche di soccorso e con i miei colleghi abbiamo fatto anche il Blsd appoggiati a dei professionisti dell’ambito sanitario. Quando c’è stato il lockdown fortunatamente avevo già preso il brevetto per la piscina, mi mancava solo quello per il mare per diventare bagnina. Giuseppe si è fatto sentire spesso in quel periodo, organizzava le riunioni online con me e i miei colleghi per tenerci in allenamento. Non appena l’emergenza si è calmata, abbiamo iniziato le lezioni di voga in mare per completare il percorso, chiaramente con tutte le precauzioni, le distanze e gli accorgimenti necessari. E poi abbiamo fatto l’esame alla presenza della Capitaneria di Porto di Civitanova. Oggi Giuseppe gestisce le nostre postazioni e i nostri turni, assegnandoci alle diverse torrette».

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Quello della bagnina è un mestiere stagionale, cosa vorrebbe fare nel resto del tempo?

«È vero, il mio lavoro è prettamente estivo, ma questo inverno ho intenzione di fare il corso per diventare istruttrice di nuoto. Vorrei che il mio mestiere si dividesse tra questi due ambiti, perché è la mia passione. Al di là dei miei turni attuali, alcuni pomeriggi Giuseppe mi porta con sé quando insegna nuoto a bambini e bambine, per fare una sorta di tirocinio, in modo che io possa fare esperienza concreta. E in effetti io sto vedendo bene come si approccia a loro, i metodi che utilizza, il modo di spiegare alcune tecniche, e ho la possibilità di provarle insieme a loro. In inverno ci appoggeremo certamente in qualche piscina, lui è super disponibile e mi fido pienamente. Se alle persone piace il nuoto credo si tratti di due bellissime opportunità. Essere bagnina non è un lavoro come gli altri, bisogna prestare la massima attenzione, mentalmente è molto impegnativo al contrario di quello che si pensa. Ci sono ancora troppe idee preconcette errate sulla nostra professione e troppi stereotipi, specie per quanto riguarda le ragazze».

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Come mai dice questo? Sono molti a credere che le donne non dovrebbero essere bagnine?

«Ci sono davvero troppi stereotipi nei confronti di noi ragazze, ma credo che dobbiamo imparare a conviverci. In molti ci guardano in modo strano quando ci vedono lavorare, e pensano “Ah, ma è una donna”, “Ah, ma è piccolina, non ha la forza per farlo”. Mi è capitato anche con alcuni miei amici, non appena hanno saputo che sognavo di stare in torretta hanno iniziato a dirmi “Ma sei sicura? Non sei un uomo, non sei robusta”. Addirittura in spiaggia, nei miei primi periodi, qualcuno mi ha detto “Ti serve una mano per spostare il moscone?”. Io ringrazio e ci rido, cerco di non farne un dramma né un limite, perché mi conosco e so che sono perfettamente in grado di affrontare i miei doveri. Sono commenti sbagliati che non hanno senso, molti pensano che bisogna avere il fisico, i muscoli, e quindi essere uomini, altrimenti non si è abbastanza bravi, ma il nostro mestiere non è solo corpo, è soprattutto testa, perché bisogna sapere perfettamente il modo giusto in cui intervenire in situazioni di emergenza. Non serve a nulla basare tutto sui muscoli, le tecniche di soccorso sono uguali per tutti e chiunque può metterle in pratica, uomo o donna che sia».

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Com’è stata la sua prima volta in torretta?

«Erano i miei primi giorni, mi trovavo in una spiaggia di Civitanova. È stata una sensazione indescrivibile. Ho sempre visto i bagnini in torretta quando andavo al mare, non è una cosa nuova, ma essere seduti su quella sedia è tutta un’altra cosa. Sentivo il peso della responsabilità addosso, gli occhi non mi si chiudevano mai, ero sempre super attenta, anche quando le persone non erano in mare. E proprio nel mio primo giorno, verso la fine del turno, ho fatto il mio primo intervento di soccorso».

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Può raccontarlo? Com’è andata?

«Fortunatamente non è stato nulla di grave. Già da un po’ osservavo un bambino che si trovava da solo a riva. Non tutti lo sanno, ma in alcune zone di Civitanova bastano pochi passi perché l’acqua diventi alta e non si tocchi più. Era solo, non c’erano i suoi genitori accanto a lui. Ad un certo punto credo abbia trovato una buca e l’ho visto andar giù, poi è risalito, era spaventatissimo e aveva bevuto. In quell’istante non ho pensato a nulla, sono intervenuta immediatamente, l’ho preso e l’ho tirato a riva. Il bambino era cosciente e ha subito buttato fuori l’acqua che aveva ingerito, io l’ho tranquillizzato e l’ho accompagnato dai suoi genitori. Ho raccontato cosa era successo e mi hanno ringraziato per il mio intervento. In quel momento non ho riflettuto, è stata una reazione istintiva correre in acqua. Più tardi ci ho riflettuto e mi sono detta “Accidenti, è successo davvero, ho salvato una persona”. È stata una bella soddisfazione e sono stata felice che non fosse qualcosa di grave. Ciò che ho notato è che i bagnanti attorno a lui erano totalmente ignari del pericolo che si poteva correre, e proprio per questo motivo in quel momento ho capito di aver fatto la scelta giusta nel diventare bagnina».

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