Davide Tartaglia


Utente dal
8/1/2014


Totale commenti
4

  • Seri: “Macerata signora
    di un’estate non sua”

    1 - Lug 24, 2014 - 11:03 Vai al commento »
    Caro Alessandro, mi permetto di darti del "tu" perché avverto una naturale vicinanza alla tua battaglia, che è anche la nostra, che è anche la mia. Ho vissuto e vivo Macerata in maniera molto limitata, marginale, in quanto non è il mio luogo di nascita, né di residenza, ma ne ho fatto una patria di elezione, un'affinità originale che trova la sua ragione profonda in una vivacità culturale che non ha paragoni nelle Marche. Io credo, per quel poco che riesco a scorgere, che Macerata, pur nelle sue mille contraddizioni, nei suoi equivoci, conservi ancora in maniera indiscussa il suo ruolo di Atene delle Marche, per una felice congiuntura, forse connaturata nelle pietre, non so, ma che sembra davvero irriducibile. Anche a tutte le nostre mancanze. Con questo non voglio minimizzare il nostro compito, anzi, questo dato aumenta in maniera esponenziale le nostre responsabilità. Mi trovi dunque d'accordo sul fatto che le iniziative sono spesso scollegate, sconnesse, estemporanee (forse questo risiede anche nel carattere marchigiano e più precisamente maceratese) ma per combattere la tua apprezzabile battaglia occorre ripartire dal tesoro che c'è e forse fare la fatica di guardarlo fino in fondo. Se non mi sorprende la forza della tua critica sicuramente rimango un po' stupito (e anche un po' deluso) dalla convinzione di certe affermazioni tranchant che etichettano in maniera approssimativa degli eventi che non hai vissuto e che, in tutta franchezza, non fanno onore all'onestà intellettuale che ti è largamente riconosciuta. Banalizzi in una definizione sbrigativa e ingenua di "canzonette mondiali" uno splendido concerto di Sanfilippo che ha visto una partecipazione straordinaria di pubblico, in cui si è parlato di Macerata, delle Marche, senza esserci stato. Parli frettolosamente di attività che non valorizzano i propri "tesori" nonostante una presentazione di due freschi libri di poesia di due giovani voci marchigiane che ha visto una insolita presenza di pubblico a cui tu, con mio grande dispiacere, non c'eri. Erano pronte due copie anche per te. In definitiva, credo, se uno ha a cuore realmente il far emergere il tesoro che c'è a Macerata e nelle Marche, questo abbia bisogno della nostra frequentazione umile. Frequentazione di tutto ciò che spunta da fuori, attorno a noi, non solo di ciò che viene da noi e dal nostro genio. Il mondo (anche Macerata) è molto più grande di quello che abbiamo in testa. Questo mondo sotterraneo ha bisogno di un'indagine approfondita, di un tempo in cui far decantare quello che abbiamo visto ed ascoltato, vissuto. Credo che sia una prerogativa essenziale per la serietà di una ricerca. Noi abbiamo fatto il nostro tentativo, il riscontro della gente è stato positivo, sappiamo benissimo cosa possiamo e vogliamo migliorare e non facciamo fatica a confrontarci con una voce critica come la tua, anche dura, nella misura in cui però questa dimostri un'onestà cristallina a prescindere, indefessa. Onestà che, in questo articolo, faccio fatica a rintracciare e che non si addice all'onorabilità della tua battaglia. C'è bisogno di tutti, Alessandro, e credo che il tesoro che questa regione strana ci ha donato sia patrimonio di ognuno. Come Filippo sono convinto che si possa ripartire da qui, insieme. Dove "insieme" non vuol dire un appiattimento miope e semplicistico della differenza ma la coscienza che il più grande contributo nella vita e nella cultura è l'incontro dell'Altro. Vogliamo iniziare a conoscerlo?
  • Annotazioni per un week end letterario

    2 - Mag 15, 2014 - 18:30 Vai al commento »
    Se "la vita è l'arte dell'incontro", come Filippo è solito ricordarci, dopo questo weekend sono sempre più convinto che la poesia, l'arte e la letteratura sono strumenti unici per accedere a questa vita. Certo, la poesia non è la vita -che è molto più grande- ciononostante rimane un veicolo privilegiato attraverso cui questa vita si sfalda, mostra la sua trama nascosta fino a rendersi trasparente, penetrabile. Fortini, in una sua intervista diceva: "anche la poesia più apparentemente privata chiama in vita una parte della coscienza collettiva, allude al valore non individuale del linguaggio, produce un senso". Ecco, credo che in questi tre giorni abbiamo fatto esperienza, nell'umiltà, del privilegio di partecipare a questo senso, a questo linguaggio capace di accomunare l'uomo di ogni latitudine che miracolosamente la poesia mette ancora in moto.
  • Case coloniche e marchigianità

    3 - Gen 24, 2014 - 0:58 Vai al commento »
    Caro Michele, sono io a dover ringraziare te, per l'attenzione nella lettura e per la pertinenza delle tue domande. Il tuo intervento mi convince del buon esito del mio tentativo, che vuole essere il contributo all'apertura di un dialogo circa l'architettura, e alla responsabilità che da sempre le è riconosciuta, più che una discussione sterile su un tema ultimamente sempre più dibattuto come quello della casa colonica. Chiarisco innanzitutto il tuo appunto sul rapporto architettura - identità. Credo infatti che la mia osservazione sia tutt'altro che in disaccordo con la citazione di Guido Piovene da te riportata, in quanto l'affermazione di un'identità, anche laddove essa si mostra in dei contorni forti, per me non è mai esclusiva o selettiva ma piuttosto inclusiva, piuttosto il punto di partenza di un incontro, la torre di guardia dalla quale io posso iniziare l'appassionante ricerca dell'altro, della pluralità. Senza un riconoscimento di ciò che sono, senza l'accettazione della mia identità (che la società di oggi cerca in ogni modo di frantumare) non sono neanche capace di avvertire la differenza e dunque subirne il fascino e la curiosità. Sempre caro mi fu quest'ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella. E' la "cara" esperienza del colle (o della casa colonica?) la porta attraverso la quale irrompe l'altro. E' dunque forse in questo 'dramma' che leggendo le case coloniche ho percepito nella nostra immensa 'regione al plurale' un territorio in comune con il quale confrontarci. Ecco, pur avvertendo come l'imitazione di un modello, il sedersi in uno standard abbia contribuito negli anni a creare il paesaggio che oggi ci troviamo attorno, credo tuttavia che le istanze originarie da cui nasce la casa colonica siano autentiche (la risposta ad un bisogno chiaro) ed estendibili a tutta la regione, ma per esempio non ad altre terre in cui avevano condizioni differenti. Infatti la condizione del mezzadro marchigiano era molto più civile rispetto a quella bracciante emiliano-lombardo e del piccolo affittuario meridionale, che quasi sempre vivono in città. Per questo le Marche non sono terra di cascine né di masserie.  Molto acuta la tua domanda sulla reinterpretazione contemporanea delle case coloniche dal punto di vista funzionale (dettato da un bisogno mutato nel tempo) e quindi anche formale. Pensare oggi ad un ritorno all'utilizzo della casa colonica come avveniva nell'Ottocento è tanto impensabile quanto inutile e ci si deve dunque domandare che senso abbiano oggi (come il mio articolo tenta di fare) questi ruderi testimoni di un tempo lento, scandito con il ritmo totalmente alterato che il mondo ci impone. Rispetto a questa domanda non mi sento di escludere nessuna soluzione a priori, neanche l'utilizzo a fini commerciali e turistici che tu accenni, se questo può essere un motore per una valorizzazione del territorio e per far ripartire l'economia locale. Ma questo rimarrà un'utopia se lo strumento con cui si cercherà di realizzarlo non partirà da una conoscenza (e quindi da un amore) per il territorio su cui si va ad operare. L'importazione cieca di un modello di business estero (magari rapido e dai facili risultati) potrà portare solamente ad uno sfruttamento-sfinimento dei nostri luoghi e ad un ulteriore impoverimento umano e culturale relegando le nostre colline a delle oasi abissali, dei rifugi mostruosi, delle terrificanti crociere bucoliche. Se invece le soluzioni partiranno da un riappropriarsi del valore culturale dell'edilizia rurale, maturando la coscienza delle eccellenze irripetibili del luogo in cui viviamo, tornando anche al contatto materiale con esso, allora anche il turismo e il commercio con l'estero (con l'altro) potrà essere la strada per far tornare alla vita zone dimenticate della nostra regione. In tal senso ci sono numerosi esempi della rinascita di questa coscienza che si possono iniziare a guardare. Altrettante scuse per la lunga risposta e grazie per l'occasione di approfondimento. Davide
  • Enrica Loggi, “…A una rima di vento”

    4 - Gen 8, 2014 - 9:07 Vai al commento »
    Cara Enrica, sono io che devo ringraziarti per i versi che mi/ci hai saputo regalare. Sono giovane, certo, ma la giovinezza è una categoria dell'animo, per questo ho amato fin da subito il tuo libro. Raccolgo e ricambio l'invito ad incontrarci. A presto. Ringrazio per l'intervento puntuale ed essenziale del prof. Garufi, contributo preziosissimo alla mia recensione. Davide Tartaglia
Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy