«Prima il sisma, poi la pandemia
e ora la burocrazia europea
L’allevamento di trote è a rischio»

VISSO - La storia di Mariano Cappa, 38 anni, che con il padre ha ristrutturato le storiche peschiere del cardinale Pietro Gasparri a Capovallazza. Dopo aver resistito a due eventi epocali, si trova a dover affrontare il divieto di vendere le fario per il ripopolamento dei fiumi, con la Regione che non ha concesso deroghe. «Diventa sempre più difficile trovare una motivazione per restare e andare avanti»
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Mariano Cappa col padre

 

di Ugo Bellesi

Molto spesso ci siamo trovati a denunciare situazioni di grave disagio tra le persone che risiedono nelle zone terremotate. Tuttavia mai ci era capitato un caso veramente clamoroso che ci è stato segnalato nei giorni scorsi. Si tratta di un piccolo imprenditore che si era dedicato all’allevamento delle trote, attività da sempre considerata redditizia. Ebbene dapprima ha subito gravi danni a causa del terremoto del 2016 che ha dovuto riparare alla meglio per continuare la sua attività. Poi sono arrivate le rovinose nevicate del 2017 e quando nel 2019 stava per rilanciare i suoi allevamenti è arrivata la pandemia che ha bloccato tutto. Infine, in applicazione della normativa europea sull’utilizzo dei prodotti ittici da liberare nei fiumi, la quale vieta di impiegare le trote fario che lui alleva, si è bloccata definitivamente la sua attività. Anche per la concorrenza di allevatori di altre regioni le quali “in deroga” alla normativa europea hanno consentito di liberare le fario nei loro fiumi. Ma dalla Regione Marche questa deroga non è arrivata. Da cosa è motivato questo divieto europeo? Sembra perché l’immissione delle fario nei fiumi ha prodotto in vari casi alterazioni significative delle comunità ittiche locali, danneggiando specialmente le specie di piccola taglia. Per non parlare poi di altri problemi come la diminuzione della portata d’acqua del Nera che alimenta i suoi allevamenti. A questo punto non ci resta che lasciare la parola al protagonista di questa triste vicenda, cioè il 38enne Mariano Cappa, nato a Roma e cresciuto nella capitale, che, una volta finite le superiori, si è trasferito a Visso dove vive il padre Giuseppe, da sempre appassionato di trote, il quale una volta andato in pensione si è dedicato ad allevarle a livello amatoriale. 

Una volta trasferito a Visso cosa è successo?
«Ho trovato lavoro alla Svila come informatico. Ma poi, nel 2012, insieme a mio padre, ci si è presentata l’occasione di rilevare le peschiere storiche del cardinale Pietro Gasparri, a Capovallazza di Ussita, che si sono aggiunte a quelle che già avevamo a Visso. Così ho messo in piedi un’impresa agricola dedicandomi completamente all’allevamento delle trote e avendo come primo impegno il restauro e il ripristino conservativo delle peschiere di Capovallazza».

E poi si sono verificate le violente scosse sismiche…
«Infatti nel 2016, al mio primo anno di attività con le trote non ancora pronte per essere vendute, è arrivato il terremoto a scombinare i miei progetti, essendosi danneggiati i due impianti di Ussita e di Visso. Per andare avanti ho dovuto riparare alla meglio alcune vasche e sostituire i tubi danneggiati. Sono rimasto solo per più di un mese perché i miei genitori li ho voluti mettere al sicuro lontano dalle scosse del terremoto».

Perché non ha deciso di andare con loro?
«Non me ne sono voluto andare perché Visso è casa mia, ed è qui che voglio vivere. In paese non era rimasto quasi nessuno. L’atmosfera era surreale. Ma, nonostante i tanti problemi, non ho voluto mollare. Sono riuscito a superare le grandi nevicate dell’inverno 2017 ed in primavera ho venduto le prime trote per il ripopolamento dei fiumi in vista della riapertura della pesca. Si è continuato così fino al 2019 perché l’attività iniziava ad andare e avevo ottenuto risultati. Poi è arrivata la pandemia che, come in tanti altri settori, ha bloccato anche la vendita di trote».

Ma non è finita qui. Cosa è successo?
«Io allevo trote fario autoctone, quelle dai puntini rossi, che hanno avuto la certificazione ufficiale da parte dei maggiori ittiologi italiani. La normativa europea, in materia di prodotti ittici da liberare nei fiumi, non consente di impiegare le trote fario, e l’Italia deve rispettare questi provvedimenti. Alcune regioni hanno adottato la deroga, consentendo di liberare le fario nei loro fiumi. Le Marche no. Il risultato è che da oltre un anno non riesco a vendere niente, nonostante le mie trote vivano in un allevamento non intensivo in acqua di sorgente, certificato al più alto livello sanitario possibile».

In queste condizioni oggi quale è la situazione?
«Stavolta è molto peggio del terremoto. Non ci sono scosse da cui difendersi. C’è solo la burocrazia che non sente ragioni. Tra l’altro, in questi anni post sisma non sono mancati altri problemi, come la continua diminuzione della portata d’acqua della sorgente del fiume Nera, che ha più volte messo a rischio il mio allevamento».

Non vorrà arrendersi proprio adesso che la ricostruzione post sisma sta ripartendo?
«Io ce l’ho messa tutta fino ad oggi per resistere e portare avanti la mia attività. Ma di fronte a questo continuo susseguirsi di problemi e di impedimenti di ogni genere, diventa sempre più difficile trovare una motivazione per restare e andare avanti. Oltre al fatto che la mancata vendita delle trote mi ha causato rilevanti perdite economiche, che, al momento, non so come ripianare».

 

Le trote più forti del terremoto, l’allevamento di Ussita resiste



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