La pioggia bagna San Giuliano,
omelia del vescovo sulla pandemia:
«Ci attende ancora una guerra di trincea»

MACERATA - Nella seconda parte del pomeriggio afflusso alla Fiera condizionato dal maltempo, in mattinata più presenze dopo la falsa partenza di ieri. La messa per il patrono spostata alla basilica della Misericordia. Monsignor Marconi: «Abbiamo delle armi: dai vaccini a una migliore conoscenza delle cure e della prevenzione. Dobbiamo riprendere a vivere, lavorare, studiare, ma in modo nuovo, più cosciente e responsabile verso noi stessi e verso gli altri». Poi ha parlato anche di accoglienza («Ospitare alcune famiglie afghane in fuga da Kabul è un dovere umanitario») e competenza («Usate più la testa e la coscienza e meno lo stomaco quando scrivete sui social»)
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Il vescovo Nazzareno Marconi durante la messa di questa sera

 

Ha parlato della pandemia questa sera monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, durante l’omelia per il patrono San Giuliano. «Una guerra dove contano più il controllo dei nervi che la forza dei muscoli – ha detto –  Abbiamo delle armi: dai vaccini a una migliore conoscenza delle cure e della prevenzione. Sappiamo meglio come radunarci, lavorare, studiare senza correre gravi rischi. In una guerra di trincea la prudenza è più importante del coraggio, ma non deve diventare paura, altrimenti perderemo tutto. Dobbiamo riprendere a vivere, lavorare, studiare, ma in modo nuovo, più cosciente e responsabile verso noi stessi e verso gli altri». La messa delle 18.30, inizialmente prevista nel sagrato della cattedrale di San Giuliano, è stata spostata causa pioggia nell’adiacente basilica della Misericordia, in piazza Strambi. Il ricorrente acquazzone di San Giuliano ha iniziato a bagnare la città attorno alle 17,45 e in molti hanno così rinunciato al giro tra le bancarelle. Già ieri le presenze erano state in calo per l’obbligo di green pass e mascherina (leggi l’articolo), in mattinata oggi si sono viste più persone prima che il maltempo rovinasse la festa. 

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Il sindaco Sandro Parcaroli e Danilo Doria, comandante della polizia locale. Sulla sinistra Rosaria Del Balzo, presidente Croce Rossa e Fondazione Carima, e il deputato Tullio Patassini

«In una guerra di trincea, la solidarietà e la collaborazione a lungo termine sono più importanti dei gesti isolati e dell’eroismo individuale – ha aggiunto il vescovo -. Non si può restare in una buca attendendo che altri lottino per noi.  La sfida di questo tempo è preziosa. Da ogni male Dio sa trarre un bene e questo tempo potrebbe produrre il bene di renderci più responsabili, più solidali, più maturi. Nel 2015, a 100 anni dalla Grande Guerra, il presidente Matterella ha detto: “I soldati italiani, in maggioranza contadini, provenienti da storie e regioni diverse, scoprirono per la prima volta, nel senso del dovere, nella silenziosa rassegnazione, nella condizione di precarietà, l’appartenenza a un unico destino di popolo e di nazione”. L’Italia l’hanno costruita più le trincee del Carso, dove siciliani e milanesi combatterono e soffrirono a lungo assieme, che gli intrallazzi politici di Cavour o l’impresa fulminea dei mille di Garibaldi – ha proseguito monsignor Marconi –  Nella logica dell’Alleanza biblica è giusto e buono avere fede e chiedere al Signore e a San Giuliano la vittoria su questa pandemia, ma ognuno faccia la sua parte, come tanti stanno facendo da quasi due anni, con impegno e per il bene di tutti».

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La messa doveva essere celebrata nel Sacrato della Cattedrale

Il vescovo ha anche parlato dell’Afghanistan sollecitando all’accoglienza: «Se per noi la parola guerra è simbolica, tra di noi stanno giungendo da ieri delle famiglie per cui la guerra è il ricordo vivo di due o tre giorni fa. Da settimane: la Diocesi, il Comune, le autorità locali civili e militari, la Caritas, la “Fondazione Diocesana Vaticano II” e l’Associazione “Centro di ascolto e di prima accoglienza” stanno lavorando assieme per dare una accoglienza responsabile, competente e di qualità ad alcune famiglie afghane in fuga da Kabul.  Mi sembra già una cosa molto buona che si lavori assieme, che ci si confronti e si cerchi il meglio per chiunque è in difficoltà: sia per chi arriva da lontano, che per chi vive già qui in situazioni precarie. Accogliere questi perseguitati mentre si continua ad aiutare i nostri poveri e i nuovi poveri è un dovere umanitario. È una testimonianza all’Italia che anche noi maceratesi sappiamo fare la nostra parte. Ed è anche il modo giusto di onorare i 53 civili e militari italiani che, partiti in questi 20 anni per una missione di pace in aiuto al popolo afghano, sono caduti in tenendo fede all’impegno di bene che avevano preso».

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Fiera bagnata dalla pioggia nella seconda parte del pomeriggio

Altro valore toccato durante l’omelia è stato la competenza: «Quando ero giovane e vidi una pornostar diventare deputata, mi preoccupai seriamente, non perché era porno, ma perché sarebbe stata certamente incompetente nel giudicare le cose complesse di cui si occupa un Parlamento. Purtroppo, di anno in anno, ho visto molto di peggio. I danni di questa pandemia hanno radici lontane e nessuno è del tutto innocente, perché una società che non pretende più studio, sacrificio e competenza per raggiungere posti di responsabilità, nel breve tempo è comoda per tanti, che poi magari si lagnano degli effetti negativi di questo modo di fare.

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Più presenze alla Fiera durante la mattinata

Oggi tanti parlano in tv, moltissimi scrivono sui social network quello che pensano, ma pochi pensano davvero a quello che scrivono. Pochi si prendono la responsabilità seria di valutare ogni parola che dicono. Molti cercano il successo veloce, creato dall’emozione o da chi la spara più grossa. Papa Francesco dice che ogni cristiano deve chiedere a Dio prima di tutto il dono del discernimento: quella sapienza che è dono dello Spirito santo che fa riconoscere la verità anche quando è scomoda, quando è impegnativa, quando ci chiede di fare scelte che costano fatica e rischio personale, ma portano al bene di tutti. Usate più la testa e la coscienza e meno lo stomaco, quando leggete i post su internet o seguite l’ennesimo dibattito urlato in tv. La seconda ricetta contro l’indolenza è: vedere con verità cosa possiamo concretamente fare. I competenti, che a me sembrano più avveduti, dicono che non avremo la fine veloce di questa pandemia, ma il virus diventerà endemico per un tempo piuttosto lungo. Cioè sarà presente, avrà dei picchi in varie zone del Paese, alternerà periodi di tregua e riprese locali di virulenza. Quella che ci attende non è una guerra lampo, con armi miracolose che risolvono tutto e subito. Ci attende ancora una guerra di trincea».

(redazione Cm, foto di Fabio Falcioni)

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