L’avvocato che difese Ali Agca:
«Così gli ho fatto ottenere la grazia,
emozionante l’incontro con Wojtyla»

QUARANT'ANNI FA L'ATTENTATO AL PAPA - L'anconetana Marina Magistrelli racconta il rapporto con il turco che sparò al pontefice: «Fu lui a chiamarmi nel '94 All'inizio ero titubante, ma poi accettai. All'inizio era diffidente con tutti, poi entrammo in una dimensione di consuetudine. L'incontro in carcere con Giovanni Paolo II è stato decisivo. Quando ha lasciato l'Italia disse: "Non ho parole" e ci ringraziò tantissimo»
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L’avvocato Marina Magistrelli

 

di Federica Serfilippi

«Fatta sua nomina, urge sua presenza». Un telegramma di sei parole inviato nel 1994. E’ iniziato così il percorso che avrebbe portato il turco Ali Agca ad ottenere la grazia per l’attentato contro Papa Giovanni Paolo II perpetrato il 13 maggio del 1981, a piazza San Pietro. Quarant’anni fa. La richiesta di aiuto era stata inviata all’avvocato anconetano Marina Magistrelli. All’epoca, Agca si trovava recluso nel carcere di Montacuto. «Da cattolica, inizialmente, mi sono posta il problema se accettare il caso dell’uomo che aveva cercato di uccidere il Papa – racconta l’avvocato a Cronache Ancona -. Ma poi l’ho superato: non si trattava di difenderlo dall’attentato, ma iniziare il percorso per chiedere la grazia e l’estradizione. E poi, ho accettato di rappresentarlo come si accetta qualsiasi altro caso. E’ il mio lavoro, non ho mai rifiutato nessuno nel corso della mia vita professionale». Il turco è venuto a bussare proprio alla porta della Magistrelli: «Non gli ho mai chiesto perchè – continua – ma mi sono fatta un’idea: lui era un gran lettore, ogni giorno sfogliava i giornali e probabilmente aveva letto il mio nome sul caso di Diana Beyer (l’olandese minorenne coinvolta nel delitto del Catamarano con Pippo De Cristofaro, ndr) per cui avevo ottenuto di farle scontare la pena alternativa alla detenzione nel suo Paese d’origine, l’Olanda».

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Il papa con Ali Agca nel carcere di Rebibbia il 23 dicembre del 1983 (ph. Wikipedia)

Il rapporto con il turco, oggi 53enne: «In un primo momento – continua l’avvocato – Agca era diffidente, non si fidava di nessuno. Poi siamo entrati nella dimensione della consuetudine, ma mai della confidenza. Ricordo che aveva una gran memoria, veniva da un contesto di povertà assoluta». Ci sono voluti sei anni per ottenere la grazia, proclamata dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 13 giugno del 2000. «Ottenerla era difficile ma non impossibile. Il punto di svolta è stato l’incontro a San Pietro tra il Papa, la madre e il fratello di Agca». Era maggio del 1996. «Andai a Roma con i familiari, incontrammo il Papa sotto il colonnato di San Pietro. E’ stata un’emozione forte. Cosa mi rimane di quel contatto? L’atteggiamento del Papa, la cordialità mostrata nei confronti della madre di colui che aveva cercato di ucciderlo». In seguito, c’è stata la richiesta formale della grazia allo Stato Italiano. «Ma fondamentale è stata la mediazione del Vaticano e l’atteggiamento di Papa Giovanni Paolo II, con il perdono pubblico, la visita nel carcere di Rebibbia e gli incontri con i familiari. Ha aperto un percorso, mostrando la sua benevolenza. Agca gli scriveva spesso lettere». La grazia ha “cancellato” la condanna all’ergastolo inflitta dal tribunale di Roma per l’accusa di tentato omicidio ai danni del Sommo Pontefice. «Appena ricevetti la notifica – ricorda ancora l’avvocato anconetano – andai in carcere. Lui stava in cortile, lo stavano già portando via per farlo tornare in Turchia». Poche le parole pronunciate dal turco: «Disse ‘Non ho parole, ora vado via’. Ci ringraziò tantissimo. Ha fatto più di 15 anni di carcere duro, di cui una decina in isolamento». Un volo portò Agca a Istanbul. «La prima cosa che ho pensato quando vidi il documento che concedeva la grazia? Che forse un po’ di giustizia era stata fatta. Questo caso mi ha aiutato a capire come si gestiscono i processi quando la comunicazione ha la prevalenza rispetto al fatto».

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Il documento firmato da Ciampi per la grazia



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