La scelta di Matteo Marchegiani:
«Mi sono sbattezzato, non credo
ma ammiro chi ha fede»

CIVITANOVA - Ha 22 anni, studia Giurisprudenza a Macerata e appena diventato maggiorenne ha deciso di rinunciare al primo sacramento. «Fin da piccolo non mi piaceva il catechismo, lo trovavo un indottrinamento forzato. La Chiesa non è al passo coi tempi e non riesce a capire i problemi»
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Matteo Marchegiani

 

di Giampaolo Milzi

Ventidue anni, gli ultimi 4 da studente alla facoltà di Giurisprudenza a Macerata con ottimo profitto, un cervellone, un bel ragazzo e con la faccia da bravo ragazzo, con quello sguardo dolce e gentile “farebbe un gran figurone in abiti da prete”, potrebbe dirgli chi gli vuol male. Perché “chi gli vuol male”? Perché Matteo Marchegiani, di Civitanova, è uno sbattezzato. Termine da non virgolettare. In quanto lo sbattezzo – cioè la decisione, certificata, di rinnegare la Chiesa cattolica apostolica – sebbene fenomeno ancora sconosciuto ai più e considerato una apostasìa dal diritto canonico, è stato effettuato da circa 100mila italiani (ma non esistono stime certe) con un trend in continuo aumento. «Sì, mi sono sbattezzato a 18 anni, ma nessuno mi vuol male, del resto io rispetto, quasi ammiro chi ha fede. Ma io la fede non ce l’ho, e nel mio approccio culturale all’esistenza se non tocco col naso, non credo». Ci scherza anche su, Matteo, col suo riferimento a San Tommaso (l’apostolo che dubitò della resurrezione di Gesù). Poi è serio quando pensa alla precocità di questa sua voglia intellettuale di smarcarsi dal primo sacramento, quello fondativo appunto della fede cristiana: «Sono sempre stato un bambino particolare, alle elementari le maestre dicevano che “crescevo a pane ed enciclopedie”. Ero appassionatissimo di scienze, di astronomia. Ed ero già un fan di Margherita Hack e di Darwin. Del catechismo non ne volevo sapere, ci sono andato solo perché i miei genitori mi dissero, insistendo, che la prima comunione sarebbe stata un gran festa, che avrei ricevuto un sacco di regali». E come ti sei trovato al catechismo? «Male. Mi rendevo conto che era un indottrinamento forzato, basato su preconcetti e dogmi che non capivo. Anche se avevo solo 9, 10 anni, lo vivevo come un indottrinamento sociale illogico, condizionante e discriminante su temi come il matrimonio, il divorzio, l’aborto… La mia mentalità fortemente razionale faceva davvero troppa fatica ad accettare che da qualche parte potesse esserci un dio. O che ci si dovesse battezzare da neonati o a pochi mesi di vita. Del resto Gesù è stato battezzato a 33 anni, quando era consapevole di ciò che faceva». Già, una mentalità crescente, col proseguire di studi appassionati, tanto che alle scuole medie Matteo si dichiarava apertamente ateo. E naturalmente niente cresima. Poi, quando frequentava l’istituto tecnico, l’incontro “fatale”: «Navigando su internet mi sono fermato nel sito web della Uaar nazionale, l’Unione atei e agnostici e razionalisti, dove c’erano i moduli da scaricare per lo sbattezzo, e chiesi subito a mio padre e mia padre, credenti ma poco praticanti, di potermi sbattezzare. Non si opposero, mi dissero solo di aspettare la maggiore età. E così ho fatto». E poi, come ti hanno giudicato gli altri? Qualcuno ti ha offeso. O pesantemente deriso? «Macché. Del resto io ho sempre selezionato i miei amici, con alcuni di loro a Civitanova frequentavo anche l’oratorio, alla chiesa di San Gabriele dell’Addolorata, e lì c’era un sacerdote di mentalità molto aperta, che non mi ha mai rimproverato o discriminato. L’ho detto, rispetto chi è religioso, apprezzo moltissimo le attività a favore dei bisognosi di associazioni come la Caritas». Un senso inteso in modo profondo da Matteo, quello dell’atto dello sbattezzo: «Innanzitutto per coerenza con me stesso, con la mia personalità e quindi il rifiuto di essere considerato parte di una comunità, quella cattolica, che mi era completamente estranea. Basata su una teologia che continuo a non condividere affatto. E poi il mio è stato un segnale…». Per comunicare cosa? «Che la Chiesa cattolica mente quando dice di rappresentare la volontà della maggioranza degli italiani. Non è così. I vescovi, la Conferenza episcopale italiana (Cei, ndr), lo affermano per propaganda, per influenzare l’opinione pubblica di una stato laico. E così fanno politica, cosa del tutto intollerabile». Il “peccato originale”, peccato mortale abortire, peccato divorziare, anche la sessualità è peccato se disgiunta dalla volontà di procreare, e poi i benefici alla Chiesa, come quelli fiscali: un elenco lungo di ciò che Matteo l’anticlericale non riesce proprio a buttar giù. Alti prelati e Cei continuano a far politica, a non occuparsi solo delle anime di chi ha fede, secondo Matteo: «Basta pensare alle dure critiche che hanno lanciato e lanciano in questo periodo contro la proposta di legge Zan, che giustamente vuole rafforzare il contrasto e la prevenzione a fronte dei tanti, purtroppo, casi di discriminazione e di violenza per motivi fondati su sesso e orientamento sessuale, genere e identità di genere, e sulla disabilità. La Chiesa ha anche l’aggravante di non rendersi conto che nella sua storia è rimasta sempre indietro a fronte della secolarizzazione, della laicizzazione della società. – aggiunge Matteo – Ed infatti è sempre più in crisi, cala progressivamente il numero dei fedeli a messa, diminuiscono le vocazioni e le iscrizioni ai seminari e quindi mancano i parroci. Ciò perché le persone non ritengono più la Chiesa adeguata a capire e risolvere le problematiche umane, e tale fenomeno è aumentato ed aumenta di pari passo all’aumento dell’istruzione pubblica. La Chiesa è lenta in un mondo globalizzato che corre, eppure con la sua influenza molte volte fa danni, impedendo ai preti di sposarsi, oppure sparando a zero contro l’omosessualità, ne sono qualcosa io che sono omosessuale dichiarato ed ho un compagno». Ecco dunque che inviare una lettera al parroco della chiesa dove si è ricevuto il battesimo per chiedere l’annullamento dell’atto sacramentale nel relativo registro è un atto “culturale, anticlericale, politico”. Un atto sempre più pubblicizzato in questo modo dalla Uaar, di cui Marchegiani guida la sezione della nostra regione, con sede ad Ancona in via Seppilli nel rione Piano, che conta 44 soci. Un’associazione nata proprio per difendere il diritto alla laicità dello Stato e il riconoscimento dei diritti civili laici. Un paio di esempi? «Il diritto degli studenti che scelgono un’ora alternativa a quella di religione, spesso non garantito, con ragazzi lasciati soli in aula a non far nulla. Il diritto dei non credenti ad ottenere dalle istituzioni le sale del commiato e locali per la “festa del benvenuto”, luoghi non religiosi dove celebrare in modo laico rispettivamente un funerale e una nascita».



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