Sindaco per un giorno a 100 anni,
la storia della vita di Tullia Memè

PIORACO - L'anziana ha ricevuto l'omaggio del primo cittadino Matteo Cicconi: la fascia tricolore
- caricamento letture

 

IMG_20210509_160039_433-650x488

Tullia Memè in fascia tricolore con una delle nipoti ed il sindaco Matteo Cicconi

 

di Monia Orazi

Un giorno da sindaco, in fascia tricolore, per la persona più anziana di Pioraco, Tullia Memè: è questo l’omaggio che ha voluto farle il sindaco di Pioraco Matteo Cicconi, per celebrare in modo originale la donna che ha raggiunto il secolo di vita. Occhi penetranti ed azzurri, sguardo attento, il passo calmo di chi porta sulle spalle tante primavere, la donna ha voluto rievocare un mondo che non esiste più ma che rivive nei ricordi di una Pioraco «in cui c’era tutto, non ci mancava nulla. Era pieno di botteghe, c’erano addirittura quattro barbieri, non uno solo come oggi». La nonnina, già vaccinata con una doppia dose contro il Covid, ha le idee chiare su cosa farebbe come primo cittadino: «Se fossi stato sindaco io non sarebbe andato via niente. Avrei detto ai piorachesi che prendono la paga qua, di trovarsi una casa a Pioraco, di abitare qua, altrimenti niente lavoro. Invece chi lavora da noi prende il salario e spende fuori, qui non acquistano niente, piano piano diverse cose hanno chiuso e vanno via tutti. Invece il sindaco, tutti devono impegnarsi per far risiedere la gente a Pioraco, non solo lavorare. Io ho lavorato in cartiera, eravamo 500, sopra a cento noi donne. Sono entrata nel 1935 a 14 anni, fino al 1935, mi hanno tenuta bene perché ero brava. Mi hanno messa nel reparto Stato, sono stata tanti anni insieme agli assistenti».

IMG_20210509_160320_929-325x244

Tullia Memè sindaco per un giorno, insieme a Matteo Cicconi

Carattere tenace, grande lavoratrice, voce squillante e pensiero veloce, la signora Tullia attribuisce al lavoro la sua forma fisica: «Non pensavo di arrivare a cent’anni, probabilmente mi ha fatto bene il lavorare, dovevamo combattere per avere tutto. Ero la più piccola di sette figli, babbo diceva che la paga era una, sette bocche erano tante, andava a lavorare. Ai bambini si insegnava a lavorare. Sono stata tanto male quando sono nata, quando avevo 4 anni è morta mia madre, ad 11 anni sono stata mandata a Roma a mezzo servizio. Ho tenuto i bambini, ho tenuto tanto il figlio del povero Tonietto, mi dava tre lire al mese, erano tante per quel tempo, perché un paio di piccioni si vendevano a una lira. Allora i soldi volevano tanto prima adesso non valgono più nulla, nessuno li buttava via». Il periodo più felice della sua vita è stato quando si è fidanzata con il marito Francesco, oggi defunto, sposato per procura: «Il periodo migliore è stato quando mi sono messa a fare l’amore con Checco, il mio povero marito. Ci siamo fidanzati 4 anni, mi ha mandato la letterina, allora si faceva così, c’era scritta la dichiarazione se ero contenta di vederlo di stargli accanto. Da fidanzata sono stata tanto bene, lui è andato sotto le armi come militare per 18 mesi. Appena tornato, lo chiamarono per andare sotto le armi che c’era la guerra dell’Africa. In Africa c’è stato tanto, ci siamo sposati nel 1941 e lui era sotto le armi, così ci siamo sposati per procura. Siamo andati in comune con un fratello, mi ci portò mio fratello. Ci fece firmare quello che si fa quando ci si sposa poi Checco tornò per otto giorni di licenza per il matrimonio». Nell’Italia del 1941 i due giovani sposi trovarono il modo di andare in viaggio di nozze a Macerata: «Siamo andati dal prete, c’era don Cherubino, ma ci disse che era la settimana santa e non ci poteva sposare. Checco disse che era tornato apposta e che se ne sarebbe tornato sotto le armi, se non si poteva sposare. Disse al prete: “Sono venuto per sposarmi e tu mi sposi”. Allora don Cherubino ci disse che lo faceva per piacere, ci avrebbe sposato in chiesa, solo con i testimoni ma senza cerimonia. Così ci siamo sposati e in viaggio di nozze siamo andati a Macerata, era tanto per quei tempi. I treni erano ancora di legno, c’erano le tavole me lo ricordo bene. Arrivati a Macerata andiamo a mangiare da una botteguccia che valeva tre soldi a pranzo, uscimmo fuori c’era uno che faceva delle fotografie. Fortuna è stato Checco che gli chiese di fare una fotografia,  è l’unica fotografia che ho del matrimonio, era il 1941. Tornati siamo andati a piedi a Seppio alla messa, tutti dicevamo che ci eravamo sposati perché ero incinta, perché non avevamo i soldi per andare con l’automobile. Ci siamo sposati perché lui diceva che lo mandavano a casa prima e prendeva la paga. Io avevo la matrigna, prendevo la paga e gliela davo non mi dava nulla, io non ho avuto nemmeno un fazzoletto naso. Così lui disse di sposarci, poi quando sarebbe tornato dalla guerra avremmo fatto tutto».

IMG_20210509_160629_905-283x400

Tullia Memè in fascia tricolore

Una vita molto diversa da oggi, quella di Tullia che è ancora molto attiva a casa, da sposata ha vissuto in centro storico, ha avuto due figlie, Mirella e Mariella:  «Lavoravo sempre, facevo il fascio di legna sulla montagna a Monte Gemmo, la portavo sulle spalle, avevamo anche il carretto. Il fuoco si accendeva sempre per cucinare, l’acqua non c’era la trasportavo con le brocche c’era una fontanella, si portava a casa ci si cucinava. Avevamo un fornello sopra una tavola tutto con pezzi di legno, c’era due muse sotto come una graticcia per prendere la cenere, sopra ci mettevo le pentole a bollire per quello che si doveva cuocere. Si stava meglio prima di oggi, anche se si penava, da piccola sono stata bene, perchè il governo ci vestiva, ci pagava la scuola, quando uscivano da scuola una maestra ci insegnava a cucinare, a mettere due punti. Le donne oggi ci sono quelle fatte male, prima si diceva fuggite femmine che ecco gli uomini, invece adesso dicono fuggite uomini che ecco le femmine. Indubbiamente oggi le donne stanno meglio, hanno il gas, il termosifone, la lavatrice, la lavapiatti, hanno tutto cosa gli manca più, noi su casa non avevamo niente». Dopo anni durissimi, il boom economico degli anni Cinquanta ha portato una svolta positiva anche nella vita della centenaria: «Abbiamo iniziato a stare meglio negli anni Cinquanta, Segni ci trattava bene, ci alzò la paga. A Pioraco ci sono nata. Ho viaggiato tanto, in alta Italia tutti gli anni, in montagna tutti gli anni con Mariella, Checco e Nemesio. Voglio tornarci anche quest’anno. Dopo quando è tornato a Pioraco siamo stati bene, Checco con il povero Otello lavorava sempre, ha fatto l’appaltatore, il primo gas è stato il suo, non ci ha fatto mai mancare nemmeno l’acqua per una formica, guadagnava Checco, già nel 1958 avevamo la televisione. Per vederla avevano messo un palo in un campo dovevi andare giù, quando tirava il vento toccava uscire per metterla su sennò non vedevamo niente. Il primo fornello a gas il nostro, quello con i piatti, sopra il mobile, lo abbiamo messo vicino alla stufa».



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X