I ricordi e la speranza
di un tempo diverso

DAVOLI A MERENDA - Tra covid, vaccini, scuole e ricordi nella "civiltà dell'elastico". I fotoritocchi
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di Filippo Davoli

Fa tempo che non sogno più. Peccato. Avrei molti stimoli da trasferire all’onirico, se peraltro fosse possibile addormentarsi dettando al sogno di cosa trattare e non il contrario, cioè svegliarsi cercando di trattenere la trama del racconto notturno. Invece non sogno più. Devo contentarmi della realtà. Che spesso è da incubo. Ma qualche volta da sogno. E che, comunque, rimane la realtà.

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davoli-1-325x240Di una cosa, nella nostra attualità, stupisco massimamente: l’amore insaziabile dei ragazzi per la scuola. Pofferbacco (si sarebbe detto una volta), ma non si era sempre pronti a marinare le lezioni? Non c’erano, un tempo, bar col retro in cui intavolare splendidi tornei di briscola e tresette nell’attesa che arrivasse l’ora del rientro a casa da scuola? Io ricordo straordinarie partite a tresette, in uno di quei retrobar, con un caro amico attualmente vigile urbano e dalla voce toniturante (a cui ogni volta che lo incontro ripeto che dovrebbe fare radio, con quel talento che ha in gola…). Da quando in qua gli studenti si ammalano di depressione perché non possono varcare la soglia degli Istituti e raggiungere l’amata classe dove di lì a poco verranno interpellati dall’ennesima interrogazione? Trasalisco (e non trasalgo, come molti – tra di loro e talvolta tra i loro insegnanti – sarebbero pronti probabilmente a dire; senza per questo intaccare minimamente l’amore insaziabile di cui ho appena detto).

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davoli-2-325x325Chiusi come l’anno scorso (con minime varianti) nella turris più o meno eburnea, godendo appieno di un silenzio irreale – rotto qua e là soltanto dagli pneumatici di qualche auto che scivola sui sampietrini delle vie del centro – provo una feroce nostalgia per i baccani del passato, che mai – a differenza dei miei vicini – ebbero su di me l’effetto esaurente di uno scatto di nervi. Al contrario, li ho sempre considerati una testimonianza della vita vissuta, una sorta di fratellanza ideale, una simbolica eversione all’ammorbante vuoto delle voci (e dei pensieri).

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Che poi mi viene da sorridere a considerare certi capricci del virus: che non entra nei ristoranti degli autogrill, mentre sguazza in quelli cittadini; che minaccia teatri, cinema e musei a mo’ di commando terroristico, ma si astiene aristocraticamente dal salire sugli autobus; che si appassiona di bancarelle di abbigliamento e scarpe, ma disdegna quelle alimentari; che adora vestirsi alla moda (chiusi i negozi di abbigliamento) ma non ama leggere (siamo sicuri che sia cinese e non italiano?); che prende le misure delle abitazioni appostandosi subito dopo il loro perimetro per colpire chi eventualmente osasse passeggiare un po’ più in là, ma si tiene alla larga dalle zone di caccia (avrà paura di venire impallinato?); che circola soltanto di notte ed eventualmente dal tardo pomeriggio, adorando gli aperitivi (e chi non li adora? Buongustaio…). Nella funesta ripetitività della nostra esistenza, almeno lui si dimostra creativo, oserei dire generoso: non tiene tutto per sé, si moltiplica in varianti. Ma con spensierata semplicità, non come nelle matrioske di certe operazioni partitiche e parapolitiche, spesso unica kermesse in un mondo intristito. Chapeau, Monsieur Le virus!

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davoli-3-325x383Intendiamoci, al fine di non ingenerare pretesti e pregiudizi: tanto di cappello alla fantasia del virus, ma il sottoscritto non è un no-vax. Attendo piuttosto il mio turno, augurandomi che la macchina si rodi al meglio prima della fine del mondo. Sui pericoli collegabili al vaccino, poi, non essendo un medico, mi accomodo serenamente nel pensiero di mia madre quando diceva che “di salute non c’è morto mai nessuno”. O anche che “quando Lassù te stacca la corrente, se parte”. Criteri popolari di giudizio, ma alla fine anche molto saggi. Uno cerca di optare per il meglio, ovviamente; ma anche nella più tranquilla quotidianità ci si può mettere in mezzo una quantità sterminata di possibili imprevisti (incidenti stradali o domestici, allergie anche a un semplice frutto – io l’ananas per esempio, etc.). Ora, dai dati che abbiamo, la proporzione tra benefici e guasti presenta numeri pressoché inattaccabili: 27 casi infausti su 29 milioni di persone vaccinate. Dice: “e se proprio tu capiti tra quei 27”? Rispondo: “si vede che era giunta la mia ora”. Infatti, il risvolto che davvero mi sembra paradossale e folle è la pretesa di non dover morire mai (come se di fronte alla nostra generazione si dovesse inceppare per nostro diritto l’ingranaggio di tutta la storia umana). Trovo che sia un atteggiamento sfinente a prescindere. Preferisco fidarmi.

VESCOVO-CONTI

Monsignor Luigi Conti

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Mi capita, in giorni come questo, di buttare un pensiero a Mons. Luigi Conti, che so buon lettore di Cronache Maceratesi, anche dopo anni che ha lasciato la sede maceratese per trasferirsi in quella fermana. Ora che è pensionato, vorrei che gli giungesse il mio saluto. Chissà come organizza le sue giornate un arcivescovo in pensione. Se si occupa di giardinaggio, oltre ad esercitare privatamente il suo ministero. Se ascolta la radio o passeggia, o fa la Settimana enigmistica. Ma certamente, concludo tra me e me, fa una vita normale, come me e tutti gli altri. E di lui sono certo, ben sapendo quanto – prima di essere prete e vescovo – egli sia uomo e fino in fondo: un uomo con cui non solo si può parlare, ma si può anche litigare e poi riconciliarsi. Lo ricordo proprio per questo con grande affetto, sempre.

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davoli-4-295x400Mi ridesta dalle piacevolezze della memoria una noticina che trovo sulla stampa riguardante l’addestramento dei cani in tempo di pandemia e di lockdown. Leggo così che i cani per il salvataggio delle persone non possono essere addestrati, mentre quelli per la caccia sì! Esatto: avete strabuzzato gli occhi proprio come ho fatto io, ma rileggendo avete realizzato di aver capito bene: si può uscire dalle zone rosse per andare a caccia (perché trattasi notoriamente di attività essenziale come il lavoro e la salute…), ma non si possono andare a trovare i nipoti (per esempio) e nemmeno addestrare i cani per effettuare salvataggi di vite umane.

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Non so: ho come l’impressione (questa dei cani è solo l’ultima sorpresa…) che stiamo incarnando la civiltà dell’elastico. Abbiamo abbandonato progressivamente le nostre belle radici legate al logos (e alla fede, per chi è credente praticante) per passare da un eccesso all’altro, come se fossimo tutti attaccati a un elastico, in preda alle opinioni certificate e non. Lo vedo anche in letteratura, dove – da una cura forse ossessiva (ma ce ne fosse!) del lessico e dello stile – si è scivolati in un bailamme di approssimazioni, sciatterie, ripiegamenti eccessivi sulla lingua della quotidianità (che è già di suo tracollata da tempo). E pensare che un tempo “in medio” stava “virtus”…

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davoli-5-325x258Mi sa che mi conviene tornare alle nuvole (a tratti così felicemente vaghe, nell’azzurro…); oppure a “stormire” tra i classici della biblioteca (spaginandoli, curiosando come il vento tra le piante di leopardiana memoria): aprile dolce stormire, e non dormire – come vorrebbe il proverbio. I primi riverberi di primavera aprono dentro un desiderio di fare, un gusto di muovere e di con-muoversi che meritano ascolto, intraprendenza. E infine stormire tra i ricordi di un tempo diverso, il tempo in cui siamo cresciuti e ci siamo formati; un tempo forse non migliore né peggiore, ma diverso sì: in cui esistevano ancora dei valori e delle priorità che erano solidi, comuni e condivisi. In cui il senso del limite nasceva in noi dall’educazione ricevuta in casa a suon di sberle, se necessario (era la civiltà dei doveri, prima che dei diritti…). Ma quanto bene, in quei limiti: quanto radicamento, quanta identità… quanta naturalezza anche nel poter dire “ho sbagliato”.

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Sì, ho nostalgia di quel tempo in cui era tutto più sobrio, più sano, più semplice. E confesso di aver paura che nemmeno il black out pandemico riuscirà a scuoterci e a restituirci a noi stessi. Auspico invece che ci possa accadere quanto il grande poeta Attilio Bertolucci scriveva nella sua poesia “Vento” del 1929:

Come un lupo è il vento / che cala dai monti al piano, / corica nei campi il grano / ovunque passa è sgomento. // Fischia nei mattini chiari / illuminando case e orizzonti, / sconvolge l’acqua nelle fonti / caccia gli uomini ai ripari. // Poi stanco s’addormenta e uno stupore / prende le cose, come dopo l’amore.



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