Medaglia d’onore a Vincenzo Meo,
si salvò dal campo di concentramento

BELFORTE - L'uomo che aveva portato la sua testimonianza anche alle scuole cittadine è morto. Il riconoscimento sarà ritirato dalla figlia Maria Rosa
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Vincenzo Meo

 

di Monia Orazi

Sarà ritirata dalla figlia Maria Rosa Meo la medaglia d’onore di cui è stato insignito il belfortese Vincenzo Meo, che dopo l’8 settembre 1943 è stato deportato dagli ex alleati tedeschi in Germania, dove è finito in un campo di concentramento e poi ai lavori forzati in una fabbrica di Idstein, dove è stato due anni in condizioni disumane. La notizia è stata comunicata al sindaco di Belforte Alessio Vita con una nota del prefetto Flavio Ferdani: «Caro Sindaco, sono lieto di comunicarle che il signor Vincenzo Meo è stato insignito della Medaglia D’Onore, riservata ai cittadini italiani, militari e civili ed ai familiari dei deceduti, che sono stati deportati o internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto, per l’economia di guerra. Poichè l’insignito è deceduto l’onorificenza verrà ritirata dalla congiunta Maria Rosa Meo». La consegna si terrà il prossimo 27 gennaio a partire dalle 14.25 nel palazzo comunale di Belforte, nel rigido rispetto delle normative anticovid. La storia di Vincenzo Meo è quella di un ragazzo classe 1923 di Morico di San Ginesio, che caso non scontato per l’epoca riesce ad arrivare in quinta elementare. A soli 19 anni viene arruolato nell’esercito italiano, nel terzo artiglieria di stanza a Reggio Emilia, finisce a combattere in Grecia accanto ai tedeschi, a quel tempo alleati dell’Italia, per volontà di Benito Mussolini. Era il 1942. L’8 settembre 1943 Badoglio firma l’armistizio e le carte in tavola cambiano, gli alleati inglesi ed americani iniziano la lunga riconquista dell’Europa che porterà alla liberazione nel 1945, mentre quelli che erano alleati dell’esercito italiano ne diventano i carnefici, il battaglione di Meo viene fatto prigioniero. Il giovane a vent’anni si ritrova prigioniero in Ungheria, trasportato per un mese in un campo di concentramento dove viene sottoposto a trattamento disumano dalle guardie tedesche. Cibo scarso e condizioni di vita pessime uccidono ogni notte almeno tre o quattro internati, raccontò Meo in un’intervista ai ragazzi delle scuole locali. Ma il peggio deve ancora venire. Lui e diversi suoi commilitoni vengono portati a fare i lavori forzati a Idstein, in una fabbrica militare. Sveglia alle tre, quattro ore di marcia forzata prima di arrivare al lavoro, come raccontò lui stesso nell’intervista alle scuole: «I due anni trascorsi in quella maledetta fabbrica furono molto duri, tutte le mattine ci dovevamo svegliare alle tre e dopo quattro ore di marcia, arrivavamo alla nostra fabbrica, lì il lavoro era molto pesante, e le nostre sofferenze erano amplificate dalla scarsità di cibo. Di norma il nostro pranzo era a base di acqua e rape, mentre la cena prevedeva una misera quantità di patate, di pane ed acqua; era proprio a causa della mancanza di cibo che, se ne avevamo la possibilità, mangiavamo tutto ciò che era commestibile». In tutto questo c’erano ogni giorno i bombardamenti alleati, a cui le fabbriche di guerra di Idstein non restavano estranee. I tedeschi anzichè far uscire i prigionieri dalle fabbriche ce li rinchiudevano per evitare che fossero bombardate. Un fortissimo bombardamento costringe il prigioniero a scavarsi una buca in terra e a coprirsi con un coperchio metallico, Idstein viene completamente distrutta dal bombardamento anglo americano, le case ridotte in macerie. Arriva la liberazione e Meo riuscì anche a salvare un ragazzino tedesco rimasto intrappolato nelle macerie di casa sua. Nel frattempo lavorò per due mesi come bracciante agricolo presso una famiglia tedesca, poi gli americani lo fecero salire su un treno che lo portò a casa. Trovò vivi il padre ed i fratelli, la madre malata quando arrivò non lo riconobbe e morì un anno dopo. Toccanti le ultime parole di ricordo che da superstite di anni terribili, Vincenzo Meo ha voluto trasmettere ai giovani studenti: «Non sono mai stato aiutato dallo Stato. Quest’ultimo mi comunicò che non potevo beneficiare di alcun aiuto economico per il fatto di non essere stato internato in un campo di sterminio, bensì in un campo di concentramento. La seconda guerra mondiale fu un conflitto insensato, frutto della follia nazi-fascista e frutto di una malata visione del mondo, propria a milioni di persone. Questo conflitto ha annientato le esistenze di milioni di esseri umani, ha rovinato la vita di altrettanti individui ed ha devastato la mia famiglia. Questo conflitto ha “rubato” la mia giovinezza: una giovinezza che non riavrò mai più indietro. Spero con tutto il cuore che, nella storia dell’umanità, un tale evento non debba mai più ripetersi».



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