Le vocce: quanno ce jocava
pure Ludovico Scarfiotti

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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di Mario Monachesi

Quando ancora non esistevano le bocciofile, le federazioni, i campionati, e le gance non erano così numerose, prima che diventasse lo sport che è diventato oggi, “lu jocu de le vocce era lu spassu de la domenneca, dopo magnato, de li contadì’. Se jocava su l’ara, su li prati, lungo li stradù, su ogni spiazzu più o meno pianu”. Le regole erano poche e le bocce rudimentali. “Co’ quilli de casa se riunia li vicinati, ‘rriava li fidanzati de le fije, l’amici e li conoscenti”. Si consumava una vera e propria festa all’aria aperta, in amicizia, senza stress, un passatempo sano e rilassante, dopo una settimana di lavori pesanti tra stalle e campi. Negli anni ’50 / ’60 e anche ’70, nel maceratese “le vocce a ghjocu libberu” erano molto diffuse. “Ce se cuminciava a ghjocà’ passata l’inguernata, piu o mino da Pasqua, e finènte a ottovre ‘vviatu, se la stajó’ lo pirmittia”. I giocatori partecipavano a coppie, a tèrne, in certi casi anche “unu contro unu, a seconda de li ‘ntirvinuti”. Non erano rare le donne. Ogni concorrente disponeva di due bocce dello stesso colore, colore che doveva essere diverso per ogni formazione.

bocce-4-325x254“‘Tira, ‘ccosta, mena, daje ‘na vocciata a volu, non te la fa’ longa, troppo corta, liscia come l’ojo, quessa va a finì’ a casa der diaulu, rcapa lu pallì’, mittijela a pilu, non fa’ danni che a quissu je feta pure lu gallu, contentamoce de un puntu…”. Queste erano le “parole” più in voga in quei momenti di allegria, ma anche di concitata voglia di vincere, “de no’ sfigurà'”. Quando la distanza tra una boccia e l’altra era minima, quasi imperccettibile, per assegnare il punto, o i punti, veniva misurata “co’ la prima zeppa che se ttroava. Magari se ruppia che frasca da la pianta più prossema, o se pijava lu vastó’ de che scopa èllo presente”.  A quei tempi le bocce erano di legno o d’impasto. In tempi piu remoti venivano usate palle di pietra, poi di legno d’ulivo (utilizzate anche dall’Imperatore Augusto), successivamente di bronzo. Nel Duecento si giocava con bocce di legno e d’argilla. In Francia, durante il regno di Carlo V, le bocce ebbero così tanta popolarità che le autorità, per frenare spesso comportamenti di estrema litigiosità, furono costrette a proibirle. Nel 1925 fanno la comparsa quelle in ferro, nel 1929 quelle sintetiche, cioè un impasto di segatura e colla.

bocce-3-300x400Le prime tracce del gioco delle bocce possono essere fatte risalire al 7000 a. C. Nella città neolitica turca di Catal Huyuk vengono trovate sfere in pietra. Murales dell’antico Egitto attestano che il popolo era solito giocare con sassi arrotondati. In Grecia, Omero racconta nell’Iliade che davanti alle mura di Troia, Achille e i suoi compagni nelle ore di ozio facevano rotolare piccole sfere di pietra. A Pompei, in un locale poi chiamato bocciodromo, durante una serie di scavi, vennero scoperti un pallino e otto bocce.  Il poeta e giocatore Angelo Rizzetti (1843 – 1912) scriveva: “Canto le bocce e canto i giuocatori / che fan da senno a esercitar la mano: / canto i raffisti e canto i puntatori, / canto color che boccian da lontano; / nobile gioco dell’Italia vanto, / con tuo stesso vigor reggi il mio canto…”. Ispirati dal gioco delle bocce, col tempo sono nati anche dei modi di dire: “A bocce ferme”, cioè parlare quando si è sicuri. Da qui il proverbio: “È solo a bocce ferme che se vede chj ha fatto lu puntu”; “S’è mistu un pallì’ su la testa”, dicesi di persona che si è fissata con qualcosa, incaponita in qualche progetto. Oppure la battuta spesso riferita a chi vuol capire ma difetta un po’: “Che ne sai quanti jiri fa ‘na voccia ferma”.

scarfiotti-6Un’ultima curiosità. Nei primi anni ’50, era spesso ospite dei nonni materni, residenti nella bella Villa San Pellegrino di Madonna del Monte, il futuro pilota automobilistico Ludovico Scarfiotti (1933 – 1968).  Piu di un anziano ancora lo ricorda “quanno vardascionacciu, co’ le carze corte (a paro de li jenocchj) e la vicicletta, la domenneca vinia a ghjocà a bocce co’ li contadì’ e le contadine lungo lu stradó’ de Juanzà (Bernacchini). Era de ‘na simpatia uneca, je piacia le vocce, anche se spisso non ce ‘cchjappava, e lo sta’ a menzo a quilli de la Madonna de lu Monte”. Mi racconta un’anziana del posto (più o meno sua coetanea): “Era anche vellu”. Simpatia e bellezza lo hanno poi, in carriera, fatto soprannominare “il pilota gentleman”.

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