Quanno se java a troà l’ammalati
(co’ ‘na vorsata de robba)

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Il poeta Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

“Ogghj, se vai all’ospedale, te ce tė’ sci e no un par de jorni. Anche mino”. Qualunque sia il motivo, “te da ‘na controllata…all’ojo, all’acqua, se c’ha tempu, a li freni, e po’ te rmanna a casa”. “‘Na orda non era cuscì, te ce tinia anche li mesi ‘nteri. Tanto che un proverbio recitava: “lo male bbocca a palate e scappa a cucchjarì'”. Quindi per le guarigioni si adopera a tutto il tempo che ci voleva. Allora, specialmente tra la gente di campagna (il senso di “vicinanza” era senza dubbio più spiccato), c’era l’usanza “de ji a troà’ chj statia male, prima su l’ospedà’ e po’ a casa”. E in nessuna delle volte si andava a mani vuote. Sempre “co’ ‘na smmallettata (borsata) de robba”.

ore-lieteI motivi dei ricoveri ospedalieri erano i più disparati. Si andava “da lu turcivudellu (appendicite) all’icchese (ictus), da la prissió arda a un cargiu o scornata de vacca, da ‘na cascata da lu pajà o da ‘na pianta de fichi a ‘na cancrena per un taju co’ la fargiefienara, da le tirizie o spasura de lu fèle (“Se ‘nghjallitu tuttu”, la persona diventa gialla) a lu diavete (diabete), ecc, ecc.All’ospedale, parenti, “vicinati” e conoscenti (“lu jiru era largu”) portavano biscotti (“Ore liete”, “Gran Turchese”), fette biscottate, succhi di frutta, banane, pesche sciroppate. A casa invece, fettine, capellini, zucchero, ancora succhi di frutta e più avanti nel tempo, anche caffè, Baci Perugina e gianduiotti Pernigotti. A chi invece “je nascia fameja (a quei tempi si nasceva a casa), la vorsa cuntinia la gajina, la Marsalla all’ou, la Ferochina Bisleri, lo zucchero, li capillini”, ecc, ecc. “Li più contenti era sempre li frichi, che tra tutta quella robba che ‘rriava, se putia leà che svojatura”. Erano tempi in cui biscotti, succhi di frutta, banane e cioccolatini non è che li trovavano tutti i giorni. Anzi, forse mai. E queste erano occasioni da “trippa mia fatte cappanna”.

Senza-titolo-1-1-325x215Andare a trovare un ammalato, era e rimane un gesto alto e meraviglioso. La Bibbia ricorda che chi visita un malato gli toglie un sessantesimo del suo dolore. A quei tempi, ritorno a parlare di allora, “quanno se java a troà’ chjdù’ (qualcuno) sull’ospedale era ‘bbitudine, per faje sintì de più l’affettu (forse anche per stanchezza del visitatore), méttejese a sedé’ su un bordu de lu lettu” (oggi non si può piu) e parlaje de cose vèlle: “Daje che passa tutto, sarà un momentacciu ma vederai che presto rveni a casa. Appena scappi ce jimo a fa ‘na viuta che ce ‘mbriachimo”. Il degente, spesso si informava come proseguivano i lavori in campagna. Secondo la stagione chiedeva: “Come è ghjto lo fié’, la mititura, lo vatte, quanto ha reso lo gra’ o l’ua, se la vacca ha fijato”. Qualsiasi malattia non lo allontanava dai suoi campi, se era un agricoltore, o da qualsiasi altro lavoro facesse, se era un “casannaulu”. Prima che la gradita visita finisse, o a casa “quanno era scappatu”, l’ammalato ringraziava mille volte per la roba ricevuta e le parole erano: “Ma che ve sete stati a scommedà’ a fa’, non c’era vesognu de gnente…so’ statu contentu de vedevve, ‘n’antra orda venatece senza gnè’. Spirimo de rvedecce”. Il visitatore o i visitatori rispondevano: “Ma come non ce rvidimo, forza, forza che stai vè’, lo vidi come i rpijato?”. I più riprendevano davvero, qualcuno purtroppo…no.



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