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Addio al maceratese Mario Fabbri,
storico giudice del Vajont

E' MORTO oggi a Belluno e noi perdiamo un uomo di valore. Il commosso ricordo di Giancarlo Liuti
lunedì 6 Maggio 2019 - Ore 22:21 - caricamento letture
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di Giancarlo Liuti

Dopo una lunga malattia è morto oggi a Belluno un maceratese che per la sua ostinata fiducia nella legalità e il suo ancora più ostinato rifiuto di ogni compromesso va considerato, specie se riflettiamo sulle caratteristiche anche morali della nostra attualità, un’autentica eccezione. Sto parlando di Mario Fabbri, un mio coetaneo che dopo essersi laureato in Giusrisprudenza a Macerata e dopo aver vinto un concorso nazionale per cancelliere, divenne dapprima pretore a Rovigo e poi giudice istruttore a Belluno, il che gli capitò proprio nei giorni – ottobre 1963 – della catastrofe del Vajont, quel monte che improvvisamente franò a valle, distrusse interi paesi – Longarone fu raso al suolo – e mandò all’altro mondo quasi duemila persone. 

Il giudice Mario Fabbri

Superando enormi difficoltà d’indagine (anche tecniche, con perizie geologiche, idrauliche e ingegneristiche di livello internazionale) e resistendo a pressioni politiche di ogni genere, quel giovane magistrato – aveva appena trent’anni – rinviò a giudizio i vertici della Sade, proprietaria di dieci centrali idroelettriche e relativi invasi nella zona dolomitica – il Vajont su tutti – e ottenne, sia pure con pene inferiori alle richieste, la condanna definitiva in Cassazione di alcuni degli imputati, fra i quali il direttore della Sade e l’ispettore generale del Genio civile, per disastro colposo con previsione dell’evento e plurimi omicidi colposi (la gigantesca e imminente frana del monte Toc sulle acque del sottostante bacino poteva e doveva essere prevista, la popolazione poteva e doveva essere avvertita). Questa vicenda giudiziaria fece epoca, allora, perché, forse per la prima volta, un “potere forte” – un Golia dell’economia nazionale – fu trascinato in giudizio e sconfitto da un David che era appena giunto in un tribunale e aveva un’unica arma: la legge e la propria coscienza. Pare che durante l’istruttoria venne da lui un avvocato e gli disse di poter garantire dieci miliardi di lire per i risarcimenti ai danneggiati, con l’auspicio che la questione passasse da penale a civile. Chi era quell’avvocato? Giovanni Leone, l’autorevole esponente della Dc che era già stato capo del governo e nel ’71 sarebbe diventato presidente della Repubblica. Ma il nostro David tenne fermo il suo punto: quello era – e doveva restare – un processo penale. E la sua istruttoria si rivelò talmente solida che nei tre gradi del processo un intero esercito di principi del foro non riuscì a demolirla. Cos’altro accadde durante le indagini? Non risulta che qualcuno l’abbia definito “toga rossa”, eversore della democrazia o cancro da estirpare. E dopo la sentenza della Cassazione? Non risulta che qualche assemblea di industriali abbia salutato con applausi quei condannati. Ma erano altri tempi. Un tantino più decorosi.

Tornò a Macerata nel 2011 quando fu premiato dall’associazione “Il Glomere” per “ la tenacia, l’impegno civile e il rigore professionale con cui ha svolto il suo lavoro di magistrato”, e soprattutto per aver condotto, praticamente da solo e contro uno dei più influenti potentati economici italiani, l’istruttoria sul Vajont,.

E’ superfluo, qui, ripercorrere a una a una le faticosissime tappe che in otto anni, dal ‘63 al ‘71, portarono la tragedia del Vajont fino alla corte suprema. E per soli 15 giorni si riuscì ad evitare la prescrizione (anche questo va sottolineato, oggi che per certi processi si varano leggi allo scopo di far scattare anzitempo la prescrizione). Preferisco raccontare Mario Fabbri , come visse gli anni maceratesi, di che tempra è fatto, quale fu, sin dal liceo e dall’università, il suo rifiuto di qualsiasi compromesso (lui di sinistra, ma non militante), la sua testarda fiducia nella legalità, il suo non essere mai opportunista, calcolatore, fiutatore del vento.

Presa la maturità al classico “Leopardi” nel 1951, si iscrisse a Giurisprudenza e ottenne una borsa di studio annuale per “studenti meritevoli e bisognosi”. Iniziò anche a collaborare con la pagina locale del Carlino, per la quale seguì il processo in assise contro i partigiani che a Lugo di Romagna avevano sterminato la famiglia dei conti Manzoni. E un giorno, nel ‘53, il “capo” Fernando Scattolini mi propose di sostituirlo perché Mario aveva deciso di compiere il primo salto fuor di provincia col concorso nazionale per cancelliere. Naturalmente lo vinse e fu assegnato dapprima alla pretura di Rovigo, poi a quella teramana di Nereto. Una fortuna per entrambi? Può darsi. Ma, per lui, l’addio a Macerata. Non del tutto, però. Tre anni dopo venne a laurearsi discutendo una problematica tesi sul Concordato col professor Attilio Moroni (indimenticabile figura di “sacerdote laico”, se così posso definirlo) e suscitando polemiche nella commissione – ma lui, come sempre, si batté e vinse – per aver messo in bibliografia il Vangelo secondo Matteo e il Capitale di Marx. Intanto s’era fidanzato con Luisa Paolini (colpo di fulmine alla festa di San Giuliano del ’53, durante una corsa motociclistica alla quale capitò che assistessero insieme). Poi, nel ’59, il matrimonio (hanno tre figli, Antonio, Antonella e Andrea). Sempre nel ’59, vinse il concorso in magistratura e l’anno dopo tornò da uditore a Macerata. Successivamente fu pretore a Rovigo. Infine, proprio nel ‘63, giudice istruttore a Belluno. Pochi mesi più tardi, come un segno del destino, la catastrofe del Vajont.

Negli ultimi anni ha vissuto da pensionato a Belluno dopo essere stato, sempre nel Veneto, giudice di tribunale, procuratore della Repubblica e presidente della commissione tributaria regionale. Ma il cuore è rimasto nelle Marche dove passava tutte le estati nella sua casa a Sirolo. Macerata, lo studio, la formazione culturale, il giornalismo, l’amore. Ma anche la caccia. E lo sport, giocando nella forte squadra di hockey su prato con, fra gli altri, Paolo Perugini, Enzo de Sanctis, Evaristo Pasqualetti, Tommi Nicolini. E le feste danzanti alla Casa dello Studente, che organizzava con l’Hot club di Silvano Pietroni e le primissime esibizioni canore di Jimmy Fontana. Io ebbi rapporti di più intensa frequentazione col fratello Delio, un altro Fabbri di grande avvenire (amministratore delegato della Sme, la finanziaria alimentare dell’Iri, poi fra i numeri uno del consiglio di amministrazione della Ferrero). Ma con Mario non mancarono passeggiate notturne lungo le mura e discussioni di politica, cinema, varia umanità. Inutile. Vinceva lui. Troppo preciso nei dettagli e nei particolari. Insomma, finivo sempre condannato. Senza attenuanti e senza il beneficio della condizionale.



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