Quella volta che don Enea
fece entrare un cane in chiesa

MACERATA - «Anche lui è un fedele» aveva detto il parroco della chiesa di San Giovanni
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Donatella Donati

di Donatella Donati

«Don Enea, è entrato un cane». Così avvertiva il buon parroco della chiesa di piazza Vittorio Veneto  a Macerata un ragazzino tirandogli la tonaca. «Piccolo mio anche lui è un fedele». Con questa risposta il capo della bella chiesa barocca si salvava dal dover vietare o permettere.
Il problema dei cani in chiesa è riemerso in questi giorni a Macerata per il divieto che se ne è fatto di portarlo tra le sacre mura della chiesa dei francescani rivolto ad una recentissima vedova cui é rimasta la consolazione della presenza di un cane fedele appartenuto al marito. Del fatto si è impadronita la stampa e ne sono nate discussioni e valutazioni.

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La chiesa di San Giovanni

Io mi sono fatta un giro per le chiese di Milano, non vi dico quanto sono numerose, a cui nel 2006 fu assegnata  dal giornale Libero una simpatica pagina, dedicata all’ingresso dei cani in chiesa, “ammesso a condizioni che”, “ ammesso senza condizioni”, “assolutamente proibito “come  è il caso dell’importante chiesa di Sant’ Ambrogio dove i possessori dei cani sono invitati a legarli alle bacheche del portico.
La ricerca accuratissima, chiesa per chiesa, quartiere per quartiere , è stata fatta dai due giornalisti Cazzaniga e Legnani ai quali era giunto l’ordine del direttore di porre fine con questa ricerca ai problemi che i cani procuravano ai loro padroni a causa della mancanza di una legislazione uguale per tutti.
Il diritto canonico non ammette né proibisce che affezionatissimi cani possano seguire in chiesa i loro padroni, ma i due giornalisti fecero una mappatura completa della situazione a Milano prevedendo decine di casi. Tenendo conto della tensione che si è creata negli anni in cui è esplosa l’abitudine di vivere con il proprio animale in tutti i momenti della propria vita il lasciarlo a casa è sembrata un’offesa alla reciproca sensibilità.
La mappatura fatta dai giornalisti di Libero può considerarsi il modello da utilizzare anche per le nostre piccole città, per evitare ogni equivoco e contemporaneamente liberalizzare il rapporto tra chiesa e cane, affidandosi al buon senso dei padroni.

 

«Per mio marito il cane era un figlio, l’ho portato alla messa in ricordo e il frate mi ha ripresa di fronte a tutti»



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