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Donne infettate con l’Hiv,
Pinti condannato a 16 anni e 8 mesi
Alle parti civili 400mila euro

SENTENZA DEL GUP Paola Moscaroli del tribunale di Ancona. Il 36enne era imputato per lesioni personali gravissime e omicidio volontario. L'uomo è entrato in aula sorridendo. Ha lasciato al giudice una memoria difensiva in cui si cita uno studio che sostiene la non validità di perizie che collegano il contagio diretto tra due persone con lo stesso ceppo virologico. Impassibile alla lettura del verdetto. Presente l'ex compagna che lo aveva denunciato
giovedì 14 Marzo 2019 - Ore 15:27 - caricamento letture
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Claudio Pinti questa mattina in tribunale ad Ancona

di Federica Serfilippi (foto di Giusy Marinelli)

Un sorriso prima di entrare in aula, nessuna reazione alla lettura della sentenza che lo ha condannato a 16 anni e 8 mesi di reclusione. Un verdetto, quello che ha inchiodato Claudio Pinti, letto anche alla presenza di colei che lo scorso maggio lo ha denunciato dopo aver scoperto di aver contratto l’Hiv: l’ex fidanzata Romina, parte civile al processo contro il 36enne. Era accusato di omicidio volontario, per aver infettato l’ex convivente (poi morta), e lesioni personali gravissime, reato quest’ultimo legato al virus trasmesso a Romina e scoperto a  maggio 2018.

Il verdetto è stato emesso dal gup Paola Moscaroli dopo circa mezz’ora di camera di consiglio. I pm Pucilli e Bilotta avevano chiesto per l’imputato, difeso dagli avvocati Andrea Tassi e Alessandra Tatò, 18 anni di reclusione. Pinti ha voluto partecipare all’udienza nonostante le gravi condizioni di salute. Qualche giorno fa ha lasciato l’ospedale di Viterbo (dove era ricoverato da dicembre) per far ritorno nel carcere romano di Rebibbia dove è entrato la scorsa estate dopo un breve periodo passato a Montacuto di Ancona. Prima che il giudice si ritirasse per il verdetto, Pinti voleva rendere delle dichiarazioni spontanee. Gli sono state negate per una questione di tempi. Se avesse voluto parlare, avrebbe dovuto farlo a una delle scorse udienze. Ha però lasciato al giudice una memoria difensiva di sei pagine dove ha voluto riportare alcune parole di una ricerca sull’Aids uscita la scorsa estate su una rivista scientifica. L’articolo sosteneva la non validità di perizie che mirano a correlare il contagio diretto tra due persone avente lo stesso ceppo virologico. Bensì, sarebbero da prendere in considerazione solo quando emerge dagli accertamenti una non correlazione tra i ceppi. Sono state stabilite anche le provvisionali alle parti civile, che si aggirano sui 400mila euro. A Romina, assistita dall’avvocato Alessandro Scaloni, andranno 50mila euro. Ai genitori e al figlio 30mila euro complessivi. Alla figlia minore di Pinti, assistita dall’avvocato Federica Finucci, andranno 100mila euro. Venticinquemila euro, invece, per la sorella e ciascuno dei genitori di Giovanna Gorini (avvocati Elena Martini e Cristina Bolognini), l’ex convivente del 36enne, e madre di sua figlia, morta nel giugno 2017 per una patologia tumorale connessa all’Hiv. L’accusa sosteneva che l’imputato l’aveva indotta a non curarsi, affermando l’inesistenza del virus. Tuttora Pinti è fautore delle teorie negazioniste sull’Hiv e, nonostante le sue gravi condizioni di salute, continua a non sottoporsi a terapie per contrastare l’immunodeficienza a cui è legata il virus, da lui scoperto una decina di anni fa.

(Servizio aggiornato alle 17,20)

 

 



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