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Il recupero dei detenuti:
i benefici per il singolo
e la stabilità sociale

MACERATA - Il convegno organizzato dall’Accademia Georgica all'istituto “Matteo Ricci” ha posto l’attenzione su una tematica attuale coinvolgendo operatori e studenti
martedì 12 Febbraio 2019 - Ore 11:10 - caricamento letture
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Alcuni dei relatori del convegno fra cui il presidente del consiglio regionale Antonio Mastrovincenzo

 

La mattinata di venerdì 8 febbraio è stata un’importante occasione di confronto per fare il punto sullo stato dell’arte in materia di recupero e responsabilizzazione dei detenuti con l’intervento di soggetti istituzionali e privati operanti nel campo all’istituto “Matteo Ricci” di Macerata. Il tema del convegno ha visto concordi gli intervenuti sul fatto che il riscatto sociale dei reclusi passa attraverso il lavoro e la valorizzazione dal punto di vista umano.

Promosso dall’Accademia Georgica di Treia e organizzato in collaborazione con l’Istituto con l’intento di sensibilizzare e far conoscere alle nuove generazioni tali tematiche e i relativi soggetti che se ne occupano, l’evento ha visto l’intervento di apertura del presidente dell’assemblea legislativa delle Marche Antonio Mastrovincenzo. Il presidente ha subito richiamato l’art. 3 (“tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”) e 27 (“le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato”) della Costituzione italiana. Non sono mancati riferimenti alle problematiche dei penitenziari italiani: a partire dal sovraffollamento, la carenza del personale, soprattutto di Polizia Penitenziaria, e la diminuzione delle risorse che aiutano all’inserimento sociale delle persone detenute. Proprio in questo campo alcuni reclusori marchigiani stanno elaborando attività culturali volte al loro reinserimento.

Il vice presidente dell’Accademia Georgica Umberto Patassini, nel tracciare il profilo storico dell’Istituto, ha poi richiamato i valori espressi dalle settecentesche Pie Case di Correzione e Lavoro che adottarono un programma per la formazione professionale dei giovani e nello stesso tempo per poter contribuire allo sviluppo economico e industriale: un concetto pionieristico che oggi l’Accademia sta ripercorrendo attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale. I saluti istituzionali sono poi continuati con Salvatore Angieri, vicario del Prefetto di Macerata e commissario straordinario della città di Treia, che ha posto l’accento sul dibattito tutt’ora aperto che riguarda il peso delle pene, una tematica che vede nel “Dei delitti e delle pene” di Beccaria uno dei capisaldi letterari. A seguire l’avvocato Giancarlo Savi, dell’ordine degli Avvocati di Macerata, ha proposto una riflessione su ciò che è la giusta detenzione e ciò che entra nella sfera dell’istinto etico citando l’esempio di quanto è recentemente accaduto al giovane nuotatore Manuel.

Entrando nel vivo dei lavori il professor Carlo Pongetti, direttore del dipartimento di Studi Umanistici dell’università di Macerata, ha illustrato i retroscena della nascita e della gestione delle Pie Case di Correzione e Lavoro di Treia. L’excursus storico ha toccato i temi della critica situazione economica e sociale a cui si è trovato di fronte il futuro pontefice Pio VI all’inizio della seconda metà del ‘700 quando era Tesoriere Generale dello Stato Pontificio. I documenti d’archivio custoditi dall’Accademia Georgica hanno permesso di studiare lo statuto delle Case e le finalità di un istituto impegnato nella lavorazione del cotone grezzo e della lana per realizzare tele, corde e vele per le imbarcazioni con il monopolio per la fornitura dei porti principali dello Stato della Chiesa. Il dispositivo istitutivo del reclusorio di Treia si preoccupava anche del dopo il periodo di correzione, lanciando degli interrogativi che ancora oggi rimangono aperti.

Sulla scia di queste problematiche irrisolte, una risposta ha cercato di fornirla la Fondazione Milani, nata negli anni ’70 in località Berta a San Severino dalle idee di Egidio Ciabattoni, un giovane frate Cappuccino, che di fronte agli squilibri di una società ingiusta e oppressiva, inizia a promuovere corsi di addestramento al lavoro. Come affermato da don Donato De Blasi che oggi anima le comunità terapeutiche residenziali “Istituto Croce Bianca” e “Opera Miliani”, la Fondazione ha da subito aiutato chi era uscito dal carcere dopo l’ergastolo a trovare accoglienza e assistenza, ma la vera svolta è stata l’incontro provvidenziale con un industriale della carta che aveva intuito la necessità di una preparazione per i detenuti in quanto non bastava solo scaricarli nelle aziende quale maestranza.

A seguire lo psicologo Jacopo Biraschi della Cooperativa Berta ’80 ha illustrato come recuperare le persone che si trovano in situazioni alternative al carcere mediante interventi che devono essere applicati per due vie: dal basso, attraverso la terapia, e dall’alto, reinserendo le persone integrandole socialmente e instaurando loro una routine che abbia una regolarità funzionale al recupero. La psicologa Claudia Giordani ha poi delineato il trattamento da un diverso punto di vista: quello psicologico che comprende la questione del mandato della pena (da intendere quale scopo del carcere) e dell’inserimento sociale. Una delle parole chiave utilizzate è stata quella della rieducazione: essa implica che lo scopo non sia quello di punire ma quello di reinserire rendendo possibile il recupero di qualcosa. Tale senso, psicologico, vede due vie diverse: la prima è l’identificazione (che risponde alla domanda “Chi sono?”) e la seconda è il riaccendere la passione per la vita.

Gli studi sono poi proseguiti con un inquadramento dell’attuale situazione giuridica e delle carceri con la vivace trattazione di Marco Bonfiglioli, del Provveditorato Regionale dell’Emilia Romagna e Marche del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Nel nuovo regime penitenziario l’elemento centrale è il lavoro ma per capirne la funzione è bisognato ricostruire il percorso degli ultimi dieci anni, periodo in cui è esploso il sovraffollamento delle carceri italiane: il fenomeno è da confrontare con le problematiche avute nella storia delle carceri in Italia, come ad esempio, negli anni ’80, il problema del terrorismo, negli anni 90 l’Aids e la criminalità organizzata e negli anni 2000 l’emergenza degli stranieri. In Emilia Romagna e nelle Marche dei circa 4.500 detenuti il 48% sono non italiani.

Il quadro che emerge è quello dell’impossibilità di una convivenza con tali problemi. Si chiede al carcere di risolvere un problema sociale che la società non riesce a risolvere e per lavorare non ci sono delle risorse. In Emilia per il sovraffollamento si arriva al 128%. La Corte Europea condanna alla nostra Nazione la disumanizzazione dei detenuti e anche l’art. 27 della Costituzione è chiaro sull’argomento, infatti, sancisce che la dignità vada rispettata anche per quanto riguarda i detenuti. Per arrivare ad una soluzione si cerca di dare uno spazio fisico sia dentro le camere che fuori. Una sfida ancora oggi non vinta, ma che sta portando a risultati concreti e positivi: infatti nelle carceri con il regime ordinario, che prevedono otto ore di libertà, il numero di aggressioni è maggiore rispetto alle carceri con regime aperto, che ne prevedono almeno dieci.

La professoressa Lina Caraceni del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Macerata ha inquadrato la situazione dal punto di vista giuridico che è culminata con la recente riforma dell’ordinamento penitenziario in materia di vita detentiva e lavoro penitenziario con cui si afferma che il recupero è dato proprio dalla formazione e dal lavoro. È una responsabilità dei cittadini la possibilità di tornare nella società ma il problema è proprio dentro la società stessa: essa dovrebbe essere accogliente e, in particolar modo, inclusiva. Purtroppo però in carcere c’è marginalità sociale e le politiche penali vanno sempre più verso la criminalizzazione delle marginalità “quasi come se essere straniero o essere povero sia un reato”. Ad intervenire in tal senso è proprio la legge del 2018 (ancora da attuare) che crede nel recupero dei soggetti e il riacquisto di una propria identità attraverso la formazione e il lavoro. Dal Servizio Politiche Sociali della Regione Marche è intervenuto infine Marco Nocchi che ha affermato che il lavoro e la cultura sono gli strumenti più inclusivi che si hanno a disposizione. Per cultura, il sociologo porta ad esempio una serie di laboratori (teatrale, di scrittura creativa, di poesia, di giornalismo e filmografia).

L’iniziativa più convincente attuata dal Servizio in termini di risultati è stata l’introduzione del tirocinio formativo gestito da esperti del settore e da organizzazioni che di mestiere fanno da accompagnamento al lavoro. Il dottor Nocchi ha inoltre invitato, soprattutto le giovani generazioni, a fare la propria parte di cittadinanza attiva attraverso esperienze di volontariato in “istituzioni totali” come quelli penitenziari per prendere coscienza del lavoro di programmazione che c’è dietro. L’iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione con l’Istituto di Istruzione Superiore “Matteo Ricci” di Macerata. L’intervento del professor Dario Matteucci ha voluto precisare che la responsabilizzazione dei detenuti è più attuale di quanto si possa pensare auspicandone un esito positivo grazie alle nuove lungimiranti iniziative, anche del legislatore, nel rispetto del principio fondamentale della costituzione della funzione rieducativa della pena. La presenza dei ragazzi dell’Istituto ha avuto la finalità di fornire loro una esperienza formativa forte, molto più forte di ciò che possono vivere nel quotidiano scolastico attraverso la diretta testimonianza di coloro che vivono la realtà delle prigioni e negli istituti di recupero.

 

 



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