Si dice che chi vive a Macerata
non desidera “migrare” altrove

RUBRICA - Se fosse vero - una volta lo era, ma via via sempre meno - sarebbe un gran bene per questa città, nonostante che nelle sedi politiche e amministrative non ci si stia preoccupando abbastanza del suo ormai vicinissimo futuro
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Giancarlo Liuti

 

di Giancarlo Liuti

“Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. /Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori / lascian gli stazzi e vanno verso il mare: / scendono all’Adriatico selvaggio / che verde è come i pascoli dei monti”. Questi celebri versi di Gabriele D’Annunzio non hanno niente di simile con le vacanze al mare che noi adesso facciamo in piena estate, abbrustoliti dal “solleone”. Altri tempi, insomma, quelli del grande poeta di Pescara, che visse fra il 1863 e il 1938. Ma c’è una parola, nei suoi versi, che oggi sta avendo un’attualità addirittura moltiplicata per mille. Ed è la parola “migrare”, ossia spostarsi da un luogo a un altro luogo e non di rado cambiare città. Ebbene credo che gli esseri umani non abbiano mai “migrato” così tanto e così frequentemente come quelli di adesso, che lo fanno per lavoro, per turismo, per amore o per vivere meglio. C’entra pure Macerata? Ultimamente pare di sì, visto che da certe pur opinabili dicerie i maceratesi con la voglia di andarsene altrove sarebbero più numerosi di quanto lo fossero fino a un recente passato.
Sta comunque di fatto che oggigiorno il verbo “migrare” lo si trova dovunque, perfino nella nomenclatura della religione, dove in primo piano figura un “migrante” di così alta statura spirituale da esser posto quasi allo stesso livello di suo padre, che è Dio, il creatore del nostro mondo e della nostra vita. Mi sto ovviamente riferendo a Gesù di Nazaret, il “Messia” che nacque nell’Anno Zero (dico “Zero” perché la vigente numerazione degli anni – ora siamo arrivati al duemiladiciannovesimo – inizia proprio dalla nascita di Gesù).
Fantasie? Probabilmente sì, ma nell’affrontare certe questioni cosiddette “trascendenti”, ossia più “alte” delle nostre mediocri vicende terrene, bisogna accettare che la Storia si trasformi in Fantasia e la Fantasia in Storia. Mi sbaglio? Forse. Ma è anche grazie a questa facoltà dell’animo che gli esseri umani sono riusciti a distinguere il Bene dal Male e li hanno posti in una così netta contrapposizione senza la quale la nostra vita sarebbe rimasta nel buio di non sapere cosa pensare, cosa dire e cosa fare.
Ma torniamo alla parola “migrare”, che oggigiorno si sente dovunque e però non gode di gran simpatia a causa della sua “diversità” rispetto al nostro abituale modo di vivere, molto “stanziale” e poco “migrante”. Tuttavia è proprio in virtù del “migrare” – ogni volta un luogo nuovo e ogni volta nuove esperienze – che via via è cresciuta in noi la consapevolezza di essere gli autentici “protagonisti” della nostra vita. Migrò del resto anche Gesù, fuggendo in Egitto anzitutto per salvare se stesso e la sua famiglia da Erode, ma anche per portare il “Verbo di Dio” laddove non era ancora conosciuto abbastanza.
E noi maceratesi come ci comportiamo? Sembra senza rimpianti e senza rimorsi, forse per la fortuna di stare in una città che non soltanto ama la pace ma per di più si fa chiamare “Civitas Mariae”, in linea, quindi, con i precetti – ma da noi quasi “amichevoli” – di una religione più “cristiana” che “cattolica” in senso stretto. Per lunghi anni, infatti, Macerata è stata “governata” dalla Democrazia Cristiana, un partito che per conservare il potere era disposto ad allearsi coi “miscredenti” repubblicani, socialdemocratici e socialisti. Simpatie per gli estremismi? Ma via, questa non è roba adatta a Macerata. E allora? Tirare avanti con moderazione e con fatalismo, nella fiducia che dall’alto dei cieli “Maria” continui a non crearci problemi troppo difficili da risolvere.



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