Lu spacciu de Colosu
(ultimo caposaldo d’un tempo passato)

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario-Monachesi

Mario Monachesi

di Mario Monachesi

Sfidando i giorni lucenti e spesso inutili della grande distribuzione (“Il progresso non è nient’altro che uno slancio verso il peggio” – Emile Cioran), come un eroe, resiste sul palmo poetico di un piccolo crocevia di campagna “lu spacciu de Colosu”. Stretto dall’abbraccio umile ma elegante, inebriante di Madonna del Monte, tramontana di mare d’inverno e grano, girasoli e basilico d’estate, ha per anima un locale ancora occupato da pasta, saponi, tabacchi e bibite. Con gli incassi che sfiorano sempre più spesso la perdita si avvia a compiere oltre 91 anni. Nacque in contrada Fonte San Giuliano grazie all’imprenditorialità “de Gustì de Colosu” (Agostino Coloso) ottenendo la licenza il 31 marzo 1927. L’esercizio, oltre ai generi alimentari e ad un commercio di sementi, successivamente abbandonato, fu subito meta di chi amava consumare gustose merende accompagnate da un abboccato vinello quasi sempre locale.

spaccio-coloso-4-300x218Racconta Jolanda de Colosu (all’anagrafe Lattanzi in Girotti), ultima “pasionaria” di questo “tempio” alimentare: “Fossà (abitanti del quartiere “le fosse”) e paciaroli (quartiere Pace), una volta arrivati fin qui giocando a ruzzola, ordinavano abbondanti frittate, salumi, “sardelle”, “arenghe” (aringhe) affumicate e quant’altro di genuino quei tempi offrivano. Ora purtroppo è tutto finito, irrimediabilmente passato. Riesco a resistere per i tanti ricordi ed il troppo amore che ho per questo lavoro, altrimenti avrei già chiuso. Per me è come una missione e, finché posso, resto qui”. Negli anni a cavallo tra il 1940 ed il ’50 l’attività di Agostino passò alla figlia Maria e lo spaccio, per usufruire di un punto più centrale, si spostò nell’attuale sede di Madonna del Monte. A quei tempi, oltre alle “merenne”, si vendevano generi alimentari sciolti e c’era una sessola per la pasta, un’altra per lo zucchero, quella per il sale, un cucchiaio per la conserva e la paletta per il tonno, invitante e profumato nei grandi barattoli di latta. Anche le sigarette si potevano acquistare sfuse: c’era chi ne comprava due, cinque e chi prendeva solo le “cartine”Perché riciclava il tabacco delle “ciche”.

spaccio-coloso-3-300x200In questo caso i mozziconi di sigaretta venivano acquistati a cartocci (involti in carta di giornale)dalle donne che pulivano le sale cinematografiche di Macerata. Nello spaccio c’era anche lo spazio per un piccolo bar e, la domenica, i tavoli dei giocatori di carte quasi invadevano la strada. Altrettanto affollata era la gancia per il gioco delle bocce. Dopo la chiesa, era il punto più affollato, utile e festoso della zona. D’estate arrivavano puntuali i gelati, la marca era Eldorado, il frigo posizionato in bella vista si riempiva di birre, gassose, spume, aranciate, cedrate e via di seguito. Il “successo” porta perfino ad aprire, di fronte all’esercizio, una pompa di benzina.

Jolanda-de-Colosu

Jolanda de Colosu

Ricorda ancora Jolanda: “Altri tempi. C’è stato un periodo che, come si dice da noi, “non se ‘rriava a rdà’ lo rèsto”. Ma oggi non è più così. Oggi è quasi tutto finito per davvero. Dei tanti spacci che c’erano sul territorio comunale rimane solo questo. Ha mutato destinazione anche quello che resisteva in contrada Cimarella. Ora è un piccolo ristorante dove si può gustare affettati e piatti tipici. È il caso di dire che se rimane un po’ di storia, di quello che sono stati e hanno rappresentato gli spacci maceratesi, questo lo si deve a “Jolanda”, nipote “de Gustì’ e figlia “de Marì'”, che ogni mattina nonostante l’età e il mancato guadagno, ancora si alza a tirare su la serranda dei profumi e delle squisitezze. Anche se, certamente, tanti prodotti non sono più quelli di una volta. Spariti ad esempio, i caratteristici fogli di carta paglia e, passati a miglior vita, anche quelli “de carta ojata” che facevano così tanto comodo per avvolgere i pezzi di coniglio fritto (o le fettine) per quando si andava in gita a Cascia od Assisi con il curato (gite più lunghe all’epoca non c’erano). Fa bene la cara Jolanda a non arrendersi, perché ogni resa è un po’ una morte. Invece questa bella, antica e solida collina le chiede con il cuore di non spegnere questa favola, questo sogno dai mille odori cantato più volte anche dall’architetto ed amante delle tradizioni Gabor Bonifazi. Ora Gabor non è più ma qui le sue visite ancora riecheggiano.

 



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