Sae: il solito pasticcio all’italiana

COMMENTO - Il capo della Protezione civile prima «inviperito» per le casette ora minimizza. La vicenda delle soluzioni abitative per i terremotati, unici a pagare lo scotto di ritardi e inconcludenze, è il quadro dei peggiori difetti del Paese. Mentre la politica parla di «polemiche strumentali», la Corte dei conti aveva già dato un giudizio pesantemente negativo sui tempi d’attesa. E alcune aree sono anche a rischio idrogeologico
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di Fabrizio Cambriani

Valutata a freddo e depurata da ogni pur comprensibile risvolto emotivo, la vicenda delle casette per i terremotati si rivela emblematica, sin dall’origine e fino all’epilogo, di tutti i difetti tipici e affatto commendevoli degli italiani. Caratterizzata, all’esordio da annunci faciloni e trionfalistici, è stata per lungo tempo riposta nei meandri del dimenticatoio. Ritornata al momento opportuno in agenda si è contraddistinta per insormontabili difficoltà e lungaggini burocratiche spiegate spesso con articolate e risibili supercazzole. La fase della tardiva realizzazione è stata contrassegnata invece da improvvisazione, dilettantismo e pressapochismo. Con l’immancabile rimpallo di responsabilità, proprio nella migliore tradizione della commedia all’italiana. Che sembra finire sì a torte in faccia, ma in realtà termina sempre in sperticati, reciproci abbracci, al bar difronte. L’anello debole di questa lunga catena, manco a dirlo, è il povero sfollato, causa terremoto, il quale ha dovuto subire sulla propria pelle ingiustizie, ritardi e angherie di ogni genere. Come rimanere senza riscaldamento in mezzo al gelo perché si sono scollegati i tubi del boiler. Ora, se ha ragione il governatore Ceriscioli ad asserire che un boiler che salta non può essere paragonato dai giornalisti all’esplosione di una centrale nucleare, è parimenti degno di nota pure quello che affermava De André, in una sua famosa canzone: “il dolore degli altri è dolore a metà.”

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Giorgio Gervasi e Luca Ceriscioli

L’infelice esordio della vicenda casette va ascritto naturalmente a Matteo Renzi. Già il primo novembre del 2016 prometteva con crassa sicumera che entro Natale i terremotati sarebbero stati sistemati nei containers, per essere trasferiti la successiva estate, nelle più comode e funzionali casette di legno. Forse non sapeva, il presidente del Consiglio pro tempore, che per via di una gara sbagliata, bandita in precedenza dal suo Dipartimento di Protezione Civile, nessuna ditta avrebbe mai realizzato un modulo abitativo mobile (container). Così come non sarebbe mai esistita nessuna casetta di legno. Infatti, costruite da una miscela di poliuretano, alluminio e plastiche varie, venivano alla luce le soluzioni (nessuno, in un impeto di realismo si azzardava neppure a chiamarle lontanamente casette) abitative di emergenza. Che come diceva il nome stesso sarebbero dovute servire per i tempi dettati dalla stretta emergenza e non dopo mesi e mesi di lunga attesa. Un principio ribadito e messo per iscritto, in un rilievo mosso alla Regione Marche in data 12 ottobre 2017, dalla Corte dei Conti. Che così chiosava: “la tempistica programmata per la predisposizione delle Sae (soluzioni abitative d’emergenza) si pone in contrasto con la qualificazione emergenziale delle strutture in parola.” A fronte di questi pesantissimi giudizi, da parte di autorevoli organi dello Stato, governanti di primissimo piano delle Marche si ostinano ancora oggi – contenti loro – a parlare di “polemiche strumentali” o peggio a dividere i cronisti in buoni e cattivi.

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Sae a Visso

Cagione dei biblici ritardi nella costruzione delle Sae – argomentava tempo fa, con piglio sicuro il presidente Ceriscioli – l’inderogabile necessità di individuare siti sicurissimi per posizionare i neonati villaggi di casette. Personalmente ne ho visitati solo due, quello di Pioraco e quello di Montecavallo. A Pioraco, dove oggi stanno sorgendo una quarantina di casette, tre anni fa a causa delle piogge, c’era un metro e mezzo di acqua e fango. A Montecavallo, i tecnici del comune hanno segnalato con due distinte pec il rischio idrogeologico dovuto dal fosso Valle della Madonna. Speriamo bene: facciamo voti e incrociamo le dita.

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Angelo Borrelli a Caldarola

Il massimo della confusione, dell’isterismo e delle repentine contraddizioni appartiene però alla fase della costruzione vera e propria delle Sae. Una corsa contro il tempo da parte della politica di governo che vede avvicinarsi le elezioni e che per questo chiede agli altri attori di recuperare il tempo che essa stessa ha perduto. Inqualificabili gazzarre mediatiche – con un’opinione pubblica attonita, suo malgrado nel dovervi assistere – che hanno per protagonisti assessori, costruttori, sindaci e perfino insospettabili dirigenti statali di primissimo livello, impegnati in invettive del peggiore tutti-contro-tutti, ma che poi che virano, come per magia, in impensabili finali degni del più stucchevole libro Cuore. Con tanto di reciproche, amicali pacche sulle spalle. Apprendiamo, ad esempio, che il 28 dicembre, il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli è “inviperito” per come il consorzio Arcale sta consegnando Sae difettose ai sindaci. Attenzione, non è solo seccato o irritato. È addirittura inviperito e ci tiene a farlo sapere all’universo mondo. E spiega – giustamente dalle pagine di un quotidiano – che “ciascuna casetta dovrebbe essere consegnata linda e pinta. Quasi con il fiocco dorato.” Aggiunge, incauto, che fanno bene i sindaci nel rifiutarsi di consegnare, ai terremotati, le casette difettose.

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Polverina

Però già dal giorno successivo smorza decisamente i toni. Minimizza. Diventa oltremodo comprensivo. Afferma che, in fondo si tratta solo di difettucci facilmente riparabili. Stavolta non evoca nessun fiocco dorato. Passa in pochi istanti dall’incazzato nero al massimamente conciliante. Un salto che insospettisce non poco. Personalmente ho la mia spiegazione: temo che politicamente Borrelli si sia spinto troppo in avanti, dando palesemente ragione ai sindaci (di centrodestra) che reclamavano pubblicamente equità e giustizia per i loro concittadini. Verrebbe da argomentare che le ormai placate ire di Borrelli volessero come rispondere al tempestivo appello dei parlamentari del Pd Morgoni e Carrescia, i quali nel frattempo, invitavano le parti a non strumentalizzare il terremoto in campagna elettorale. Serviva, a questo punto, un riscatto collettivo di immagine, attraverso una mediazione politicamente corretta e condivisa che tenesse conto delle sensibilità politiche di tutti. Un modo per fare prevalere, come al solito, la peggior soluzione all’italiana: consegnare le casette così come sono. Con qualche piccolo difettuccio. Riparabile, s’intende. Magari – aggiungo di mio – assieme alle chiavi di casa, la Protezione Civile potrebbe offrire in omaggio una cassetta degli attrezzi. Pinze, cacciaviti, chiavi inglesi e qualche fascetta, così che i nuovi inquilini possano avvitare tubi e fissare meglio scarichi di lavatrici. Un finale pensato e scritto, come al solito, alle spalle dei terremotati che dopo quasi un anno e mezzo di vita in pochi metri quadrati, pur di riacquistare un minimo di spazio vitale, sono ben disposti a sopportare pure quest’ennesima stazione di via crucis. La morale è che tra meno di due mesi si vota: alla fine di ogni cagnara si vogliano tutti un gran bene e si ritrovano al bar per la briscola e il tresette. Sempre col sorriso a favore di telecamera e col bicchiere di rosso in mano. La giustizia anche stavolta può attendere!

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