L’ultimo bacio

IL RICORDO - Manuele Pantanetti: una fine precoce, un peso sulla coscienza di questa società abituata puntualmente al peggio
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Il ricordo di Manuele Pantanetti morto a 31 anni (leggi) sabato scorso in un incidente stradale.

Manuele Pantanetti

Manuele Pantanetti

 

di Maurizio Verdenelli

Caro Manuele, 
sei partito così d’improvviso che non ho avuto il tempo di salutarti. Come in quella bella canzone di Mogol, parlerai adesso con le foglie d’aprile e “il tuo discorso più bello e più denso esprimerà con il silenzio il suo senso”. Il silenzio. Il tuo silenzio. Ti ricordo, la prima volta, con quella camicia di flanella pesante a scacchi e la maglia chiara sopra, gli occhi spaesati e un po’ preoccupati eppure teneri: quelli di un bambino che vedeva lievemente a rischio quel suo ‘nido’ dal quale era emerso un pomeriggio di domenica passato davanti al pc. Quegli occhi, il sorriso timido, il senso per la precisione, quello del magazziniere modello che eri. E lo stupore con cui ogni volta avvertivi come gli altri ti passassero accanto e non sapessero in fondo quale fosse la tua pena, il tuo male segreto. Sorridevi e basta. Ma più sorridevi, più morivi dentro. Al confronto ti apparirà “un piacere infinito portare queste tue valigie pesanti”. 


funerale manuele pantanetti (3)“Veglia su di noi e proteggici, tortuoso è stato il tuo cammino, grandi le tue sofferenze, ma l’amore resterà immutato in eterno” è scritto nel retro del ricordino dove appari tu felice. Finalmente. Alle tue spalle le montagne marchigiane. Così felice ti avevo visto nella sintesi di un attimo soltanto quando ‘posasti’ per una foto con l’adorata nonna Pia per i 50 anni di tua madre, l’altro grande ‘amore’ della tua vita. Insieme con la fidanzata Desy, così innamorata di te. Erano, loro, il tuo planetario: una vita riservata, il rispetto per tuo padre gran lavoratore, la ‘punto bianca’ accessoriata e curatissima, la cucina, gli splendidi dolci, il tiramisù che sapevi fare da maestro pasticciere. Tutto il resto fuori, l’aggressività del mondo. Ricordo il cialtrone che ti affrontò brutalmente per un parcheggio in una clinica romana, dov’eri andato guidando (al solito, con abilità) l’alfa di Matteo. C’eravamo andati assieme per salvare tua madre, gravemente malata. Mi guardasti costernato, silenziosamente volevi dirmi: “Perché si comporta così?”. Non ti ho sentito mai alzare la voce, Manuele.

funerale manuele pantanetti (2)Ci guardavamo, noi due, con un po’ di sospetto, poi le nostre ‘affollate’ solitudini si toccarono, ci siamo compresi ancor più di quello che forse avremmo voluto. Abbiamo sperato fino alla fine, a cominciare da te. Niente disperazione. Eppure la tua sofferenza ti era insopportabile: hai combattuto la fragilità con leonina determinazione. Non era facilissimo aiutarti perché preordinavi sempre tutto, da perfetto magazziniere. Dal cuore d’oro. Hai cercato di venirne fuori, cercando pure altri lidi, altre cure così come ti venivano segnalate. Fino a qualche giorno fa hai continuato a fatto, prima che la notte ti inghiottisse su un’autostrada, lontano dal ‘nido’, prima della prima luce dell’alba, la Pasqua del 2016. Ma prima d’andartene dalla tua bella casa in vista della Rocca- forse un’improvvisa premonizione- t’eri accomiatato da tua madre con un bacio, l’ultimo, sorprendendola ed ora al ricordo commuovendola.  Eri nato 31 anni fa in un giorno di neve, te ne sei andato senza ‘conoscere’ il caldo buono e pieno dell’estate.

Tantissima gente ai tuoi funerali. Incredibile per un solitario come te. La tua vicenda invece aveva scavato silenziosamente dentro le coscienze della cittadina cui appartenevi. Lo testimonia l’applauso corale all’uscita della bara con dentro quel ‘guerriero’ timido e dalle redini rotte, che aveva combattuto ogni ora della propria esistenza. Avremmo voluto che in chiesa il rito fosse meno scontato, le parole meno tratte dal ‘messale’, più legate invece a questa storia, la tua tanto drammaticamente uguale ad altre. Eppure così diversa. Soltanto tua madre ha rotto il silenzio assordante: “Non è giusto!”. Mancherai a tutti, giorno per giorno.

Ingiusta la fine precoce che sentivi dentro, un peso sulla coscienza di questa società abituata puntualmente al peggio. “Non è giusto!”: quel grido lo sentiremo a lungo nell’anima che non ha avuto fino in fondo (ora lo sappiamo) la forza d’ascoltarlo prima. “Veglia su di noi, proteggici”, Manuele. E perdonaci.



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