“Il pronto soccorso è un accampamento”
Reportage in corsia di Guido Picchio

MACERATA - Il fotoreporter ha vissuto, per assistere un parente, una giornata all'interno dell'ospedale: urla, anziani che piangono e attendono per ore, inseguimenti, persone che svengono, addetti alle pulizie che passano lo straccio tra le barelle cariche di pazienti e infermieri e medici che corrono a destra e sinistra per stare dietro a tutti. "Invito l'assessore alla Sanità Mezzolani e il direttore Gianni Genga a vivere una giornata come ho fatto io"
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Il fotoreporter Guido Picchio

Il fotoreporter Guido Picchio

«Il pronto soccorso di Macerata è un accampamento, anziani che piangono dal dolore, messi su di una barella ad attendere per ore, infermieri e medici che si affannano per riuscire a gestire tutte le emergenze, persone che ad un certo punto iniziano a strillare, esasperate per l’attesa, persino inseguimenti e persone che svengono». Questa la sintesi di oltre 12 ore trascorse al pronto soccorso di Macerata dal fotoreporter Guido Picchio per stare accanto ad una parente, e che è poi divenuto un reportage su ciò che quotidianamente si vive, non in qualche teatro di guerra – che il fotografo conosce bene avendo seguito spesso i militari italiani nelle loro missioni –, ma a Macerata. Una giornata cominciata alle 10 di ieri, un venerdì, quando «sono arrivato con l’ambulanza del 118 al pronto soccorso, con mia mamma di 84 anni che dalla notte soffriva di un fortissimo mal di testa, tanto che piangeva dal dolore» racconta Picchio. Giunti al pronto soccorso «i medici hanno dato a mia madre un codice verde, senza visitarla per niente, ma solo in base alle informazioni che avevo fornito io chiamando il 118. L’hanno caricata su di una barella, e insieme ad altre sei o 7 persone, l’hanno messa all’interno di una stanza del pronto soccorso.

Il pronto soccorso di Macerata ieri

Il pronto soccorso di Macerata ieri, pulizie in corsia tra le barelle

Durante la mattinata, mentre aspettavo che venisse visitata, vedevo queste infermiere che andavano avanti e indietro, cercando di stare dietro a tutti. Nel frattempo, passate un paio d’ore, nessuno si faceva vedere. Mia madre dal dolore piangeva, mi chiedeva di tornare a casa. Era andata in ospedale per essere curata e non per stare lì abbandonata». A peggiorare le cose è arrivato un uomo «accompagnato da due vigili (doveva essere sottoposto ad un tso) che, agitatissimo, continuava a fare su e giù lungo il corridoio, cercando di divincolarsi e di scappare. Tutto questo in mezzo alle barelle con sopra i malati. Fino a quando non si è messo a correre lungo il corridoio per scappare e un vigile nel tentare di prenderlo è inciampato e si è fatto male ad una spalla (leggi l’articolo). Una baraonda. Dopo tutto questo è uscito il medico che lo ha sottoposto al tso. Poi sono passate altre ore, sempre in attesa della visita e mia madre seguitava a piangere dal dolore. Come mia madre altre persone: una signora che era stata dimessa mercoledì per un ictus, ieri è tornata al pronto soccorso e una parente ha iniziato ad urlare dicendo che erano 8-9 ore che stava lì in attesa che qualcuno facesse qualcosa perché l’anziana stava molto male. Si lamentava che anziché stare lì ferma, doveva essere portata in reparto. Per via delle urla sono state chiamate le guardie dell’ospedale». Verso le 18, dopo 8 ore di attesa sulla barella, tra lacrime e sofferenze, «hanno fatto una flebo a mia madre per placare il dolore e poi le hanno fatto la tac. In quel momento sono arrivate le donne delle pulizie che si sono messe al lavoro lungo il corridoio tra i pazienti sdraiati sulle barelle e con le flebo nelle braccia» continua il racconto del fotoreporter. Intorno alle 20, dopo la tac, mia madre è stata portata in una stanzetta in attesa della risposta.

corsia pronto soccorso (2)Nel frattempo il dolore non era passato. C’erano persone che attendevano risposte da ore e ore e ogni tanto qualcuno si alterava, si sentivano strilli di chi alla fine aveva perso la pazienza. La risposta della tac di mia madre è arrivata alle 21. Con lei che piangendo mi chiedeva disperatamente di portarla a casa. Quando sono venuti a darmi la risposta, si sono accorti che la flebo non aveva fatto niente e il dolore non le passava, così hanno fatto una flebo più potente. Ma che stava male e soffriva se ne sono accorti solo alle 18 e poi alle 21 dopo così tante ore che stava in pronto soccorso, immaginate il dolore che una persona può aver sofferto per tutto quel tempo. Alla fine, verso le 22,30, finita l’ultima flebo, ancora con il mal di testa, mia madre mi ha chiesto di andare a casa, disperata, e così ho deciso di accontentarla, e ho chiesto le cartelle per farla dimettere prendendomi le mie responsabilità. Mentre attendevo le cartelle una donna su una sedia è svenuta perché erano molte ore che stava lì in attesa di una risposta di una tac. Un’altra donna, invece, mi ha raccontato che era dalle 16 del pomeriggio che aspettava un medico specialista che doveva visitare il marito, ma ancora non si era visto. Un’altra signora ancora si è messa a strillare perché la figlia, una ragazza sui 20 anni, era in attesa da ore e ore e anche in questo caso è intervenuta la sicurezza per calmarla». Finalmente alle 22,45 «sono uscito da quell’incubo involontario perché c’è tante gente che lavora e si impegna, ma non ce la fa a seguire tutti quei pazienti. Io non ce l’ho con il personale del pronto soccorso perché sono persone che tutti i giorni cercano di fare il massimo per aiutare chi soffre.

L'assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani

L’assessore regionale alla Sanità Almerino Mezzolani

Io e come me credo altre persone, rivolgiamo un messaggio all’assessore regionale alla Sanità, Almerino Mezzolani, il direttore dell’Asur Area vasta 3, Pierluigi Gigliucci e al direttore generale dell’Asur Marche Gianni Genga, di passare una giornata con queste persone all’interno del pronto soccorso, come è successo a me, per vedere come vivono, quanti sacrifici fanno questi medici e infermieri per aiutare le persone e che, a causa della mancanza di personale, non sempre ci riescono. Tutto questo mentre i vertici della sanità continuano a parlare di nuovi tagli. Ma mi domando se lo farebbero ancora se succedesse a loro di portare un familiare in pronto soccorso e vederlo soffrire senza che nessuno gli dia una mano, se non dopo diverse ore».



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