Virgì Prenna, un eroe dimenticato
I familiari cercano il suo amore Ada

LA STORIA - Nato nel 1914, il vigile del fuoco era uno dei tre maceratesi non più ritornati a casa dopo la battaglia di Stalingrado del 1942. Le commoventi lettere d'amore alla sua fidanzata che oggi il nipote Umberto vorrebbe ritrovare
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prenna 4di Maurizio Verdenelli

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Virgì, diminutivo di Virginio o Virgilio (chissà? nessuno ricorda più ormai con esattezza). Virgì Prenna, vigile del fuoco e ‘gran meccanico’ di autocarri, avrebbe compiuto in questi giorni cento anni. Era nato il 4 agosto 1914 in una casa di via Zorli, traversa di via Pace, da Umberto cantoniere della Provincia e da Lucia Buongarzoni, primo di tre figli -sarebbero poi venuti Armando, oggi novantaquattrenne e Giulia, deceduta.

Umberto Prenna

Umberto Prenna

Quand’è morto molto probabilmente in un orribile carro bestiame, qual era in effetti uno dei tanti convogli ferroviari che trasportavano ai campi di concentramento i sopravvissuti di Stalingrado, uno dei peggiori mattatoi della seconda guerra mondiale, Virgì aveva ventotto anni. Da quel convoglio non sarebbe più sceso, come gli altri 76 (dei 77) italiani partiti alla volta della Russia. C’erano pure altri due soldati di questa terra maceratese: Igino Grasselli da San Ginesio ed Adelino Rapagnani da Montefano. Adelino era partito per il fronte pieno di amarezza: da poco era improvvisamente deceduta la figlioletta nata qualche mese prima. Se n’era andato con la promessa alla moglie Maria: altri figli sarebbero venuti a mitigare quella pena. Una speranza d’amore, tenuta accesa in una breve esistenza passata come tanti coetanei a fare le guerre ‘del duce’ in Africa Orientale (dalla Somalia era rientrato malaticcio), aveva nel cuore Virgì. Martire di un conflitto combattuto ‘dalla parte sbagliata’, eroe dimenticato anche dalla sua città. “Abbiamo faticato parecchio per superare i regolamenti comunali che non prevedono ‘sepoltura’, o meglio visto che del corpo di mio zio non abbiamo mai avuto traccia, una memoria che in qualche modo segnalasse la sua esistenza nel cimitero maceratese. Alla fine ce l’abbiamo fatta” dice il dottor Umberto Prenna, figlio di Armando e nipote di Virginio (o Virgilio, anche lui non risolve il piccolo dubbio).

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La fidanzata Ada

La speranza d’amore era per la bella Ada, la fidanzata di questo splendido giovane, dallo sguardo diritto e pulito, dalla fronte spaziosa, abituato a lavorare e sacrificarsi avendo nella mente e nel cuore una ragazza di vent’anni che abitava fuori città, a qualche chilometro da lui. “Forse nella grande tenuta Lucangeli” dice il dottor Prenna, dipendente in pensione della Banca delle Marche ed appassionato cultore della memoria dello zio. “Cercare Ada, consegnarle le belle lettere che ci mandava da Stalingrado e che parlano di lei, sarebbe un bel modo per ricordarlo” aggiunge. Della giovane donna ci sono poche foto: una in particolare la ritrae . Sullo sfondo una delle case della tenuta di contrada Valle. Alla ricerca del tempo perduto, da lì partiranno i primi passi nella speranza d’incontrare dopo tanto tempo questa Albertine maceratese ‘desparue’. Così come la protagonista de ‘La fuggitiva’ (“la piccola ciclista bruna dagli occhi ridenti” la descrive Marcel Proust) anche Ada era piccola e snella, dalla carnagione scura, dallo sguardo intenso che aveva fatto innamorare Virginio.

“Commovente, nelle lettere, la volontà di mio zio di voler coprire fino all’ultimo agli occhi della famiglia e di sua madre vedova, la situazione terribile in cui era immerso: si trovava in uno degli ‘inferni’ terreni provocati dalla guerra con il coinvolgimento di un milione di uomini e centinaia  di migliaia di morti ammazzati e lui lo descrive come un’oasi quasi di pace. Dove non manca di nulla: profumate tagliatelle a profusione e via elencando. Letti comodi e caldi (non mandassero dunque coperte, si raccomandava!). A Natale soltanto un piccolo inconveniente segnalava…: niente dolci, soltanto perché lo zucchero era temporaneamente esaurito” dice Umberto Prenna che conserva tutte le lettere da Stalingrado scritte dallo zio.

“Emerge forte, in definitiva, la volontà di non essere dimenticato, di non voler essere gettato nel cestino di un destino avverso: quello degli ultimi e delle vittime senza colpa. Noi non lo abbiamo dimenticato e mai lo faremo”.

prenna 5Le lettere di Virgì sono intense e commuovono ancora (e sopratutto) oggi. Appaiono quasi un’ideale canovaccio per quella che è stata la parte più toccante del pluripremiato film di Roberto Benigni “La vita è bella” quando il padre s’ingegna a tradurre a beneficio del figlio gli spietati ordini del kapò, nel lager, in un ‘regolamento di gioco’ per bambini.

Un mese prima di morire, il 7 dicembre 1942, dalla sacca di Stalingrado dove sarebbero morti 340.000 soldati tedeschi (solo 5.000 rientrarono in patria nel 1955), Virgì scrive: “Miei cari, ancora una volta vengo a darvi miei buone notizie... peccato che non posso ricevere vostre notizie perché la posta con i pacchi sono fermi al mio reparto e chissà quanta ne troverò al mio rientro. Immagino la vostra preoccupazione per me, per questo periodo di tempo che io non potrò scrivervi però state contenti e sereni sul mio conto perché io sto abbastanza bene”.

E a proposito del terribile inverno russo, in un’annata che si sarebbe rivelata la peggiore (così com’era avvenuto con l’invasione napoleonica) da cento anni a quella parte con temperature oscillanti tra i 35 e i 40 gradi sotto zero, Virgì scrive: “Il tempo è sempre ottimo, niente neve fino ad ora e se continua così questo inverno ce la caviamo definitivamente molto bene con questi Russi. Ad ogni modo se io non posso scrivervi non date subito l’allarme e non state in pensiero. Spero che fra una quindicina di giorni, di rientrare definitivamente”.

Ed ancora, dominante, il pensiero di Ada. “Ora scrivo pure ad Ada e nel caso vi passerete come sempre le mie notizie così starete molto più contenti. Salutatemi tanto Ada quando la vedere e spero che questi due bigliettini che mando a voi e ad Ada vi arrivino al più presto”.

prenna 8L’ultima lettera da Stalingrado è del tragico capodanno 1943: “…Qua non facciamo proprio nulla salvo che qualche piccolo servizio nei dintorni di questa bella città. Attendiamo sempre da un minuto all’altro l’ordine di rientrare e non vediamo proprio il momento che giunga al più presto dato che sono più di due mesi che io non so più nulla di voi. Chissà come vi trovate? State tutti bene? Speriamo che tutto finisca al più presto almeno una buona volta possiamo dire di vivere un po’ assieme e in santa pace”.

Di Virgì, nonostante le appassionate ricerche dei compagni d’arme (come testimoniato dalle lettere ai familiari) non si saprà più nulla. L’amico fraterno, il marchigiano Riccardo Moscatelli scrive alla madre, sconsolato che il portafoglio e l’orologio, ricordo del padre Umberto che aveva ricevuto da Virgì (a sua volta lui aveva fatto lo stesso con lui) gli sono stati rubati da uno ‘sciacallo’. Da San Ginesio (Piandipieca) scrive Gilda Grasselli, moglie di Igino:  anche questi non sarebbe più tornato dal ‘mattatoio’ russo.

L’ultima lettera a casa Prenna, da Chiaravalle (19 luglio 1946) è ancora di Moscatelli: “Credete pure che io m’interesso per sapere qualche notizia perché Virgì era il più buono e caro amico della vita al fronte. Credo bene al grande dolore che avrà la povera mamma e tutti voi, ma io ho molta fiducia ad un prossimo suo rientro. Sono molto contento se passa suo fratello: ho quel poco di roba ed è sempre lì: volevo venire io ma non ho avuto mai coraggio”. L’ultimo pensiero è per la fidanzata dell’amico: “Cosa fa Ada, la fidanzata di Virginio? Me ne parlava sempre! Fatevi coraggio”. Ed Umberto Prenna, il nipote ribadisce l’impegno proprio e del padre Armando, il fratello di Virgì: “Ritrovare Ada, abbracciarla anche un solo istante è l’impegno per ricordare quel giovane buono che voleva vivere, lavorare ed amare e che invece, insieme con tanti, troppi altri, fu mandato al macello a migliaia di chilometri da Macerata in una guerra assurda crudele e sanguinaria”.

PRENNA 10VIRGI’ PRENNA, BIOGRAFIA DI UN EROE. Nasce a Macerata il 4 agosto 1914. Dopo le scuole elementari lavora nell’officina dello zio materno Domenico Buongarzoni dove impara il mestiere di meccanico di autocarri, consegue la patente per la guida di autotreni. Richiamato alle armi il 6 aprile 1935, è assegnato al 6° Centro Automobilistico di Bologna. Il 2 dicembre viene trasferito al 10° Centro Automobilistico per il 316° Autoreparto (32° Autogruppo) mobilitato per l’Africa Orientale. Imbarcato a Messina il 27 dicembre. Sbarcato a Mogadiscio il 18 gennaio successivo. Il 1. maggio 1936 viene trasferito per mobilitazione al regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia. Rimpatriato con imbarco a Mogadiscio il 3 agosto 1937. Sbarcato a Napoli il 18 agosto. Nei VVFF di Macerata dal 17 maggio 1939. Richiamato per istruzioni presso il 6° Centro Automobilistico di Bologna dal 15 aprile al 19 agosto 1939. Come Vigile del Fuoco è distaccato in missione a Taranto, dove è sorpreso dal bombardamento, l’11 e 12 novembre 1940. Richiamato alle armi presso il 6° Centro Automobilistico di Bologna il 21 gennaio 1941. Assegnato al 248° Auto Reparto Pesante mobilitato il 23 aprile 1942, facente parte del CSIR (Corpo Spedizione Italiana in Russia). Partito da Bologna il 6 giugno 1942. Il 248°, che fa parte dell’8° Autoraggruppamento, arriva a Vorosilovgrad (oggi Luhansk, Ucraina) il 17 agosto: 20 giorni di treno ed altrettanti con gli autocarri per percorrere duemila km. Arrivo a Millerovo all’inizio d’ottobre.  Partito con un’autocolonna da Millerovo ai primi di novembre dello stesso anno 1942, al comando del sottotenente Guido Giusberti, l’arrivo a Stalingrado data il 14 novembre. Gli autieri italiani, che avevano portato guastatori e rifornimenti all’Armata tedesca del gen. Friedrich Paulus, dovevano rientrare dopo aver riempito gli autocarri con la legna per l’inverno. Furono invece bloccati dall’avanzata dell’Armata Rossa. I due autoreparti italiani vengono così aggregati alla 305° Divisione tedesca comandata dal gen. Steinmetz. Le ultime notizie di Virginio Prenna da Stalingrado risalgono ai primi del mese di gennaio 1943. Forse fatto prigioniero dai russi, la sua morte potrebbe risalire al trasferimento ad un campo di concentramento: i russi censivano i prigionieri solo all’arrivo nel campo. L’unico reduce italiano ha raccontato che tutti ‘quelli del 248°’, tranne uno che era nel frattempo morto, erano saliti sul treno. Ma all’arrivo, soltanto lui era sopravvissuto.  (La storia dei 77 italiani nell’armata del gen. Paulus è raccontata da Alfio Caruso in “Noi moriamo a Stalingrado”)



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