Anche i soprannomi dei maceratesi sono… storici

Un ritorno al tempo in cui i rapporti personali erano più veri
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Pierfrancesco Castiglioni

Pierfrancesco Castiglioni

di Pierfrancesco Castiglioni *

Ho letto con interesse l’articolo di Liuti sui cognomi storici maceratesi “Dimmi come ti chiami e ti dirò quanto secoli hai” (leggi l’articolo) e, leggendo, non ho potuto fare a meno di riflettere sul fatto che mentre i cognomi  hanno origine abbastanza recente, i soprannomi hanno origine antichissima e sono quelli con cui, ancora oggi, soprattutto nei paesi e nelle campagne, si conoscono gli uni con gli altri. Infatti, mentre i cognomi in gran parte sono stati imposti o confermati soprattutto sotto il dominio napoleonico per identificare meglio i cittadini in generale ed i chiamati alla coscrizione in particolare, i soprannomi c’erano già da prima.
Del resto, anche a Macerata, come altrove, fino a non molti anni fa persone e famiglie erano conosciute più che per i loro cognomi, per i soprannomi. Io stesso ricordo che la suocera di una mia zia materna di nome Anna, la quale aveva una “cantina co lo vì jiu le fosse” era conosciuta come “Annetta de bevi”, così come ricordo che mio padre per dei piccoli lavori da fare a casa chiamava sempre un muratore, mingherlino, basso di statura e con due occhi neri pieni di furbizia che era soprannominato Sorice! Ugualmente se qualche anno fa si voleva trovare Nazzareno  Valentini si doveva chiedere di Primo (perché il primo di tanti fratelli) Paccacèrqua. Come ha rilevato in un suo scritto il prof. Dante Cecchi “… basta scorrere l’elenco dei contadini tolentinati che nel 1744 raccolsero oltre 12 tonnellate di cavallette per trovare Antonio Passacantanno, Antonio Montedoro, Andrea Pettaccia, Maria Piattelletta, Saverio Nasone, Domenico Casamatta, Belardino Vignarolo, , Severino Boccadolce, Domenico Sprecapane, Maria Cepollara, Filippo Magnastrutto, Francesco Raspante, Francesco Pancotto e poi Abbrugiaferro, Casavecchia, Birichillo, Cantolacqua, Sbattuscio, Spadone, Coccetto, Trufarello, Benfondato, Trequattrini, Spaccapane, Capiscione e donne chiamate Pelosella, Carnevaletta, Beagna, Fiammozza, Piccione, Palomba, Fusara, Trappolona”.
Lo stesso Dante Cecchi ricorda poi come spesso i “soprannomi “cittadini” erano più razionalmente maliziosi di quelli “contadini”: Battilosse,  Batoccu, Cacaccià, Cacaddosso, Cacciamà, Canestrellu, Carpifava, Chiappagguzza, Chiappettò, Chiappezozze, Cipollò, Cipollittu, Cococcio, Cutichì, Cuccumetta, Gajinella,  Magnacà, Massacrò, Paccalossu, Pelaviocca, Panzì (chi non ricorda il venditore di semi allo stadio durante le partite della maceratese!), Pocciaditu, Purassà, Purgì, Recchiò, Suricittu Tajulì, Testò,  e poi Lu Rafanusu, Lu Pontecanà, e addirittura Lo-saprò-io e Non-c’è-dubbio(!). “Bei tempi passati!”  direbbe qualcuno. Non so se poi erano così belli, ma sicuramente improntati su rapporti personali più veri, tempi in cui ognuno conosceva l’altro anche e soprattutto per i suoi pregi e difetti. E permettetemi di dirlo: quanto erano più belli quei soprannomi rispetto ai  nomi di cui si è fatto abuso in particolare negli anni ’60 e ’70, a volte anche storpiandoli in modo grottesco, come nel caso delle tante Cheti (Ketty) o  Suelle  (Sue Ellen di Dallas).

* Pierfrancesco Castiglioni, preside e consigliere comunale a Macerata



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