Giovani suicidi, dietro quei gesti
un cammino di vita troppo difficile

Dopo gli ultimi casi che hanno sconvolto la provincia, un'analisi alla difficile ricerca di un perché della scelta di dire addio all'esistenza. Sempre di più incide la depressione, che cova dietro l'80% dei casi. A volte anche la droga e l'alcol hanno un peso
- caricamento letture
L'avvocato Giuseppe Bommarito

L’avvocato Giuseppe Bommarito, presidente della onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

di Giuseppe Bommarito *

Quanti suicidi di ragazzi e ragazze nella nostra provincia! Quanta sofferenza nella scelta di cancellarsi dalla vita per sfuggire ad una situazione considerata ormai priva di luce e di vie di uscita; e quanto dolore in chi resta a piangere lacrime disperate, atterrito, attonito, in preda ad uno strazio devastante e senza fine, esasperato dai sensi di colpa e dall’impossibilità di comprendere una realtà che in effetti resta e resterà incomprensibile.

Solo nelle ultime settimane tre casi di suicidio posti in essere da giovanissimi nella nostra provincia, nella nostra cosiddetta terra delle armonie, nelle Marche segnate da un profondo disagio giovanile, non compreso sino in fondo nemmeno dalle istituzioni e dalle stesse agenzie educative (in base ai dati di due o tre anni fa, siamo la terza regione d’Italia, dietro solamente all’Umbria e alla Sardegna, nella triste graduatoria dei suicidi, che ormai per gli adolescenti sono, dopo gli incidenti stradali, la seconda causa di morte; e ovviamente ci piazziamo molto in alto pure in quella dei tentati suicidi).

Un disagio che apparentemente non traspare dalle foto di questi ragazzi poi uscite sui giornali: occhi sgranati e aperti verso la vita, volti sorridenti, espressioni serene. Ma che evidentemente covava dentro, divorava l’anima e minava le basi dell’esistenza, ormai vissuta come svuotata di speranze, di interessi, di significati, di desideri, di gioie.

Gesti disperati che hanno riproposto a tutti noi, ma soprattutto ai genitori di chi volutamente ha abbracciato la morte, oltre alle angosciose domande che senza eccezione accompagnano la scomparsa di un figlio, che in ogni caso è contro il senso della vita (perché è morto, perché se ne è andato lui e non io, che sono suo padre o sua madre?), anche quell’ulteriore straziante interrogativo che accompagna gli atti autolesivi, spesso violenti ed inattesi, e da sempre ossessiona coloro che rimangono, vittime senza scampo di una vera e propria devastazione psicologica e sociale: “Perché l’ha fatto?”.

Una domanda che non troverà mai risposte ragionevoli e idonee a spiegare la tragedia verificatasi, e che tuttavia scatena immancabilmente fortissimi sentimenti di colpa, alcuni immaginari, altri purtroppo reali; di rabbia, contro se stessi, contro Dio, a volte anche contro chi si è tolto la vita; di impotenza rispetto ad un vicenda troppo grande e troppo schiacciante; di malessere, anche di sottile vergogna (“la gente mi abbraccia, mi esprime affetto e solidarietà, ma sicuramente dentro di sé pensa che è mia la colpa di questa morte”); di fallimento nel compito principale di un genitore, quello di aiutare il proprio figlio a crescere, ad affrontare la vita e le sue difficoltà.

Ma i sensi di colpa sono quelli più sconvolgenti, quelli che dureranno per tutta la vita e segneranno con un marchio indelebile i familiari più stretti del suicida, i quali finiscono quasi sempre per ritenersi dei cattivi genitori, in definitiva responsabili per quel volo senza scampo, per quella corda stretta intorno al collo, per quel coltello che ha straziato le vene dei polsi, per quella pallottola arrivata diritta nel cuore, per quell’overdose fatale consapevolmente o inconsapevolmente cercata. Ci si tormenta e si entra così in spirali punitive e di automortificazione per non aver capito la gravità della situazione e del pericolo, per non aver fatto e vigilato abbastanza onde prevenire quella tragica scelta, per aver magari contribuito a creare la situazione di disagio sempre crescente che infine ha portato un giovane con tutta la vita ancora davanti a ritenere la morte come l’unica soluzione per sfuggire ad una sofferenza ormai insostenibile.

Sentimenti ed ossessioni che in verità riguardano anche i genitori di ragazzi che, pur non uscendo dalla vita con un gesto finale deciso o messo in atto all’improvviso, trovano la morte, in qualche modo annunciata, dopo essersi deliberatamente e ripetutamente esposti a situazioni che possono condurre alla morte, ad esempio l’uso e l’abuso di droghe e di alcol, una condotta di guida irresponsabile, la pratica di sport estremi senza le benchè minime cautele. Si parla in questi casi di comportamenti parasuicidari, nei quali non c’è la decisione esplicita di uscire definitivamente di scena, ma tuttavia la morte viene messa in qualche modo nel conto e agevolata da impulsi autodistruttivi, aleggia nello sfondo come un’eventualità che può verificarsi con relativa facilità.

Tante comunque, anche per i giovani, possono essere le motivazioni di chi decide di porre fine alla propria esistenza, spesso avviluppate e intrecciate tra di loro. Di certo, però, la motivazione fondamentale, quella che porta nell’80 per cento dei casi all’atto autolesivo estremo, è la depressione. E questo grave stato depressivo può insorgere per una moltitudine di problemi: pesanti delusioni nelle prime relazioni affettive e amorose;  l’incapacità di credere in se stessi e negli altri; le oggettive e crescenti difficoltà della vita, sempre più caratterizzata dall’egoismo, dalla ricerca dell’apparenza, dal materialismo, dal più sterile consumismo; una precoce maternità vissuta con angoscia e paura; vicende familiari traumatiche, quali separazioni, divorzi, abbandoni; sensazioni di solitudine, di tristezza, di impotenza, di inutilità; grosse perdite al gioco d’azzardo on line, ormai ricorrenti anche per tanti ragazzi; malattie fisiche e neuropsichiatriche inguaribili o ritenute tali; lutti importanti più o meno recenti, che fanno emergere il desiderio di “riunirsi” con la persona cara venuta meno; un’ansia crescente e sempre giù ingestibile; fallimenti scolastici e sportivi. In definitiva, è la vita stessa che a tanti giovani appare sempre più come un cammino troppo in salita, troppo faticoso, troppo difficile da percorrere.

A volte, nel drammatico percorso che porta ad un salto nell’altra vita, ad un definitivo addio, pesano pure il desiderio latente di riacquistare credibilità agli occhi degli amici con un gesto estremo, oppure l’intenzione di punire – colpevolizzandolo per sempre – qualcuno dal quale si ritiene, a torto o a ragione, di aver subito gravi torti. E poi, negli ultimi tempi, ormai con notevole frequenza, soprattutto per le persone adulte ma pure per molti giovani, incidono anche fattori lavorativi, sociali ed economici (il lavoro che si cerca e non si trova, un improvviso licenziamento, la precarietà e l’impossibilità di progettare un futuro, debiti accumulati).

In buona sostanza, anche se non tutti i depressi si suicidano, ed anche se non tutti coloro che si tolgono la vita soffrono di depressione, resta il fatto che la depressione gioca un ruolo decisivo nei comportamenti suicidari.

E qui – senza riferimento alcuno agli ultimi casi accaduti in provincia, ma parlando in generale – si innesta una riflessione su uno dei fattori di rischio che possono creare depressione, amplificarla laddove già c’è, farla emergere quando è latente e cova sotto la cenere: le sostanze stupefacenti, principalmente la cocaina, la cannabis e la ketamina, associate spesso con l’alcol.

Scrive Antonello Vanni nel suo recente volume “Adolescenti, tra dipendenze e libertà”, riprendendo quasi testualmente una lettera aperta dell’Associazione Americana degli Psichiatri: “…  si segnalava in questa lettera che il consumo di cannabis raddoppia la possibilità di essere preda di gravi forme di ansia e depressione; inoltre si avvertivano i genitori che i ragazzi, che tra i 12 e i 17 anni hanno fatto uso settimanale di marijuana, incorrono nel rischio triplo di avere ideazioni suicide rispetto ai ragazzi che non la usano. Benchè l’opinione pubblica stenti ad ammettere queste evidenze, i fatti di cronaca che le dimostrano non sono rari. Molti genitori che hanno visto i loro figli rinunciare alla vita, hanno capito che dietro il dramma c’era la cannabis”.

Anche Michele G. Sforza e Jorge L. Tizon, in “Giorni di dolore”, individuano nell’abuso di alcol e droghe negli adolescenti un importante fattore di rischio in relazione ad un numero crescente di suicidi e di tentativi di suicidio e individuano proprio le sostanze psicoattive quali cause scatenanti della maggior parte dei suicidi dovuti ad impulsi improvvisi ed incontrollabili, quelli cioè non pensati e programmati, ma decisi all’ultimo minuto. Secondo il professor Claudio Mencacci, primario di psichiatria al Fatebenefratelli di Milano, in Lombardia, laddove si verifica in maggior numero di suicidi in Italia di giovani tra gli 11 e i 24 anni, nel 20 per cento di questi casi c’è un abuso concomitante di cannabis e cocaina. A sua volta Massimo Clerici, docente di psichiatria all’università di Milano Bicocca, in occasione del congresso del 2012 della Società Italiana di Psichiatria, parla, con riferimento a condotte autolesive (a partire dalle ferite e dai tagli procurati volontariamente, per arrivare ai suicidi), di disturbi dell’autocontrollo e di impulsività eccessiva acuiti dall’abuso di sostanze, che vanno a sommarsi ai disagi psicologici tipici degli adolescenti. E numerosi altri riferimenti in materia di correlazione tra droga e suicidi giovanili si potranno trovare nel sito del Dipartimento Nazionale Politiche Antidroga.

Chiaramente, parlando dei suicidi giovanili, di uno cioè dei tantissimi frutti avvelenati portati dalle sostanze stupefacenti e dall’alcol, non si fa riferimento ad un uso occasionale, ma ad un uso assiduo, ad un abuso portato avanti per diverso tempo, che incidono fortemente sull’umore e sulla capacità di provare piacere (quel piacere normale che si può e si deve trovare anche nelle piccole cose e nelle apparentemente insignificanti situazioni di ogni giorno) e di avvertire interesse per qualcosa di significativo che non sia l’effimero e vuoto divertimento del fine settimana.

* Giuseppe Bommarito, presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page
-





Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons

Cambia impostazioni privacy

X