Torna la poesia: Leonardo Biagetti incontra Davide Castiglione

Continua la fortunata serie di testi inediti (di un lettore e di un giovane autore che ha già pubblicato), scelti e commentati dalla redazione di Quid Culturae e da Gianluca D'Andrea
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la redazione di Quid Culturae

La poesia che abbiamo scelto tra quelle che Leonardo Biagetti, studente di Lettere classiche a Macerata, ci ha inviato, è l’ultima della minisilloge. La sua è una scrittura che tradisce gli accenti della classicità (non che sia un difetto: ognuno cerca la propria cifra stilistica sulle pagine di maestri che sente prossimi), ma talvolta rimanendo impigliato in una lingua che non può essere la sua, e dunque indugiando in ricorsi lessicali e formali di là dal tempo che invece di nobilitare finiscono per appesantire i versi. Tuttavia, ben intuendo che si tratta di un’esperienza in fieri, sappiamo altrettanto che la lotta con lo specchio è fatta anche di cadute, ma è un segnale importante e significativo che tale lotta ci sia (a fronte di un’orda di avventurieri allo sbaraglio che credono la poesia frutto di istinto, sentimento e nulla più). Biagetti non fa parte di questa infernale congrega: la sua rimane comunque una versificazione consapevole e dai toni delicati e convincenti, in punta di penna. Lo pubblichiamo perché qualcosa ci dice che “si farà” e ne riparleremo.

 

Leonardo Biagetti, Tempio

“Vieni a conoscermi.
Nelle lande sanguinose e tetre
del mio “chi sono?”
ancora in un angolo
l’erba tende al sole
tiepida il suo odore
verde.
Nelle fronde in cui giocai
bambino,
fanciullo son rimasto,
fra le rugose crepe
della pelle dei miei padri,
segnano
scorze di formiche
le tenebre più pure.

Senza questo campo,
tu non puoi sapermi.
Leggera, ti prego,
cammina fra i ricordi
mostrami di saper sentire
i miei cuori nascosti.
Nulla m’ha mai tradito
sotto queste braccia torte.

Ridi pure se t’aggrada
non poteva ch’esser mio
un tempio dai pilastri
così sghembi.”

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Perugini, “Donna che legge”, 1878

 

Davide Castiglione, Corsa senza andata

Chi non si defila dai microfoni
e macella a tono; chi da dietro
perpetua lo scheletro. A proposito, c’è il guardrail
come fossile di serpente ma nessuna tentazione
di superarlo o di
interromperlo – è indiscutibile dal pullman che si limita
a spostarsi mentre tu sai viaggiare. Una svolta,
eppure si ripropone
al pari delle centrali
e delle fabbriche un po’ museo per non parlare
dei campi – che oggi a guardarli misurano
la nostra lontananza
dalle nostre mani. È che molto non se ne va,
molto è nuovo sempre: questa ora attraversata di anni
ne vale trenta – i tuoi, quelli di un paese
in cui le fermate sono una sola
che è sconfinata e ripaga l’attesa
con il culto dell’attesa. Piuttosto
si comincia con chi scende alla lettera
da qualche vigalfo italia villanterio
o cambia provincia con il più in là
del finestrino sugli occhi: sui tuoi ho saputo
di una bimba che dà un sorriso e se stessa
correndo porta via.

 

DANDREA

Gianluca D’Andrea

di Gianluca D’Andrea

Poesia d’evocazione, in una concatenazione correlativa – di stampo certo montaliano – per cui gli oggetti di scrittura fungono da propulsioni estensive di un’emozione contenuta, che limita il suo sbocciare: «… chi da dietro/ perpetua lo scheletro. A proposito, c’è il guardrail/ come fossile di serpente ma nessuna tentazione/ di superarlo o di/ interromperlo…» (vv. 2-6). Il continuo gioco d’inarcature tradisce una confidenza eccessiva con le strategie compositive del Sereni degli Strumenti umani, soprattutto, che contribuiscono a creare la sensazione, appena evidenziata, di un limite che resta invalicabile per la nominazione: la riattivazione dell’azione (vedere, a tal proposito, la sintassi lineare, l’assenza di slanci metaforici, l’impostazione nominale della stessa sintassi: «…questa ora attraversata di anni/ ne vale trenta – i tuoi, quelli di un paese/ in cui le fermate sono una sola/ che è sconfinata e ripaga l’attesa/ con il culto dell’attesa…», vv. 14-18). Il tema dell’attesa può trovare soluzione alla stasi solo nelle potenzialità di un viaggio che vale per se stesso e che, non solo non ha meta ma neanche partenza, il che ci riavvicina alla possibilità di un’azione che, perduto ogni scopo, si definisce per il semplice fatto di esistere. Forse, allora, i collegamenti stretti a Montale e a Sereni, sul piano compositivo, possono indicarci le direzioni di una poetica che dai suoi maestri tenta di emanciparsi. Almeno da un punto di vista contenutistico questo è abbastanza evidente: «…È che molto non se ne va,/ molto è nuovo sempre», vv. 13-14. Le scelte formali, però, subiscono i vincoli dell’apprendistato e non consentono di cogliere novità o propositi di una nuova lettura del reale, svincolata dall’assillo dell’aderenza al grigiume di un contesto mutato, di cui non sembra ancora evitabile l’accertamento, non mai l’immersione. L’alterità è ancora un rimpianto irraggiungibile, una tensione moralistica che ritarda l’azione o la rifugge (il che è lo stesso): «… cambia provincia con il più in là/ del finestrino sugli occhi: sui tuoi ho saputo/ di una bimba che dà un sorriso e se stessa/ correndo porta via» (vv. 21-24). Il nominalismo evidenziato, la teoria delle cose che circonda il soggetto ma non sembra coinvolgerlo in un che minimo slancio, risentono di un “novecentismo” senza sbocchi, per cui il movimento si ritrae centripetamente verso l’osservazione (che non si apre alla visione: come in Rèbora ad esempio, almeno nel contenuto) o centrifugamente scivola verso l’immateriale, entrambe tendenze che manifestano un blocco “metafisico”. L’aderenza al divenire è inceppata dal desiderio di un punto fisso, ritrovato, forse, nella volenterosa attenzione di un osservatore ancora marginale, non aderente a quel se stesso che è l’alterità. L’alterità, che non si risolve per forza nell’interlocuzione, fuggevole, è la stessa assenza del soggetto non ancora pronto ad accogliere le metamorfosi del reale, la visione del vero, limitandosi all’osservazione distanziante del quadro (la “corsa senza andata” già presente nel titolo).

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Davide Castiglione (Alessandria, 1985). Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia (tesi: Sereni traduttore di Williams). Attualmente vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica.  Suoi saggi accademici sono usciti su «Strumenti critici» e sul «Journal of Literary Semantics».
Cura il sito personale www.castiglionedav.altervista.org, ha co-fondato il progetto collettivo di critica poetica www.inrealtalapoesia.com e recensisce regolarmente per vari siti. Per la poesia, ha vinto ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway» (2008) e pubblicato Per ogni frazione (Campanotto, 2010), segnalata al Premio Lorenzo Montano (2011).



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