Nello studio del pettirosso
Piccola Personale
di Marco Spaccesi

Con un'intervista esclusiva di Enrico Marcucci all'artista maceratese
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MARCUCCI

Enrico Marcucci

di Enrico Marcucci

Marco Spaccesi è un artista sui generis. Lavora sui mattoni, sui coppi, sui portelloni antichi; libera, grazie all’arte, i legni abbandonati dai tarli e dalle ragnatele e li consacra ad una imperitura bellezza. I soggetti che predilige sono quelli della sua Macerata, angoli e scorci del cuore del centro; popolane e ragazzini, momenti di vita quotidiana spesso persi del tutto o sopravviventi qua e là nella memoria, a cui ridare un tocco di magia e un momento di rinnovata energia. Spaccesi ci riceve nel suo studio, situato in Vicolo Cassini, la viuzza con le case basse basse che collega Piazza Vittorio Veneto a Piazza Mazzini, passando segretamente in parallelo a Via Crispi da un lato e Via Padre Matteo Ricci dall’altro. Il suo è un luogo magico come i suoi quadri: una grotta, con archi e bella penombra, con le porte dipinte da lui e il respiro della terra a fior di pelle.

Marco, cominciamo dal principio. Quando e come è arrivata la chiamata all’arte, in particolare alla pittura? Hai avuto maestri o sei a tutti gli effetti un autodidatta?
Ho sempre dipinto fin da bambino. Cartechini, il pittore di Civitanova, era cugino di mia madre, ma ho sempre fatto tutto da solo, provando e riprovando di continuo, imbrattando tele e facendo numerosi errori. Tutto ebbe inizio un giorno, quasi per capriccio. Ero piccolo, mia madre doveva portarmi dal dentista ma io proprio non volevo, facevo di tutto per non andare;  ad un certo punto, non riuscendo a trovare altri metodi per convincermi a partire con lei, disse che se fossi andato,  al ritorno mi avrebbe comprato tela, colori e pennelli. E così accettai. Quel primo dipinto che feci, mia madre ancora lo conserva appeso ad una parete della sua camera, raffigura una serie di pianeti sovrapposti e confusi uno su l’altro, la prima sciocchezza di un bambino, ma per noi ha un grande valore. Da quel giorno non smisi più. Verso i sedici, diciassette anni, partecipai a piccole esposizioni e collettive parrocchiali dove iniziai a far vedere ad amici e gente del posto i miei primi lavori. Molti apprezzavano, altri criticavano e qualcuno acquistava pure. Devo dire che  ogni volta che mi è stato dato un consiglio, mossa una critica o fatta una correzione su delle cose da rivedere all’interno delle mie opere, ho sempre cercato di accoglierla come un punto utile da cui ripartire per affinare la mia tecnica e trovare il linguaggio più funzionale al mio carattere e alle mie aspettative. Bisogna  essere sempre aperti ai suggerimenti e alle critiche degli altri perché aiutano a crescere più di qualunque altra cosa (certo, qualora siano costruttivi!) Non è facile in quest’ambiente trovare persone di tal genere,  di solito ogni artista difende in maniera morbosa la sua arte per timore di essere giudicato negativamente o addirittura di non essere compreso, senza rendersi conto invece che potrebbe scaturire proprio da quella critica  quel “quid” mancante che magari potrebbe dare un tocco di personalità e vita in più alla propria arte. Non serve a niente essere presuntuosi o sentirsi come si fosse già arrivati al culmine delle proprie esperienze, del proprio percorso. Non si finisce mai di imparare e di migliorarsi. In più ho sempre pensato che è bello fare le cose per conto proprio, che venga fuori l’unicità della propria anima, liberi dall’esito e dall’ansia dell’attesa; dico spesso che è meglio sbagliare o sentirsi dire parole forti piuttosto che scopiazzare le opere degli altri in giro. L’arte è qualcosa che ha forma propria e cammina da sola. Ricordo che una volta da ragazzo fui scartato da un concorso a cui mi ero presentato. Non nego il dispiacere iniziale, ma la commissione non esitò un istante a spiegarmi le cause e i motivi per cui non ero stato preso. Le ragioni che mi vennero date furono molto importanti perché ne feci un punto da cui ripartire per potermi correggere, tant’è che l’anno seguente ritentai e fui accettato senza problemi. Ogni volta che si sbaglia, o sembra aver perso le speranza e la fede nella propria arte, bisogna sempre avere la forza e il coraggio di ricominciare da quello che si è lasciato in sospeso. Da questo punto di vista, dalla mia famiglia prima e da mia moglie poi, sono stato sempre spinto e stimolato a portare avanti il mio talento anche in momenti di stanchezza o qualora  sembravo aver perso ogni fonte d’ispirazione o di convinzione. Andiamo avanti. Dopo alcuni anni presi parte alla prima Marguttiana, ormai celebre esposizione collettiva maceratese che quell’anno fu allestita al Vicolo degli Orti, e presentava tra le varie personalità in commissione Umberto Peschi e Wladimiro Tulli, di cui posseggo un cavalletto al quale sono molto affezionato. Tuttora continuo a prendere parte ogni anno all’evento della Marguttiana. Mi ha lasciato ricordi e incontri insostituibili. Piano piano iniziai così a farmi conoscere senza smettere di partecipare alle collettive che man mano mi si paravano davanti e portando in giro  i miei lavori attraverso diverse esposizioni e personali  come ad esempio a Pinzolo in provincia di Trento, a Cingoli, ad Amandola, a Palazzo Ottoni a Matelica, agli Antichi Forni qui a Macerata e in molti altri posti che sinceramente ora trovo difficile ricordare.

Sappiamo che oltre a dipingere sei uno dei pochi in Italia -se non forse l’unico-  che scolpisce il mattone. La

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Marco Spaccesi

maggior parte, come in Umbria o in Veneto, prima lavora l’argilla fresca e poi mette il tutto a cottura. La domanda sorge spontanea. Come è nata l’idea di iniziare a scolpire il mattone?
Per quanto riguarda la lavorazione del mattone è un’idea che è arrivata per caso. Un pomeriggio, mentre andavo a spasso in campagna, mi sono imbattuto in un cantiere situato nel luogo in cui si trovava la casa di mio nonno, demolita da poco. Continuando a girare e osservando meglio intorno, scovai un mucchietto di calcinacci da cui emergevano chiari due frammenti di mattone con l’intonaco della cameretta di quand’ero bambino ed avevo otto, nove anni al massimo. Ebbi all’istante un forte attacco di nostalgia. Li portai a casa con me per poterli “studiare” con calma e vedere cosa avrei potuto ricavarne.  Dopo qualche tentativo sono riuscito  a dare vita propria a ciascun mattone affidando ad ognuno una sua storia di cui io stesso sono diretto partecipe partendo dalla rielaborazione di ricordi personali, da un piccolo particolare, ecco, da frammenti. I  mattoni che scolpisco sono mattoni che hanno più di trecento, a volte quattrocento anni e sono resistiti a numerose intemperie. Sono oggetti, detriti, ma li considero compagni. Proprio perché frammenti portano già in se una storia “personale”, della casa che ricoprivano, del soffitto che sostenevano e delle vite che davanti a loro  trascorrevano ogni giorno, delle mani che li hanno sovrapposti oppure quotidianamente sfiorati. Riguardo alla lavorazione del mattone non credo di essere l’unico ma per ora non ho conosciuto altri artisti che utilizzassero la mia stessa tecnica. L’inizio della lavorazione incomincia anche in questo caso, dalla scelta di un tema che più mi colpisce, che rapisce completamente la mia attenzione. Cerco di immaginare cosa fossero stati in passato,  a chi sarebbero potuti appartenere;  e appena deciso il da farsi, abbozzo un disegno possibile. Perfezionato quest’ultimo incido il bassorilievo dell’immagine con uno scalpello elettrico per poi passarci sopra con dei colori ad olio. Ultimato il lavoro, ponendo un faretto a lato del mattone, riesco ad ottenere la luminosità e il risalto necessari. I temi che scelgo sono svariati. Dalla natura alla campagna, ai meravigliosi vicoli maceratesi fino a fornaci o forni antichi. Ad esempio, non molti anni fa, ho scolpito una serie di mattoni che riportava diverse scene dei mestieri del passato, di un passato che sembra quasi perduto eppure non troppo distante dal nostro, in cui raffiguravo l’artigiano nei diversi momenti e caratteristiche della sua vita lavorativa, come l’ombrellaio, il fabbro, il cestaio,  il panettiere e molti altri. Fu una serie che riscosse piuttosto successo. Il mattone è un’opera che piace ai privati perché può essere posizionata in qualsiasi parte della casa e riesce a dare un certo valore all’ambiente. Al momento ho molte richieste e altrettante idee, ma i miei esperimenti richiedono tempo per essere portati a compimento e purtroppo ancora non mi è stata concessa la “grazia” di andare in pensione e potermi dedicare unicamente ai miei mattoni e agli altri progetti in cantiere.

Proprio entrando nel tuo studio infatti, è stato inevitabile imbattersi in una presenza emblematica, il pettirosso, che oltre ad essere lo stemma del tuo atelier, è una figura che ritroviamo spesso nelle tue opere. Ecco, da dove arriva il pettirosso?
Arriva dall’inverno. A me piace molto questa stagione. E’ il periodo dell’anno in cui lavoro di più, esco poco, voglio starmene lontano dai rumori, per conto mio, nel mio studio, tra spatole, tele e quant’altro. Ricordo che un giorno mi trovavo di nuovo in campagna e c’era neve dappertutto. Scorsi all’improvviso, su un rametto di biancospino, un pettirosso che s’imponeva radioso sul bianco intenso della neve, accecante nel suoi colori forti, in tutto il rosso che indossava e lo faceva somigliare ad un faro. Scelsi così, che sarebbe dovuto diventare il simbolo del mio studio d’arte e non volli più liberarmene. Per questo motivo spesso e volentieri ritorna ad essere protagonista nelle mie opere.

Spostando lo sguardo qualche centimetro più in là dalle cornici dei quadri che riempiono il tuo studio, è possibile scovare appese alcune tue poesie. Se poi abbassiamo lo sguardo e diamo un’occhiata nei cassetti dei comò semiaperti o nei panieri ridipinti, oltre a biglietti da visita e depliant, possiamo trovare anche piccole raccolte di versi. Come hai iniziato a scrivere e in che modo la poesia si ricollega alla tua arte figurativa, laddove un legame ci sia?
Nel caso della poesia, come per la pittura e i mattoni, tutto è nato da un bisogno, dalla necessità di comunicare. Ogni volta che facevo una personale, alcuni critici o chi tentava erroneamente di interpretare le mie opere, travisava puntualmente il senso della raffigurazione. Ad un certo punto non riuscii più a sopportarlo e decisi spontaneamente di scrivere il significato che io stesso attribuivo ad ognuno dei quadri. Da quel momento le poesie iniziarono ad accompagnare le mie personali. Nacque perciò come un gesto dovuto, non programmato, quasi istintivo, come il bisogno di chiamare le cose con il proprio nome, di dirle per quello che sono realmente. Anche in questo caso deve sempre esserci qualcosa che mi appassioni in maniera completa, che mi rapisca, com’è accaduto una sera per caso, passeggiando nei pressi di Santa Croce, dove si stava svolgendo una festa di quartiere, e vidi un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che ballava solo in mezzo alla pista. Rimasi colpito, per non dire ferito da quel suo modo di muoversi pieno di energia, ne aveva da vendere, più di quelli che gli stavano intorno. Pensai che quel ragazzo non si trovava lì per caso. Corsi a casa e mi misi a scrivere. E’ così che mi accade, è un impulso che non riesco a controllare. Alcune delle mie poesie tra l’altro sono state raccolte all’interno di un’ “Antologia dei poeti marchigiani”. A volte sono i quadri stessi ad ispirarmi la poesia e a volte viceversa.  Nel caso di “Un brindisi alla luna”, che è sia il titolo di una mia poesia che lo stesso di un mio dipinto, è stato proprio quest’ultimo a farmi venire in mente le parole. Inoltre quel quadro fu scelto in seguito come etichetta di un vino. Non considero la poesia complementare alla pittura, anche se nel caso delle personali mi aiuta molto, piuttosto le considero sorelle e sono i pensieri, le idee stesse a suggerirmi quale delle due sia volta per volta la più adatta alla propria espressione.

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Marco Spaccesi nel suo studio

Viene naturale fare una domanda solita, solita proprio perché immancabile e necessaria. Qual è il tuo rapporto con l’arte e in che modo ti misuri con quest’ultima?
L’arte è una di quelle cose che arrivano quando meno te le aspetti e la mia storia al riguardo parla chiaro. Personalmente non dipingo per guadagnare, faccio il tipografo da sempre. L’arte è strumento, è sempre stata la mia forma d’espressione, forse la maggiore dato che sono un tipo piuttosto taciturno e a volte lascio mia moglie sola durante le mie personali. Nel mio caso nasce direttamente da un bisogno comunicativo. Mi capita spesso di vedere per strada qualcosa, un segno, un dettaglio o una traccia che mi colpisce particolarmente come l’impronta di una mano lasciata sul cemento fresco o ad esempio il davanzale di una casa colonica sono gli impulsi primari che danno vita ad un mio mondo interiore fatto di ricordi, sogni e fantasia. Qualcuno disse che la natura, lo spirito di un uomo si esplicita e si fa carne dalle scelte e dalle cose che fa in vita. Potrei dire in questo senso, che in ogni quadro o in ogni  mattone ho nascosto un pezzo di me che rivive attraverso la stessa opera. Non riuscirei mai a portare a termine un lavoro se non mi sento completamente in sintonia con il suo divenire. L’arte deve essere libera e respiro, altrimenti risulta semplicemente una forzatura, un “dover fare” fine a se stesso. Io dipingo perché mi viene istintivo, perché è l’unico modo in cui riesco ad andare a fondo delle cose e delle situazioni con cui m’imbatto quotidianamente, spesso magari arrivando inaspettatamente a superarle,  senza troppi progetti, perché ne ho bisogno e basta. La trovo indispensabile. Necessaria.

Vediamo che Macerata torna di frequente nei tuoi dipinti ad accogliere, dalle trame del sogno e della fantasia, i soggetti raffigurati. Qual è il tuo rapporto con questa città?
Io sono di Macerata. Qui vivo e qui lavoro praticamente da una vita. E’ naturale che il contesto, la scena in cui si svolgono le azioni dei miei quadri o delle mie sculture appartiene alla città che quotidianamente percorro attraverso i suoi archi, i suoi vicoli, le sue piazze, strade e scalinate.  Le mie opere a riguardo parlano da se, dal momento che troviamo a fare da palcoscenico ai protagonisti delle mie opere, un pezzo qualunque di questa città. Ad esempio una Porta del convitto attraversata da alcune donne verso sera o il nostro amato Sferisterio,  alcuni ubriachi che ballano e fanno festa con le bottiglie in mano davanti alla chiesa di Santa Maria della Porta oppure una Piazza della Libertà ridipinta secondo le libere associazioni della mia fantasia; o ancora un bambino cavalcioni su una ringhiera con in mano un palloncino giallo e uno rosso (emblema del sogno) proprio qui, in fondo alle scalette che dalla piazza appena citata portano fuori dalle mura. Questi sono quelli che ricordo senza pensarci troppo, ma ce ne sono davvero molti. Inoltre i Maceratesi nel corso degli anni hanno sempre dimostrato di apprezzare i miei lavori. Spesso passano a trovarmi giovani pittori che chiedono aiuto per una sfumatura, turisti o gente qualunque che fa domande e si mostra interessata alle mie opere. E’ per me motivo di grande soddisfazione e mi spinge a voler lavorare sempre di più.

 

Alcune opere di Marco Spaccesi

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