Un “Pozzo” profondo trent’anni

RITRATTO - Il noto pub maceratese festeggia l'importante anniversario di ininterrotta attività
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Filippo Davoli

di Filippo Davoli  

 

Si doveva chiamare (forse) La Mandragola (era un’ipotesi proposta da Remo Pagnanelli, in fase di apertura del locale), ma i gestori – avveduti e prudenti – sospettarono che sarebbe rimasto un po’ aulico, come nome; una sorta di Carneade di manzoniana memoria, nonostante la bella intuizione di Remo. E così, pensa che ti ripensa, in un brain storming tenace e condiviso, alla fine si arrivò al nome che ha ancora oggi: Il pozzo. Non si può dire che non sia stata una scelta azzeccata: breve e dunque facile da mandare a mente, reale e storico (senza quelle ridicole concessioni agli anglismi maccheronici che ogni tanto si vedono in giro), ma anche simbolico (una sorta di pozzo di San Patrizio, con fantasmagorie e sorprese). La primissima apertura, in realtà, risaliva a quattro anni prima (nel 1980); però è nel 1984 che prende il via una stagione miracolosa di idee e incontri, nella rivisitazione dell’occasione antica del caffè, ricreata e attualizzata nel pub. Agli inizi le stanze adibite alla consumazione erano tre: il mitico bancone all’ingresso; la prima sala; e poi, proprio di fronte, la saletta che oggi è un’ala della cucina. Era un rettangolino appartato, dove in genere andavano a rintanarsi gli avventori occasionali o quelli che necessitavano di uno spazio “un po’ più in là” per parlare di altre cose.

Ma altre cose rispetto a che? Altre cose rispetto all’humus condiviso della clientela stanziale, fatto di ascolti memorabili e quotidiane maceratesità. E all’ingresso, come pure in sala, trovavi tanto Magdalo Mussio quanto, appunto, Pagnanelli; Paolo Piangiarelli e i “suoi” jazzisti pronti ad esibirsi proprio lì (da Chet Baker a Massimo Urbani, a Mike Melillo, etc.); il dito un po’ beffardo ma sempre implicato e sapiente di Umberto e dei gemelli Paolo e Francesco guidava (e guida ancora) la scrittura di ogni pagina nuova e da raccontare trent’anni dopo, col genio semplice e la nonchalance gentile di chi il proprio mestiere lo sa proprio fare bene. Il Pozzo è stato, in quegli anni formidabili, anche occasione e teatro di performance indimendicabili e provocatorie, animate

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l’ingresso del Pozzo

da personaggi come la coppia d’arte Garufi-Pagnanelli, il giornalista Maurizio Verdenelli, il compianto Gabor Bonifazi: occasioni di dure reprimende intellettuali, come pure sede di sfottò alle organizzazioni civiche e a una certa mentalità modaiola e fatta d’apparenze, peraltro tipica dei piccoli borghi, che ancora affligge – è dato temere – le nostre abitudini locali. Partecipavano tante persone: dai più o meno addetti ai lavori ai semplici curiosi, attratti da tutta quella verve, così anomala in città. Ne ricordiamo una, di quelle performance, in cui non c’era verso di far cadere a terra nemmeno uno spillo, tale e tanto era il pubblico. Alla stregua dell’ormai tradizionale pranzo natalizio offerto ai poveri da Mirella della Trattoria da Ezio, anche Il Pozzo, nonostante gli assalti della crisi, è ormai una sorta di monumento cittadino, un luogo irrinunciabile, una tappa obbligatoria, un pezzo troppo qualificante della nostra cittadinità per poter passare in predicato come la memoria di un altro qualsiasi locale. Il Pozzo è stato – ed è ancora, sia pure in forme diverse – una tana feconda per tanti artisti, vissuti dagli altri come tali e contemporaneamente come non-tali, ossia come umanissime figure di confronto amicale e spontaneo. Un felice ritrovo in cui riparare dai guasti della vita, sempre più violenta e anonima (e anonimamente violenta, ‘ché se almeno vi fosse ancora la bella libertà di un confronto dialogico anche forte sarebbe tutto molto più sano e più semplice).

Al Pozzo non si è mai avuto paura della parola. E non si soggiace alle mode: a cominciare dalla colonna sonora che accompagna, in gradevolissimo sottofondo, le mangiate e le bevute. Non ricordiamo i tam-tam percussivi e massacranti (dell’udito e dell’umore) che la post-modernità impone; manca pure, Deo gratias, la televisione. Al Pozzo si va da Gardel alla Piaf, dal jazz ai boleros, dal rock d’antan a Glenn Miller, a certe deliziose rarità che verrebbe la tentazione di assaltare il locale nel cuore del giorno (la notte è sempre aperto…) per appropriarsi capricciosamente dei cd.

Con l’allargamento degli spazi (e per un periodo anche la discesa nell’umida fecondità di un piccolo sottoscala, situato nelle viscere della seconda grande sala), anche la clientela si è allargata: rinnovata, in un certo senso. Ringiovanita, pure. Ma senza perdere il legame della sua storia e quella bella ironia che ne ha fatto grande il nome. E così sono arrivate le invasioni dei protagonisti dello Sferisterio, le serate dedicate ed esclusive organizzate dai registi e direttori artistici di turno, certe atmosfere anche liminari, per così dire… Ma sempre sul filo di una bella leggerezza, di una empatica armonia. E tra lo Sferisterio e l’inverno, ecco piombare anche i watussi della Lube (quando quest’ultima era ancora un fiore all’occhiello del nostro capoluogo, cioè fino all’altroieri: fino a quando vinceva, diciamo così!).

Anche all’epoca della Rassegna estiva di Poesia – che organizzavamo come “Poeti di Ciminiera” – l’esiguo contributo delle sempre-vuote casse comunali (un mantra…) non ci impediva la cena di rito al Pozzo dopo gli eventi. Si risparmiava sui letti (le nostre case si riempivano di amici, che molte volte accettavano di rinunciare ad emolumenti e rimborsi pur di esserci), ma il momento magico della cena, quello no: non si poteva né voleva evitare. Perché era una continuazione delle serate pubbliche, una prosecuzione dei discorsi in una quinta inedita ma non meno coinvolgente. E così, dentro le stanze che avevano conosciuto i momenti più emblematici del Remo Pagnanelli polemista, arrivarono di volta in volta poeti, attori, musicisti: Franco Buffoni, gli indimenticabili Leonardo Mancino e Alberto Cappi, un vulcanico Gian Ruggero Manzoni, Silvia Bre, Paolo Ruffilli, Neri Marcorè, Umberto Piersanti, Gianni D’Elia, Francesco Scarabicchi, Luigi Manzi, Giuseppe Rosato, Franco Loi, Guy Goffette (direttamente dal Belgio), Alberto Bertoni, Lucetta Frisa e Marco Ercolani da Genova, l’attore Glauco Onorato (quello de La freccia nera), Lorenzo Anelli (l’attore prediletto di Vito Molinari), Stefano Raimondi, Luciano Neri, Andrea Ponso, Gabriel Del Sarto, Franca Grisoni, Elio Grasso, Giovanni Tesio, Antonello Cara (direttamente dalla Sardegna), e un’infinità di altri.

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Umberto del Pozzo (foto di F. Davoli, 2012)

Gente che spesso mi ha detto di meditare l’acquisto di un monolocale a Macerata per tornare a passarvi le vacanze, tale e tanto era stato l’effetto positivo di quella pur breve permanenza. È così – a noi pare – che una città cresce culturalmente: non tanto con la quantità degli eventi, quanto piuttosto con la qualità delle frequentazioni stabili provenienti da fuori porta e diventabili proprie. Della serie che se ci fossero cento Mike Melillo, probabilmente sarebbe più naturale investire sulla cultura e sull’arte a costi anche molto più ridotti degli attuali. Ma questo è già un altro discorso.

L’estate portò i tavolini del Pozzo anche all’aperto: lungo Via Costa (perché c’è una mistura di poesia e di levità, anche nell’organizzare una circolarità che sembrerebbe impossibile lungo un vicolo) e poi anche in Piazza Oberdan. È un altro Pozzo ancora, quello che insieme agli altri esercizi commerciali di ristorazione anima le serate e le nottate maceratesi estive; ognuna con le sue belle specificità. Quella del Pozzo, tuttavia, rimane l’antro, anche dopo la perdita amara della bella fumosità, che la legge contro il fumo ha prodotto nei locali pubblici, salvaguardando la salute ma spegnendo un po’ di poesia. L’antro però contribuisce a salvaguardarla comunque; a cominciare dalla luminosa penombra degli interni: Umberto che appare quatto dallo spioncino che divide la cucina dalla saletta, i gemelli che si avvicendano e ormai si assomigliano totalmente, essendo Francesco ingrassato quel tanto che basta a renderlo speculare a Paolo; e poi il personale: quello di ieri, quello di oggi, quello di sempre; e quindi i clienti storici, i cosiddetti “stanziali”, parti vive dell’arredamento sui generis e probabilmente migliore investimento dei gestori.

Avevo dedicato al Pozzo una poesia, tanti anni fa. Sta in Una bellissima storia, del 2000:

Al Pozzo 

Un suburbio di voci, altro non era
quel rumoroso fronte sotterraneo
dove si liquefanno le parole
e ogni tanto vedi apparire un conoscente
da salutare.

Sono le varie umanità del borgo
scambiato per metropoli. Noi lo viviamo
forti di un piccolo nodo di benessere,
di una ironica e tenera complicità.

Così troppo spesso trascorriamo le sere
seduti al nostro tavolo in fondo al locale
degustando da un appannato bicchiere
il nostro vivere male
le nostre nere
sincerità.

Si trattava di un piccolo atto d’amore e di gratitudine. È ancora così.

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F. Davoli, “Una ciminiera nel pozzo” (fotocollage, 2013)

 



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