Mina, “l’ostaggio di nessuno”

SECONDA E ULTIMA PUNTATA - Continua e termina la ricognizione artistica sui primi 56 anni di carriera della maggiore interprete italiana
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La prima puntata (clicca qui).

di Filippo Davoli

Quella di Mina è una vicenda paradigmatica a quella della scrittura: la scrittura sgorga da dentro, viene alla luce; prima in maniera piuttosto informe, poi lo strumento umano che è chiamato a tradurla quasi spontaneamente si ritrova ad educare la propria penna, a crescere sua sponte verso la pienezza di quell’incontro che lo attraversa e anche lo sorpassa; che, in definitiva, si veste di sé ma non gli appartiene. In quel farsi, la scrittura conosce fasi contigue, o spesso opposte, di tentativi, riscritture, varianti, esperimenti tutti di una ricerca entusiasmante e appassionata alla scoperta di una cosmogonia di parole che si incarnano in un hic et nunc, incrociando una storia precisa, un luogo preciso, una vita precisa, e tuttavia conservando la capacità di dire ad ogni uomo di ogni tempo e luogo.

La conquista più difficile della scrittura – e purtroppo molte volte misconosciuta – è la difficoltà della semplicità che, sola, permette l’attraversamento: lo scriba, in sostanza, da intendersi come primo interprete di un sentire che è sì, il suo proprio sentire, ma non solamente. In questo senso, quando il calo del desiderio (e del di-vertimento) si fa pressante, il poeta (che è un cieco, ma anche un visionario) coglie che un meccanismo si inceppa, che il suo ascolto si fa sordo, che la propria carne sbatte e rimbalza su qualcosa che non afferra, che non gli trasmette più nulla, al di là di affinato mestiere… che gli sta succedendo? Siamo arrivati al 1978 per Mina.

La parabola mazziniana è bella. Per altri versi, si dovrebbe dire normale se, attualmente, la normalità non fosse quella che ci costringe ad assistere ad artisti come “macchine da guerra” sempre uguali a sé stessi, senza mai un vertice né una caduta, prontissimi all’appuntamento con il pubblico senza macchie e senza rughe, con il consueto e anfibio codazzo di recensori osannanti. Il corpo di Mina ha continuato, dopo il 1978, a sfornare dischi con precisione impressionante, al ritmo di due all’anno; la carne tuttavia ce l’ha mostrata differente ogni volta: ora sublime (coi suoi bassi cavernosi o le riconquistate note altissime, un po’ appannate nella registrazione del live ’78), ora imbarazzante (piegata a testi banali o irrisori per un talento come il suo, o conglobata in arrangiamenti sintetici e freddi, inibenti), ora paurosamente asettica: un computer perfetto, senza una sbavatura, ma anche senza quell’anima vibrante che ce l’ha fatta amare la prima volta; altre volte invece strepitosa, addirittura insospettabile e come sempre inarrivabile, strumento tra gli strumenti, vero punto di forza di un trio o finanche di un’orchestra.

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Luca Morici, “Minissima”, 2014

Che ci stava mostrando allora, quel suo nuovo repertorio, dal 1983 al 1995, composto invariabilmente di un doppio album, per metà di inediti e per metà di cover? Un assurdo, di cui nessuno si è accorto: mentre il corpo di Mina spariva dalla circolazione, la carne iniziava a giocare a carte scoperte, dandosi in pasto a un pubblico di affezionati adoranti, come pure a una schiera di tristi maestri del pret-a-penser, interessati piuttosto a verificare la spendibilità del prodotto di turno sul mercato. Nella ricerca di brani di ogni genere musicale, Mina stava, sia pure inconsapevolmente, cercando sé stessa più che offrendo al suo pubblico uno spaccato variegato di stili letti e riletti con la “vanità dell’interprete superlativa che può egregiamente cantare di tutto” che le hanno voluto cucire addosso, ma che probabilmente è l’ultima cosa che le appartiene.

Sparito il corpo, però, la carne ha potuto ricominciare a divertirsi, nel senso più profondo e significativo del termine: ha potuto cioè reiniziare la ricerca del proprio corpo reale, al fine di approdare all’unione illuminante di corpo e carne o, quanto meno, alla decifrazione di quella chiamata a cantare e farsi strumento. Che certo non esaurisce la propria valenza nel comunicarsi, ma prima ancora – e più fondatamente – si pianta al cuore dell’esistenza per costituirne il senso.

Dalla terra (il disco di musica sacra del 2000, che segna l’inizio della nuova collaborazione col grande Gianni Ferrio), e poco prima lo splendido Napoli (del 1996) danno la percezione netta di una conquista, costata anni di ricerca e vorticose ridiscussioni e dissipazioni: la Mina del Nada te turbe di S. Teresa d’Avila, o del Memorare di S. Bernardo (musicato magistralmente da Gianni Ferrio), non è più la Mina di Io vivrò senza te“Quella là” (pare commenti così le sue immagini che appaiono nei continui remakes televisivi) è in effetti un’altra Mina, un’altra realtà, un’altra storia. In mezzo c’è un mondo che è radicalmente cambiato, profondamente maturato. Una continuità che la timbrica inconfondibile conferma e, insieme, un’intelligenza musicale sempre più acuminata che continua a guardare avanti senza risparmiarsi e senza voltarsi mai.

Altrettanto, l’ascolto di Dalla terra, la cui poesia è elevatissima e il farsi diafano della vocalità eccellente, senza tuttavia disperdere l’umanità dell’interpretazione, e dunque l’incarnazione delle parole e delle note (analoghi tentativi di riletture sacre, pur filologicamente più pertinenti, mostrano al confronto una totale ed emblematica inappartenenza), apre la via alla stagione più rilevante di una carriera inossidabile e insuperata, le cui più recenti tracce risalgono a pochi mesi fa. Non può, in tal senso, trattarsi solo di un caso, o di una convenienza economica, il video Live in studio del 2001, in cui Mina riappare davanti alle telecamere, mostrandosi in una sessione del suo lavoro con la riconquistata naturalezza di un corpo, anche fisico, che non teme l’età (segni e segnali della ricognizione del corpo sonoro), così come offrendo a tutti la possibilità di sintonizzarsi non tanto su ciò che canta, ma su come lo canta; tanto che le dita non le servono più, e quando le agita vorticando è solo per un simpatico richiamo, una boutade, una sorta di strizzata d’occhio.

È il tempo dello Sconcerto (come il titolo del suo disco dedicato a Modugno): ma è anche il preludio di altre perle come L’allieva (omaggio a Sinatra), Sulla tua bocca lo dirò (incursione nel melodramma), American Songbook (disco jazz per voce e trio), Christmas songbook (morbido e raffinatissimo lavoro sempre per voce e trio e qualche delicatissimo inserto orchestrale a firma di Ferrio, poco prima della sua scomparsa). E dall’altro lato, i felici incontri con il rock italiano alternativo di Manuel Agnelli, di Boosta, di Sangiorgi, etc., assurti ad autori di punta dei suoi più recenti dischi di inediti, a fianco di altri autori che ritornano, come Franco Fasano (Matrioska) o Anselmo Genovese (Rattarira). Anche in questo terzo tempo, è bello il parallelismo con la scrittura. La conquista della semplicità, la progressiva dismissione del manierismo a vantaggio dell’essenzialità, e al contempo l’incarnazione della parola, proprio in virtù della sparizione dell’io che scrive in ciò che scrive, senza per questo rinunciare alla propria dimensione ontica; anzi, al contrario, aprendo la carne al dialogo col dono, verso l’incontro che sana la frattura con il corpo e consente alla poesia di vivere di vita propria.

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Luca Morici, “Mina” (2014)



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