Certe sere a Macerata

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Filippo Davoli (foto di A. Marino, 2010)

di Filippo Davoli

Chi mi conosce, sa che da tempo non sono più dedito alla vita mondana, preferendole di gran lunga gli impegni e – nel tempo totalmente libero, che generalmente è solo quello notturno  – sane letture e qualche scrittura (niente tv, per esempio; e questo da anni).
Tuttavia, non ho preclusioni a qualche uscita dai ranghi; ma ne deve valere la pena. In questo mese, è già valsa due volte. Dovrò ringraziare Piero Cesanelli e la sua Musicultura, per avermi portato in città cari amici che altrimenti vedrei molto molto più di rado.

Così, questo editoriale, più che un editoriale in senso stretto, è piuttosto un atto di affetto e di gratitudine per chi mi ha regalato due serate degne di questo nome: in ordine di tempo, registro per primi gli amici che compongono il gruppo degli Os Argonautas, finalisti alla scorsa edizione del noto festival della canzone inedita d’autore di cui sopra. Non è questa la sede (né questa la mia intenzione) per tessere il panegirico di questi pur bravi, o per meglio dire bravissimi e onestissimi, musicisti. La cosa invece che mi ha rallegrato è stato il desiderio di rincontrarci, a quasi un anno di distanza, per portare avanti i discorsi cominciati l’estate scorsa.

Sì: il fare corpo, l’essere insieme, la sintonia e il “raccordo”, non servono a scalare vette nei palazzi della cultura o, peggio ancora, in quelli del potere. Servono (dovrebbero servire) essenzialmente a questo: a confrontarsi, ad avere occasioni e chances per crescere in forza di uno scambio delle voci, delle esperienze. Artisti che si cercano per continuare a parlare delle molle interiori della musica e della poesia, donandosi reciprocamente aneddoti e letture fatte, aprendosi reciprocamente orizzonti insospettati o fornendosi reciprocamente approdi e conferme. C’è – in questa semplice cosa dell’incontrarsi così – un sedimento incrollabile di energia e di vita.

Os Argonautas

Ore trascorse con grande allegrezza interiore davanti a un pub, con un cordiale in mano, in una sospensione felice tra reve e reverie (i francesi… che precisione di lingua per distinguere il sogno notturno da quello diurno: Bachelard ci ha scritto un libro indimenticabile, La poetica della reverie. Dice in soldoni che il sogno notturno è maschio, logico, fatto ad occhi chiusi, e al mattino si racconta. La reverie, invece, è femminile, diurna, panica, irrazionale, fatta ad occhi aperti e non si può raccontare. Però si può scrivere: e nasce la poesia)….

Emiliano Begni

Qualcosa di analogo, anche se più amicalmente rumoroso, m’è capitato la settimana scorsa. Motore primo sempre Musicultura. Mi chiama l’amico Emiliano Begni, pianista di Rossana Casale e anche dell’edizione di X-factor di quest’anno; viene per accompagnare una concorrente sua amica, Melissa Caputo (brechtiana senza pose brechtiane, fluidamente cólta – laddove il fluido sta per qualcosa di non studiato per l’occasione, ma a significare un’esperienza di anni, anche sui praticabili dei teatri; e dunque fatto proprio, una sorta di seconda pelle, vera come la prima).
Anche con loro due e gli altri della band (Claudio Recchia, Sergio L’Amore, Leonardo Spinedi, Eleonora Minerva… e Marco Grisafi) scatta quella molla felice che fa parlare la stessa identica lingua, e tirare le stesse medesime conclusioni: sulla bellezza e su ciò che scientemente la mistifica. Sulla nudità e semplicità dell’arte. Sul servizio che sa rendere se noi sappiamo renderlo ad essa. E dunque sulla necessità di ricominciare ogni mattina, senza certificati di bravura in tasca.

Soffia un bel vento, certe sere, a Macerata.



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