“La morte di Amleto”

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Emanuele Franceschetti

Emanuele Franceschetti

di Emanuele Franceschetti

Crediamo di non sbagliare affatto, né tantomeno di peccare di eccessiva faciloneria, nel voler definire ‘La morte di Amleto’ (2009, Aras edizioni) del montegranarese Oddo Mantovani un vero capolavoro. Anzitutto per l’architettura magistrale entro cui è iscritta la trama del testo; per la destrezza franca e mai ‘artificiale’ con cui Mantovani controlla ed utilizza diversi registri stilistici; per la fantasia audace (eppure, non si sa come, limpida ed educatissima) con cui ‘scomoda’ figure e personaggi (a dir poco) autorevoli, nonché per l’uso squisitamente sopraffino e mai impertinente che l’autore fa della citazione, costruendo – in margine al testo – un’affascinante reticolato di rimandi, riferimenti, apparizioni improvvise e sorprendenti.

Veniamo al testo. Va specificato, anzitutto, che non di romanzo in senso stretto si può parlare: la sua natura integralmente dialogica, unita alla quasi inesistenza di una ‘fabula’ vera e propria, lo avvicinerebbe più ad un lavoro di carattere teatrale (ma in tal caso sarebbe, per forza di cose, un teatro essenzialmente ‘di parola’, a discapito di qualunque funzione drammaturgica); preferiamo sorvolare sulla disamina catalogatoria ed occuparci invece della pagina.

Amleto (che l’autore immagina protagonista di un epilogo diverso, rispetto a quello consegnatoci dal testo di Shakespeare, e quindi sopravvissuto e trionfante) è, nel testo di Mantovani, un’anima bella senza tempo, uno spirito-corpo infelice per aver dovuto assistere (in un curioso contrappasso), proprio in virtù della sua ‘eterna’ permanenza nel mondo e nel tempo, alle inspiegabili brutalità della Storia, alla follia dell’uomo che, legittimando il male e addirittura servendolo, lo ha  elevato a verità immutabile. Da qui la necessità dell’anabasi del protagonista (mai calco del principe shakespeariano, ma piuttosto evoluzione coerente e fedele, specie nella sua natura incerta e contraddittoria), di un viaggio in cerca di risposte, dell’interrogatorio mosso da lui alla Storia.

E questo, a partire dall’incontro con Shakespeare stesso, tronfio e impigrito nella sua casa di Stratford; uno Shakespeare preso alla sprovvista dalla visita della sua creatura più famosa, determinata a farsi concedere dall’autore un finale diverso, in grado di risparmiargli il supplizio di una vita indegna. Ma invano.

In seguito, né la strabiliante chiacchierata con un esuberante e puntuto Carlo Emilio Gadda, né l’incontro-scontro con un Rimbaud disilluso e agonizzante, sapranno dare ad Amleto nulla di più della gratuità dell’incontro stesso, di un’ulteriore presa di coscienza della fragilità dell’uomo, delle sue verità. Della sua poesia.

Sarà ad Auschwitz, nel 1945, che un attore ebreo costretto – a suon di angherie e vessazioni – a rappresentare  l’Amleto per compiacere il suo Obersturmbannfuhrer, otterrà proprio dal militare tedesco la grazia di poter morire davvero, senza finzione. Ma bisogna ritornare, alla fine del viaggio, alla propria terra. Amleto ritorna, e si congeda per l’ultima volta da Shakespeare. Un nuovo epilogo posto in chiusura ci annuncia il cordoglio di Fortebraccio per la morte del principe: ‘omnia consumatum est’.

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la copertina del libro

La morte di Amleto è un libro integrale: pieno di letteratura, di storia, di musica. Gli stravolgimenti cronologici, i rimandi, le fughe e le citazioni sono sempre al servizio di un testo che non risulta mai autoreferenziale. Lungi dall’essere sorpresi dalla padronanza assoluta della materia – conosciamo l’autore, la sua pluriennale ‘militanza’ didattica e la sua spaventosa (è il termine più adatto)  biblioteca -, l’Amleto di Mantovani ha saputo stupirci  per la sua profondità leggera, per la sua gravità discreta. Per la sua rarissima qualità di testo colto e ironico, teatrale e veritiero, canzonatorio e commovente. Da leggere, nella maniera più assoluta.



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