Da una finestra – Pericle Fazzini

Il nuovo corsivo di Francesco Scarabicchi
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Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi

Nei giorni buoni di questo strano inverno in cui magari il sole tocca le ore, le sfiora e rende sopportabile ogni cosa, prima che faccia buio, quando ancora la  nebbia non c’è, camminando, è possibile salire in silenzio uno dei colli della  città, verso Borgo Rodi, sul Monte Pulito, nella frescura del piccolo parco del  Pincio che guarda Ancona dall’alto e scopre un fianco della Cattedrale, il  Campo degli Ebrei, i Fari, il porto, il mare, i tetti dei palazzi. Passando per Via  Veneto, oltrepassato il cancello di fronte alla ringhiera del belvedere, si può  procedere lungo un percorso di scale di pietra e piccoli ballatoi, seguendo la  scansione in salita delle sedici tavole – mangiate dalla ruggine e dall’ossido – che tracciano la sintesi della memoria di quello che furono il fascismo, la guerra e la guerra di liberazione nell’anconetano, col segno indelebile del sacrificio, dei lutti, del dolore e dell’oppressione. Davvero sono tempi cupi questi, se si lasciano illeggibili le pagine di quell’evento tragico che sta, lungo il sentiero del mondo, come una delle stazioni dell’eterna “via della croce” che insanguinano la vita irripetibile degli uomini. Su quel colle, proprio alla sommità, intorno alla seconda metà degli anni sessanta, è stato accolto il monumento in bronzo alla

Pericle Fazzini

Pericle Fazzini

Resistenza di Pericle Fazzini, uno fra i maggiori scultori del secolo ventesimo, nato a Grottammare il 4 maggio del 1913 e morto a Roma il 4 dicembre del 1987. Svettano, nella luce aperta del Pincio, con la traccia asciutta del dramma non descritto, nella solitudine senza aggettivi, le forme essenziali che incidono, in quell’aria eterna, lo sfregio e lo strazio di un respiro rappreso e fermo per sempre. Al limite estremo dello spazio, la colomba. La mostra che Carlo Antognini allestì, nel 1974, a Palazzo Pianetti-Tesei di Jesi (Marche Arte ’74) offriva, fra l’altro, per quello che si riferiva a Fazzini, alcuni studi e disegni preparatori (datati ’64-’65) del monumento di Ancona. A riguardarli oggi dalle pagine dell’introvabile  catalogo accrescono, se possibile, nell’impulsività di abbozzi e di “passaggi” verso l’opera finita, quella traccia di tensione drammatica che la scultura disegna con una pronuncia assoluta. La città possiede (e dovrebbe esserne consapevole) un bene raro di testimonianza storica e di arte che costituisce una parte del suo patrimonio di coscienza e di civiltà e sarebbe un atto di dignità conservarlo e affidarlo, giorno per giorno, allo sguardo e alla sensibilità altrui nel tentativo di meritarlo davvero l’umanesimo amaro e ferito di Fazzini segnato da una verità che lo accosta a quanto sosteneva il poeta Alfonso Gatto e cioè che, se la storia fosse scritta dalle vittime, altra sarebbe e non il perpetuarsi del dominio dei vincitori. Fazzini lo sapeva e insieme ne parlammo spesso quando andavo a Roma per visitarlo nella Chiesa di San Lorenzino dov’era la sua “officina” per la Resurrezione della Sala Nervi. Spesso arrivavo che era alto su una scala, con il gran grembiale di cuoio e la chiave a bassa tensione per lavorare la sagoma in polistirolo. Scendeva, toglieva la maschera, accendeva una sigaretta e parlavamo seduti sulle sedie nel poco tempo a disposizione. Gli piaceva andare, col pensiero, a Grottammare ed era felice quando gli raccontavo la mia infanzia in quei luoghi, le salite in bicicletta verso l’Oasi di Santa Maria ai Monti e pedalate verso Viale Marino fino al canneto della ferrovia. Gli si accendeva un’altra luce negli occhi.

 

Resurrezione

Pericle Fazzini – Resurrezione



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