Mina. Il corpo, la carne

Ripercorrendo i cinquantasei anni di carriera della grande interprete italiana
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Luca Morici, “Mina 90”

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Filippo Davoli

di Filippo Davoli

Tutte le volte che le persone mi chiedono se sono mai andato a Lugano a cercarla, stupiscono nell’udire che la mia risposta è “no”. Un “no” secco, quasi infastidito. “Che c’entro io con Mina?”, replico. Gli interlocutori, quasi invariabilmente, non capiscono, mi guardano basiti, talvolta increduli. Invece è la verità. Che c’entra la mia vita quotidiana con la vita quotidiana di Mina? Un bel niente. Fossi nato a Busto nel ’40 e cresciuto a Cremona, forse le nostre strade si sarebbero intrecciate. Avessi pure coltivato lo studio del pianoforte (sempre a Cremona, negli anni ’50-’60), forse l’avrei accompagnata nelle sue prime uscite canore. Magari le avrei pure fatto la corte. Sta di fatto, però, che non sono nato nel ’40 ed anzi ho due anni meno del suo figlio primogenito, vivo da sempre nelle Marche e non ho mai incontrato la sig.ra Mina Anna Mazzini. Ho invece incontrato la cantante Mina: nei suoi dischi (tutti i successivi, da “Frutta e verdura” del 1973, regalo di Prima Comunione di mio zio; e dopo quello là anche dei precedenti, in una febbre di ricerca pressoché maniacale: ma non dei supporti-pane dei collezionisti un po’ feticisti; io della voce, del suo talento, quale che ne fosse il mezzo per ascoltarla). Però férmati lì: sono in una posizione privilegiata per godere della sua arte (come chiunque altro, in verità), ma niente più. Se la incontrassi potrei solo dirle grazie. Non le confiderei di sicuro le mie vicende: per quelle ci sono i miei amici, le mie persone care. Mina non ne fa parte (e tanto meno io delle sue). Della produzione discografica, invece, possiamo parlare, discettare, cercarvi parallelismi con altre manifestazioni del pensiero e dell’arte; reperirvi intenzioni, sottolinearne folgorazioni di genio, rileggere un percorso che è ormai di 56 anni di carriera ininterrotta.

Una carriera indiscutibilmente ai massimi livelli. Basti pensare che abbandonò la televisione nel 1972, e che dunque la maggior parte della sua parabola artistica si è svolta dietro le quinte, dalle quali procede inarrestabile, con inalterata maestria e quella capacità di rimettersi in discussione ogni volta che è propria dei grandi, a mettere sul mercato nuovi dischi di canzoni inediti e nuovi concept album. Lei che fu la primissima a volere e a portare in Italia uno sconosciuto Astor Piazzolla; lei che non si è mai stancata di interpretare canzoni belle di perfetti sconosciuti; o anche canzoni brutte di perfetti sconosciuti, ma con quel coraggio finanche di sbagliare, scommettendo e giocandosi fino in fondo coi brani che le piacciono. Alcune volte, il suo artiglio trasfigura in bellezza anche cose mediocri; altre volte, invece, ci rimane sotto anche lei. Ma tutto questo viene dopo. Prima bisogna tentare di capire i perché complessivi di questa voce miracolosa.

Proviamo a partire dalla seconda metà della sua carriera: dagli anni ’90. Anni che spesso ho definito della “dissipazione del talento”, sia pure con qualche lampo felice qua e là: la bellissima monografia del ’96 dedicata al repertorio napoletano ne è un esempio, al pari di singoli gioielli di autori sconosciuti, disseminati qua e là in dischi di inediti spesso senza forte identità, ma da lei resi comunque unici e immortali.

 

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Luca Morici, “Mina 70”

Mina è essenzialmente la sua voce: in questa direzione alta, credo, vada letta la sua fuga dalla tv e dai concerti; una voce che, oltre a permetterle di affrontare qualunque repertorio con nonchalance, l’ha progressivamente illuminata sul senso profondo dell’arte e dell’umano, sul mistero di una ricerca che parte dalla carne e solo dopo giunge alle conclusioni teoriche (e poetiche) che sarebbero necessarie sempre.

Mina e la sua voce: che ovviamente non è solamente da intendersi come mezzo meccanico, ma che include – con tutto quello che ciò comporta – la carne, ossia l’umanità in cui l’arte si manifesta chiedendo di uscire allo scoperto. E Mina continua a rappresentare un paradigma efficace di ciò che l’arte è, ed anche di ciò che non deve essere (quei famosi anni della “dissipazione del talento” che, tuttavia, hanno anch’essi un significato importante nell’evoluzione del discorso artistico della cantante).

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Dobbiamo, per un istante, ripercorrere le tappe di questa folgorante carriera: nel 1958 esordisce “per caso, per scommessa” (il virgolettato è una sua dichiarazione, dall’ultima intervista rilasciata, ormai trentacinque anni fa). La sua voce – a soli 18 anni – è ancora acerba, ma contiene in nuce tutto ciò che verrà fuori in seguito: urla, vibra, sa essere dolce ed anche umbratile, fino ad aprirsi senza risparmio, al limite anche senza controllo, in uno slancio che è tutto del cuore e della spontaneità, senza mestiere (almeno nel senso deteriore del termine), senza strategie.

L’incontro con Augusto Martelli, Pino Presti, Gianni Ferrio – i dischi che vanno dalla fine degli anni ’60 al mitico ultimo concerto live del ’78 – genera una nuova Mina: più sofisticata, manierista con ironia e sapienza, interprete permeabilissima e magistrale di grandi autori e poeti; non disperde però quelli che sono gli emblemi più forti del suo talento: la generosità, l’intuito geniale, la capacità di essere la prima a stupirsi per quell’incrocio mirabile tra la propria umanità e il dono che ha in gola e che riempie e trasforma, nell’attimo in cui il prodigio si disvela, quella stessa carne. Che non è una carne speciale, nonostante i mascheramenti iconografici e i molteplici giochi di luci ed ombre attraverso cui firme incomparabili della cinematografia e della regia televisiva sigillano quel muoversi delle braccia al di là di ogni regola, quel tergiversare della bocca che si modula su ogni vocale, scivolando nel birignao che solo lei ha saputo darci; un conto, tuttavia, è il personaggio Mina; un altro la donna. Mina lo sa, e nel ’78 – quali che siano poi state le motivazioni ulteriori, che non sono peraltro di nostra competenza e che troppo spesso hanno visto i soloni del giornalismo scivolare dal più solenne dei pronunciamenti nel più becero dei gossip – chiude i battenti sul proprio corpo e inizia un lungo percorso di riconciliazione/chiarificazione con la propria carne.

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Luca Morici, “Mina 74”

Ci sovviene un interessantissimo saggio di Michel Henry intitolato “Incarnazione – Una filosofia della carne” (SEI, 2001). Henry, che è uno dei maggiori rappresentanti della fenomenologia francese, sulla scia di Husserl, Sartre e di Merleau-Ponty – da cui peraltro Henry prende le distanze – , tocca con questo saggio alcuni dei gangli fondamentali dell’equivoco che, per quello che ci riguarda, da almeno qualche decennio avviluppa anche la discussione sui rapporti tra l’arte e la vita e sulla necessità dell’incarnazione.

È la carne – afferma Henry – che dall’interno ha il potere di toccare il corpo e di definirlo, nonché di definirsi: questo sostanzialmente il risultato della speculazione di Henry, che rivitalizza in maniera inedita e forte il dissidio tra fenomeno e noumeno, in una riconciliazione possibile che parta, appunto, dalla carne: “L’incarnazione non consiste nell’avere un corpo (…) l’incarnazione consiste nell’avere una carne; forse, più ancora, nell’essere carne.”

In che misura la citazione di Henry si attaglia alla scelta artistica di Mina? In che misura questa può divenire un paradigma efficace di ciò che è poesia e arte?

Dobbiamo riprendere il discorso sul “corpo” di Mina. Non solo e non tanto sul corpo fisico che l’immaginario collettivo ha consacrato negli anni del fulgore, e poi inseguito tra le ombre del nascondimento, quanto sul “corpo sonoro”; fino a un certo punto, come da lei stessa dichiarato più volte, la molla di questo corpo è stata il “divertimento”.

Sovviene, a tale riguardo, la lezione di Carmen Martin Gaite, riportata da Giovanni Cara in un vecchio numero della rivista “Ciminiera”, che sul “di-vertire” fornisce un’indicazione chiave: scriveva che la letteratura deve avere sempre la funzione di “di-vertire”, ossia di aprire un nuovo mondo interiore, offrendo la possibilità (e il desiderio) di un cambiamento, di una variazione di percorso. Divertimento, dunque, come serena scoperta di sé, come approdo al sé e subitaneo rilancio della ricerca e dell’ascolto di quello stesso sé. In fondo, la prima Mina, vera sperimentatrice e dunque prima indagatrice delle proprie potenzialità, si è offerta – come onestamente asserisce – un grande di-vertimento; che tuttavia, nella seconda fase della propria carriera, quella del consolidamento della fama e della maggior resa espressiva, si è progressivamente esaurito: come dire, la carne che si muoveva alla scoperta e alla definizione del corpo ha subito una battuta d’arresto, o più propriamente una incapacità a cogliersi o a darsi una propria identità attendibile e verificabile.

Il corpo, cioè, ingoiava la carne. Nel ’78, dopo l’ultimo saluto al pubblico, Mina si ritira definitivamente dalle scene e dalla tv (dove, lo stesso anno, era apparsa nella sigla finale del programma Mille e una luce, cantando Ancora ancora ancora). Non smette però di cantare. Anzi…

(fine della prima puntata)

(le puntate successive appariranno nella sezione “Note in calce” dalla prossima settimana)

 le illustrazioni di Mina sono di Luca Morici, in esclusiva per “Quid Culturae”



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