Enrica Loggi, “…A una rima di vento”

Il nuovo libro della poetessa marchigiana
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Davide-Tartaglia

Davide Tartaglia

 

di Davide Tartaglia

La lettura di …A una rima di vento (Corymbos, 2013) di Enrica Loggi ci ha immerso nuovamente nel lungo dibattito sulla presunta esistenza o meno di una “linea marchigiana” nella poesia. Hanno visto confrontarsi sul tema nomi illustri, sono nati testi caposaldi della critica letteraria della nostra regione e non solo (pensiamo all’insuperata antologia di Guido Garufi) e ancora oggi, per fortuna, la questione è più che mai aperta. Forse perché cercare di definire gli aspetti della poesia marchigiana vuol dire andare a scavare nel concetto di ‘marchigianità’, osservare a fondo l’uomo marchigiano, non solo il poeta; e più si ricerca all’interno dell’umano più si spalancano mondi inesplorati. Ad ogni modo sentiamo di poter fare nostra questa asserzione del grande Paolo Volponi:

“Io credo anche che esista una certa caratteristica unitaria nella poesia marchigiana fatta di un certo gusto del paesaggio, di un certo pudore, d’una riserva verso le cose nominate quasi con la paura di guastarle: c’è poi in quasi tutti i suoi poeti uno stile piuttosto aulico”.

Enrica Loggi, nel suo ultimo libro sembra confermare a pieno l’intuizione di Volponi arricchendola di nuove sfaccettature ed implicazioni possibili. La citazione di Volponi infatti, per quanto ad una prima lettura possa sembrare il tentativo di una classificazione, di definire i confini di un recinto, in realtà ancorando la ricerca poetica al paesaggio marchigiano compie un’operazione di frammentazione della poesia marchigiana in un’infinità di possibili risvolti, tanti quanto le differenze offerte dalla geografia della nostra regione. Il ‘luogo’ per lo scrittore marchigiano rappresenta un approdo, un porto dal quale discostarsi o al quale tornare ma certamente un ancoraggio imprescindibile.

Risulta per questo motivo impossibile leggere la poesia di Enrica Loggi escludendo il legame forte con la sua terra, con il mare di San Benedetto del Tronto, città in cui vive, e le colline dell’entroterra. E’ attraverso questa lente che la poetessa scandaglia e osserva la realtà ed è da questo terreno fertile che sgorga la parola poetica: immensa cavità che si rigenera /scaturisce fontane per la gran sete.

La dichiarazione di poetica della raccolta di Enrica Loggi è tutta racchiusa nella prima lirica e in particolar modo in questi versi:

studierò quel limite che vuole
immergersi nei tuoi piccoli versi
e canterò la luce del tuo dire
nel mio precipitevole disire.

La Loggi riesce infatti in un’operazione particolarmente felice, quella di dare una ‘forma’ al significato attraverso l’uso ripetuto della metafora e una musicalità del verso che scaturisce sempre naturale, mai artificiosa. La poetessa reinterpreta nel fervente laboratorio della propria esperienza personale i motivi tipici (il mare, il vento, il cielo) e attraverso l’utilizzo di un lessico semplice, raffinatissimo e mai banale definisce un linguaggio nuovo, personale e senza sbavature capace di immergersi nella tradizione e rinnovarla.

A una rima di vento è una piccola galleria d’arte, le 60 poesie contenute nel libro sono delle tele in cui la natura è la protagonista principale. In realtà la lettura integrale dell’opera evidenzia come la natura è soltanto un espediente per raccontare il mondo più intimo e segreto della Loggi, per raccontare il percorso della poetessa alla scoperta dell’ ‘Essere’. E’ proprio per questa ragione che Enrica Loggi decompone la natura nei suoi elementi essenziali, usando quest’ultimi come ‘pezzi’ fondamentali per la creazione di rappresentazioni cangianti, immagini matissiane che trascendono le immagini reali classiche lambendo i margini dell’astrattismo: vicino a corpi che si arrendono / alle propaggini estreme della luce.

Una poesia descrittiva che non cede mai alla retorica, che non si perde nel dettaglio formalistico o nel vezzo lessicale ma che reca con sé tutta l’urgenza vibrante di chi la poesia l’ha scontata sulla propria pelle lasciandosi ferire fino in fondo dal mondo circostante come Pavese o la Pozzi. Il primo lo ritroviamo nelle repentine apparizioni, nelle istantanee rivelazioni: sei venuta col sole nuovo / fuori dall’alba gelata, la seconda nell’empatia commossa con la natura e il suo accadere: settembre passa, il cielo inarca i raggi / raggio d’inverno passa e tocca l’ombra / incrocia lunghe strade d’atmosfera / ferme a punti di luce-luminarie.

Ci troviamo dunque di fronte ad una poesia estremamente eterea, fragile fatta di luce, suoni e soprattutto respiro, vento. Il vento è la presenza stabile della poesia di Enrica Loggi, se ne ascolta la voce, l’eco o la forza sferzante ma pur nella sua mutabilità manifesta sempre il suo esserci, come la poesia che seppur invisibile  riusciamo sempre a percepirne gli effetti, la novità che genera: E’ lì come un fanciullo nel cortile / e aspetta chi lo raccolga: / un bastoncello in ginocchio. / E’ stato il vento.

E’ il vento il legame sottilissimo tra l’ ‘io’ della poetessa e l’Assoluto, è il medium preferenziale per la rivelazione, per l’epifania. Infatti il vento è il linguaggio dell’essere, lo strumento di comunicazione della natura (della collina che pronuncia il vento) che coincide con la voce più intima della Loggi: nella fraternità col vento / che parla di me agli sconosciuti.

Il vento “è pronunciato” e pronuncia, o forse, come tutti noi, proprio perché pronunciato può pronunciare. Il tutto è mirabilmente riassunto in questo splendido verso:

chiameremo dagli argini / la nostra eco come la sua voce.

La Loggi riconosce dunque un destino, il destino del poeta in quest’ascolto del vento, in questo tentativo ironico ma irrinunciabile a cercare di decifrare le parole del mistero: sono qui che descrivo all’infinito / oltre quei muri dove vive l’erba. La poesia è dunque questa continua lotta in cui vorrei parlarti dell’oceano / che porto fino a te, è il terreno di tutti e di nessuno che c’è tra l’io che cerca di possedere il reale e un tu che come un dono lo concede. E’ dunque una resa ad un’epifania che accade solo a tratti (tu non c’eri, e l’immediato avvenire / suonava come un passato discorde), una resa all’ascolto che forse nella poesia è davvero l’unica conquista. Enrica ci conduce per mano fin dentro questo percorso di redenzione che si svolge nei contorni precisi di un luogo fisico che sfumano puntualmente nei confini di un luogo dell’animo, confini meno definiti ma non per questo meno reali: la prosa che si tesse / nell’assolato labirinto / per uscire alla luce, appena salvi.

Teatro di questo percorso intimo eppure universale di Enrica Loggi è certamente la città, con la sua luce perennemente tenue, a cui il cuore della poetessa è intrecciato a doppia mandata. La città diventa testimone viva dell’esperienza di chi vi abita, e viceversa, in una perfetta corrispondenza biunivoca, il poeta è abitato dalla città, dai suoi squarci, dalle sue aperture, dai suoi richiami: bussa più di una volta / il cuore nudo della città /inviolabile e fondo. Senti di doverle qualcosa / prima di lasciarla dormire. La città della Loggi è una città fatta di silenzi, del mormorio del mare, di giardini, adagiata sui tempi lunghi delle albe e dei tramonti, una città oggi quasi cancellata dal caos delle metropoli contemporanee, ma è proprio in quest’assenza di rumore, in questo vuoto che il poeta può ritrovare la sua voce autentica. L’esigenza del silenzio e dell’ascolto percorre tutte le liriche e si compie nei versi di rara bellezza che concludono il libro, versi che sono una dichiarazione etica personale che si eleva quasi a monito e a suggerimento universale per chi scrive e per chiunque vive e avrà la fortuna di leggere questa raccolta:

E’ tutto, precedimi
come fossi la mia alba.
Io sono qui,
tra il sole e la neve.

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Enrica Loggi



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