Macerata, il bilancio
E il cemento amato

Alcuni suggerimenti per immaginare una città diversa (e un suo sviluppo)
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Carlo Cambi

Carlo Cambi

 

di Carlo Cambi

Per fortuna da diversi giorni non piove. Lo noto perché così il Sindaco non potrà dire che lo bersaglio con schizzi di fango. Semplicemente perché il fango non c’è. Giuro che quando ho scritto le mie considerazioni sul caso Parima e un possibile rapporto con nuove speculazioni edilizie non ero al corrente che di lì a poco ci sarebbe stata una seduta del Consiglio comunale interamente dedicata all’edilizia. Prendo atto con sollievo che il Sindaco si è battuto strenuamente contro la cementificazione della città (a parte via dei Velini, la faccenda di Valleverde, il piano casa, la minitematica, l’area prospicente al Tribunale, piazza Pizzarello: che faccio? Continuo?) fatte salve le eredità del passato (in cui lui era semplicemente capogruppo del partito di maggioranza relativa) rispetto alle quali comunque ha marcato una notevole discontinuità (ad esempio nel progetto delle piscine). Prendo anche atto con sollievo che lui si è battuto contro ogni ipotesi di lottizzazione delle aree Parima, ma risulta che la terza commissione del Consiglio comunale se ne sia ampiamente occupata. Nell’urgenza di rispondermi il Sindaco è caduto in una lieve distrazione: io non ho mai detto di avergli chiesto udienza. Sono certo che me l’avrebbe concessa: ho semplicemente riportato che una cittadina mi aveva riferito di aver chiesto vanamente udienza. Ma questo appartiene al passato. Non è di queste cose che intendevo occuparmi se non per dire a Romano Carancini: se ho sbagliato mi scuso, se l’ho offesa, caro Sindaco, è stata la penna che ha tradito il pensiero e le intenzioni. E tuttavia mi viene di pensare, in questi giorni in cui si discute del bilancio comunale, che Macerata stia pagando oggi il suo cemento amato. Leggendo il bilancio del Comune ci si accorge di tre elementi starei per dire necessitati. Il primo è che i trasferimenti all’ente locale da parte dello Stato saranno sempre di meno e i tagli avranno una loro progressività. Il secondo: che il bilancio storico del Comune è stato costruito su fronte dell’entrate facendo conto quasi esclusivamente sull’incremento degli oneri di urbanizzazione che si portano dietro l’incremento di cementificazione. Il terzo: che non avendo progettato alcuno sviluppo della città alternativo all’essere polo di servizi a basso valore aggiunto e all’essere una potenziale lottizzazione globale l’incidenza delle tasse locali sulla ricchezza prodotta in città è in crescita esponenziale e sta arrivando oltre il limite della sopportabilità.

Il patto scellerato perpetrato per anni con il cemento amato ha prodotto queste conseguenze. Se infatti Macerata producesse per altra via ricchezza probabilmente vi sarebbe spazio per una diversificazione della tassazione e forse anche per un suo allentamento. La discussione che si sta dipanando in questi giorni nell’assise cittadina infatti non tiene conto che il bilancio non è un’espressione a se, ma è la fotografia contabile delle scelte compiute e una risultante del modello di città che si è costruito. Su questo piuttosto che sulle singole poste di bilancio la politica locale dovrebbe discutere e misurarsi. Ma per ora di questa riflessione non c’è traccia.  Invece sarà ineluttabile farla. Se lo Stato trasferisce sempre di meno delle due l’una: o si rivede l’architettura del bilancio in conseguenza di una profonda revisione delle scelte politico-amministrative che lo determinano, o si continua a incrementare la pressione fiscale che però superato un certo limite non solo dà meno reddito ma distrugge la base imponibile non consentendo al Comune né di arrivare al pareggio né di erogare servizi.

Dunque mettiamoci di buona lena ad immaginare una città diversa (e un suo sviluppo) e un Comune diverso. E sono i suggerimenti che provo a dare qui. Mi corre l’obbligo di far osservare però due elementi teorici. Il primo richiama la curva di Laffer che immagino l’assessore Blunno conosca perfettamente. Postula semplicemente che oltre un certo limite al crescere dell’imposizione fiscale decrescono le entrate. E’ sufficiente per dire che non è la via dei tagli e del tassa e spendi che in futuro ci può assicurare un solido bilancio del Comune? Il secondo richiamo è ad Heiddegger. Qui si continua a ragionare seguendo il pensiero calcolante e si produce la perniciosa inversione dei fini. Tradotto: non sono i cittadini al servizio del Comune, ma è l’esatto contrario. Dunque torniamo al pensiero meditante e cominciamo a interrogarci non sulle quantità, ma sulla qualità del bilancio. Da qui parto per provare a fare le mie modeste considerazioni.

La spesa e la sua architettura – Più volte il nostro caro Sindaco ha dichiarato di voler avere un rapporto più che positivo con l’Università. Bene: questo è il momento. Il nostro Ateneo ha una valente facoltà di scienze economiche. Perché il Consiglio Comunale non affida all’Università un incarico per una ricognizione tecnica della spesa e per la redazione di un piano spendingreview del Comune? Tempo un anno- da qui al prossimo documento contabile – si saprebbe, saprebbero anche i cittadini come il Comune spende e dove si possono fare risparmi. Parallelamente a questo lavoro d’espertise il Comune si doti di una sua commissione magari composta dai capigruppo delle varie forze assisti, se lo ritengono, da esperti per una ridefinizione del modo d’essere del Comune come erogatore di servizi.

La spesa e il suo contenimento – Sarebbe facile sparare sulla Croce Rossa e dire: con una gestione dissennata dei rifiuti avete portato la città vicino al collasso finanziario e avete sommerso di tasse i cittadini. Ma questo è un dato acclarato. Adiamo oltre. E allora cominciamo a domandarci se si possono fare dei risparmi. La giunta Carancini – bravi! – si è ridotta lo stipendio. Vogliamo togliere tutti i gettoni di presenza a chi sta nei consigli delle partecipate e municipalizzate? Vogliamo dismettere l’ex centro per la mattazione, la Smea e buona parte delle imprese improduttive in cui il Comune ha partecipazioni? Si dirà: stiamo cercando di salvaguardare i patrimoni. Ma se questi patrimoni invece di produrre entrate producono spese conviene azzerarli.

La spesa e la sua qualificazione –Domanda: è il caso di continuare a pagare 250 mila euro d’interessi sui mutui accesi per il polo natatorio? A volte serve il coraggio di rinunciare a scelte compiute in epoche diverse. Può darsi che il perimetro di finanza locale oggi possa far ritenere che quell’intervento –peraltro in gravissimo ritardo – deve esser accantonato. E si può azzerare quel mutuo e dirottarlo su altre opere tipo la manutenzione delle strade per il quale risulta il Comune abbia acceso un ulteriore muto da 1,5 milioni di euro. Ma altri esempi di questo tipo si possono fare. Come ad esempio chiedersi se la via del mutuo sia la sola praticabile. Il mutuo ha la controindicazione nell’architettura presente del bilancio comunale di gravare in percentuale su un bilancio che vede ridursi le poste attive in maniera inversamente proporzionale al decremento delle disponibilità. Da questo punto di vista la discussione di questi giorni in Consiglio Comunale ha messo in evidenza che non esiste una precisa lista delle priorità. Non si sa quali sono le spese incomprimibili, non si sa quali sono quelle effettivamente necessarie in conto capitale, non si ha la percezione di quale disegno di città sia sottostante al bilancio. Ed è quello che dovrebbe fare la commissione consiliare, diciamo così, “speciale”.

Il demanio: la gestione e le possibili privatizzazioni – Accanto alla spendingreview sarebbe indispensabile una ricognizione puntuale del patrimonio comunale e del redito che esso produce. Tanto per fare un esempio: siamo sicuri che il manufatto Sferisterio non possa produrre reddito? E così il manufatto palazzo Buonaccorsi? E gli Antichi Forni? E lo ex Iat in piazza della Repubblica? Vado avanti?Siamo sicuri che non si possano razionalizzare i locali concessi a avarie associazioni?  Siamo infine sicuri che non si possa procedere a un razionale piano di dismissioni? In fin dei conti se il partito del cemento amato invece di concedere nuove edilizie sollecita i suoi referenti economici a comprare e ristrutturare demanio comunale si ottengono tre benefici: non si consuma altro suolo, si accontenta comunque l’appetito del partito del cemento amato, si riqualifica la città. E forse s’incassano anche dei quattrini.

Le poste attive – Perché il Comune che partecipa al 98% l’Apm consente che quella municipalizzata che ha personalità giuridica di società per azioni chiuda i bilanci in utile pagando le imposte su questi utili? Non sarebbe necessario che l’Apm si accollasse l’erogazione di altri servizi per portare il bilancio a pareggio, non pagare imposte e sgravare il bilancio comunale di alcune spese? E sempre sull’Apm: siamo sicuri che la profittabilità di quell’azienda è massima? Cominciamo a ragionare per quel che riguarda il Comune in un’ottica di bilancio consolidato. Va peraltro rilevato che sarebbe necessaria una puntuale, incisiva e del pari responsabile e chiara politica di recupero dell’evasione. Come sarebbe necessario dare un’impostazione dinamica al bilancio del Comune (cioè agganciata all’andamento economico della città) anziché questa impostazione statica, almeno da come traspare dalla (non) discussione in Consiglio comunale.

L’alternativa alle tasse – Esiste un’alternativa alle tasse? Probabilmente sì. Ma percorrerla vuol dire che il Comune, come struttura burocratica, rinuncia ad un pezzetto piccolo di sovranità a vantaggio di una compartecipazione dei cittadini. Il ragionamento sarebbe complesso e dunque esteso. Faccio solo un esempio per spiegarmi. Si può ipotizzare invece di un incremento (che peraltro vista l’immutata architettura del bilancio si annuncia drammaticamente esponenziale) della Tares di chiamare i ristoratori a co-finanziare iniziative promozionali/culturali? Ciò implica che se le categorie economiche partecipano al finanziamento debbono poi avere la potestà di incidere sulle scelte. Magari così facendo, e rinunciando a qualche clientela, si scopre anche che si può fare di più e meglio con meno.  E un’altra domanda. Si possono agganciare gli incrementi di prelievo agli aumenti di volume d’affari? Mi spiego con un altro esempio. Se, poniamo, una promozione mirata e ben fatta e co-decisa del Centro Storico produce un incremento di attività economica è equo che il Comune adegua il prelievo. Ma ciò dovrebbe valere anche, e in diminuzione dell’imposizione, di fronte a cicli recessivi. Vi è poi un’alternativa di genere della fiscalità comunale: la definizione di alcune tasse di scopo rispetto alle quali i cittadini possano avere immediata verifica tra costi e benefici.

Molte e molte altre sarebbero le considerazioni da fare. Mi limito a queste accogliendo l’invito che l’ottimo Marco Ricci ha fatto nei suoi articoli qui su CM rispetto alla mancanza di proposte attorno al bilancio comunale. Sono solo spunti di un privato cittadino. E per fortuna che non piove, così non si possono scambiare per schizzi di fango! 



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