“Resti dei cinghiali, procurato allarme della Lac”

Franco Lardelli, presidente dell'Atc Mc1, sostiene che lo scopo era quello di vietare la caccia al cinghiale
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Franco Lardelli

Franco Lardelli

«Nessun pericolo per la popolazione, gli allarmismi generati dalla Lac sono da imprudenti e creano solo panico ingiustificato che mira unicamente a far smettere l’attività venatoria». Così il presidente dell’Atc (Ambito Territoriale di Caccia) Mc1, Franco Lardelli, commenta la notizia del ritrovamento di resti di cinghiale lungo il fiume Esino, in località Incrocca (leggi l’articolo). «Tali resti – sottolinea Lardelli – erano costituiti, come da precisazione diffuse dal Corpo Forestale dello Stato (leggi l’articolo), da pelli, ossa e frattaglie, e cioè da residui della macellazione clandestina da parte di bracconieri. Non erano, come riportato erroneamente dagli organi di informazione, carcasse intere abbandonate perché affette da tubercolosi». L’Atc, soggetto titolare della gestione faunistica del territorio, ricorda che i prelievi effettuati in questo periodo, disciplinati dal regolamento regionale e dal calendario venatorio, in particolare gli abbattimenti da parte dei selecacciatori e l’abbattimento di controllo numerico da parte delle squadre di braccata autorizzate ad ogni intervento dalla Provincia e finalizzato alla prevenzione dei danni in agricoltura, sono soggetti a procedure di controllo rigidissime con obbligo di esame veterinario e smaltimento delle carcasse presso i centri autorizzati.
«In nessuno di questi casi – sottolinea ancora Lardelli – è stata evidenziata la presenza di animali malati. I cacciatori abilitati al prelievi sono stati oggetto di formazione specifica da parte del servizio veterinario con la collaborazione dell’Istituto Zooprofilattico e hanno conseguito un apposito attestato di formazione. Le carni di cinghiale, accompagnate da certificazione sanitaria, possono essere quindi consumate senza alcun pericolo. In sinergia con le associazioni venatorie, il Corpo Forestale dello Stato, la Provincia e lo stesso Atc Mc1; il servizio veterinario dell’Area Vasta 3, nella persona del dottor Claudio Raffaele Barboni, comunque, sta effettuando un monitoraggio anche sui selvatici abbattuti, o che vengono rinvenuti morti anche in occasioni di incidenti d’auto. La vicenda specifica, tuttavia – aggiunge Lardelli – non può che ripercuotersi negativamente sull’imminente apertura della stagione venatoria di caccia al cinghiale visto che, contrariamente a quanto asserito dalla Lac che dimostra  di non conoscere le più elementari normative tecnico gestionali, in presenza di eventuali malattie, le densità degli animali devono essere diminuite, per evitare il contagio, attraverso un incremento degli abbattimenti. Questa caccia, dunque, è più che opportuna in ragione del fatto che, con gli abbattimenti, si potrà accertare se, e in quale misura, esistano ungulati affetti da tubercolosi che, a detta degli esperti, viene trasmessa e non causata dai cinghiali. La pratica regolare della caccia al cinghiale, in base ad apposito protocollo, prevede che ad ogni esemplare abbattuto siano asportate determinate parti anatomiche da analizzare a cura dell’autorità sanitaria veterinaria preposta. L’obbligo di analisi è stato, da quest’anno, disposto anche per i caprioli. Inoltre la regolare gestione venatoria potrà, come avviene solitamente, esercitare anche un forte deterrente sulla caccia di frodo che presenta, al di là di ogni considerazione, notevoli rischi di carattere igienico sanitario anche per coloro i quali la praticano. Omettiamo, infine, ogni considerazione sugli effetti che un eventuale mancato avvio della caccia al cinghiale determinerebbe sulle coltivazioni agricole. Ci domandiamo solo – conclude il presidente dell’Atc Mc1 – chi pagherà ora per il procurato allarme».



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